Indice
- Numero 36 - Aprile 2008
- L'Editoriale - Onda su onda
- La Cina č vicinissima
- Un matrimonio caprese nella grotta di Matermania
- Irlanda, tutto un film
- I portici di Cave de' Tirreni
- La cittā sommersa
- La donna mito di Forio d'Ischia
- A Maracaibo per cercare la figlia del Corsaro Nero
- Quel piccolo mondo antico a Marina di Capo
- L'ultimo paladino degli orologi da torre
- Quando Anna Magnani concluse con un lancio di piatti il suo amore per Rossellini
- L'uomo buono di Filicudi
- Il piccolo grande uomo uscito dai vicoli di Genova
- Una notte con i Tuaregh
- Il vecchio e il fiume
- Il cecchino delle stelle
- Il mare, culla degli uomini
- Una flotta di mascalzoni
- Il reporter dell'Isola
Una notte con i Tuaregh
- di Carlo Nicotera
Sulla strada per Dakar una sosta improvvisa. Beviamo tè, mangiamo con le mani pastella di farina di datteri con verdure, cubetti di montone essiccato, croccantini con miglio miele e cannella. L'ultima immagine è la silhouette di un paio di cammelli sul bordo della duna contro un cielo di cobalto.
A gesti chiedo ospitalità tra le tende quadre e i fuochi e i tappeti stesi sulla sabbia.
E' un'ospitalità silenziosa.
Loro hanno coltelli e fucili, mi guardano sobri, senza sorrisi, ma accoglienti.
Amica mia, abbiamo perso o abbiamo vinto? Alla fine non importa. Ascolto un cd di Cecilia Bartoli che mia zia Rosetta ha spedito quaggiù dove ascoltare nel vento le armonie del barocco è un dono divino. In questa catarsi di natura esplosiva e biscrome distillate, mi sembra credibile che la tecnologia musicale e strumentistica non abbia fatto altro che inseguire le possibilità della voce umana, che pure non è quella di un uccello, ma ha una ricchezza ispirata dai sentimenti, tale che soltanto dopo millenni di ricerca e grazie alle concertazioni elaborate da Vivaldi in poi e all'invenzione del pianoforte, è stato possibile avvicinarla. E Cecilia è giocosa, piena, vitale, da innamorarsene. E' forte e corposa come Minerva nei passaggi di "sol", forse come una corifante di Itaca. E' dolce come Nausica e come il cielo che si appoggia alle sponde di Selinunte nelle sfumature del "re". E' limpida come un cristallo di rocca che esplode nella tensione di un "si". Ma oggi questa felicità qui conquistata, che mi attraversa, mi fa anche pensare a quanto pian piano ho dovuto accettare sconfitte per scegliere questa vittoria.
Poco fa Ruben se ne è andato. Mi ha lasciato un tegame di bucatini che ha preparato con il pan grattato, le alici, le olive bianche, il peperoncino, il finocchietto di scoglio e un po' di ricotta stemperata per addolcire il palato. L'ha fatto ieri sera per una cena a cui ho rinunciato perché mi aveva preso un malumore lunare. E siccome lui conosce questa vena di lupo per il sol fatto che gli appartiene e ci accomuna, oggi m'ha portato il fondo di padella che farà abbruscare come piace a me. Gli sono grato, non sai quanto. E soprattutto gli son grato di non essere rimasto a parlare per forza. Ci siamo bevuti due bicchieri di nivuro nostrale dopo il suo brindisi di ex esiliato - che il nostro sangue non diventi mai acqua - e poi se n'è tornato alla sua casa di grandi pietre nere, che sembrano portate via da Troia dopo l'incendio, tanto sono scure e maestose. E non m'ha costretto a parlare magari del nulla in una serata che sento di silenzio e grilli. Se ne va, con le lucine della macchina che sobbalzando scompaiono già lungo la valle, e mi tocco il collo.
Proprio là dove i capelli si diradano in peluria ho un brufolo che mi tormenta da giorni. E mi sembra una vittoria non dover più portare la cravatta con una camicia che - in condizioni del genere - mi ammazzerebbe
l'esistenza. Ma mentre Ruben faceva il gesto, amicale e intimissimo, di portarmi un fondo di padella con la pasta, pensavo che c'è una soglia di intimità che si può avere solo con un consanguineo o una compagna complice. Quella intimità che ti consente di dire: "Su questo accidenti di brufolo non riesco ad arrivare, non lo vedo, non so... aiutami a spremerlo via... ». E questa ricchezza a volte ce l'hai, altre no, come un bicchiere d'acqua a portata di mano nell'istante in cui hai sete. E' stata l'intimità perduta a spingermi via. E' stata una sera strana nel baretto di città dove andavo e bermi un aperitivo in rare serate. Passa uno che saluta una: "Ciao, ci vediamo domani. Non prendere malattie...". L'intimità?... Entra un altro, sembra un personaggio cattivo di Dickens. So che fa il notaio, è bruttissimo, gli occhi non gli si vedono, si atteggia, e disturba con la sola sua presenza il posto dove in silenzio bevo il mio Campari-gin: viola una mia intimità di pensieri. Passano ragazze con il naso rifatto e anche una che il naso ce l'ha ancora con una gobba simpatica. Ma lascia non lontano dal mio bicchiere, sul bancone, un fazzolettino di carta usato e raggrinzito. Mi sembra una cosa così poco intima che le chiedo - per provocarla al pari di quanto sono infastidito - se là c'è moccio o sperma. Mi guarda senza inorridire, senza capire. Continuo a bere. Tolgo dalla schiena di una donna giovane una specie di piuma appoggiata al suo cappotto. Non se ne accorge, e questa riservatezza del mio gesto mi dà un conforto di intimità con la vita, che godo in silenzio. Fino a quando, girandosi, non mi diventa antipaticissima, pur senza averla vista in faccia, perché fa un passo indietro e i suoi capelli lunghi finiscono nel mio bicchiere, dove per fortuna il Campari è sceso, e solo il ghiaccio è rimasto. Mi riconcilio con il presente, soffiando il mio alito sul bicchiere gelato, così che si alza una intimissima nuvola di vento vaporizzato: in quella sera la cosa più intima e concreta della mia esistenza.
Allora, amica mia, il tutto mi è sembrato un po' poco. Un po' poco per continuare a sopportarlo come se
niente fosse. "Va bene - mi son detto è arrivato il momento che ti cerchi un'altra rua". Chissà perché m'è venuto in mente proprio così, ricordando i grandi occhi blu-rumeno di Sanda, la mamma di un mio fratello di adolescenza, che ci accudiva con quella sua strana lingua cosmopolita di fughe e fortune tra i Carpazi, l'Argentina e il Vesuvio.
Che rua è senza intimità con la vita, mi sono chiesto? Che vita è se il tuo cuore non batte un tango dei quartieri bassi, "un tango impudico" come dice Neruda? Che vita è se non c'è più Nina che adora mettere il suo orecchio sotto l'ascella destra per sentire il tuo cuore che lontano - a sinistra - batte una ninna-nanna ritmica e piena come un respiro dell'«Hom»? Che vita è se non puoi condividere anche il luccicore di quell'intimissima goccia di te che scorre densa dal tuo sesso, involontaria e incontrollata, mentre sudi in una sauna e ti sfiora il pensiero di un desiderio?...
Così eccomi qua. E il cielo si è aperto all'alba che chiuse la notte trascorsa in un accampamento di Tuaregh in un dicembre secco a limpido. Ero diretto alla fine del Sahara, avevo tempo e spazio per attraversare le dune e l'Africa tropicale. La meta finale era Dakar, non per fare un rally, ma per respirare l'Equatore. Una foratura mi ritarda la marcia, e a duecento chilometri dal Niger, arriva la notte. Un falò - tre, quattro, cinque - un accampamento a levante sotto la luna che si alza giusto di fronte all'ultimo gigantesco sole che tramonta a ovest... "una bilancia celeste... ". Mi fermo anche per stanchezza, lascio la macchina sul ciglio della strada, mi avvicino a piedi e a gesti chiedo ospitalità tra le tende quadre e i fuochi e i tappeti stesi sulla sabbia.
Mi do un nome da viaggio pronunciabile anche per loro e mi presento: «Ben Mimi»... "il figlio di Mimi", (sorrido a loro e per una mia intima tenerezza)... Al Muhammar è vecchio, bianco e ha gli occhi neri come piccoli meteoriti, ma il suo mantello è blu come quello di tutti gli uomini che gli stanno intorno. Non parlano francese. Non parlo arabo, né tantomeno la loro lingua delle carovane.
Gesti. E' un'ospitalità silenziosa, composta: non ho niente per loro se non dei fichi che ho preso a Djebel Berga, tanti chilometri più a nord.
Hanno coltelli e fucili, mi guardano sobri, senza sorrisi, ma accoglienti come in una casa di pastori di Matera,
o in quella dei pescatori dell'infanzia a Marina di Puolo, dove mia sorella dormì in un letto profumato di lavanda fatto nel cassettone più basso di un comò. Beviamo tè, mangiamo con le mani pastella di farina
di datteri con verdure, cubetti di montone essiccato, croccantini con miglio miele e cannella, i miei fichi.
Parlare è inutile più che impossibile: siamo viaggiatori di carovane che si tangono. Ognuno ha il proprio basto sul cuore, Allah ci ha dato una notte di amicizia. E' un dono. Mi addormento ospite, sacro, al sicuro - nel mio sacco a pelo su un tappeto, con il cappellino di lana che mi taglia l'orizzonte degli occhi. L'ultima
immagine, prima della felicità senza paure, è la silhouette di un paio di cammelli sul bordo della duna contro un cielo di cobalto schiarato.
All'alba una tazza di moka allo zenzero e il cenno di saluto di Al, "Vai con dio, che una fonte ti aspetti...". Viandante, ho avuto in regalo l'intimità di una famiglia, la protezione di un clan, la comprensione di un altro mondo all'incrocio del caso con una tribù di nomadi guerrieri...
Forse senza quell'incontro non avrei mai avuto, nel tempo, i bucatini di Ruben a tenermi compagnia. Ed è per questo, amica mia, che oggi ti posso scrivere di quanto sia desolante avere un brufolo sul collo e nessuno
che te lo pizzichi via. Ma anche quanto sia sereno ripensarci in questa sera, mentre bevo il limoncello
acre che amo farmi riducendo lo zucchero a trecento grammi per litro e sotto una luna grande almeno quanto quella del deserto... Tanto che, quando con un miracolo distorto dell'etere, arrivano due messaggini sul cellulare che di solito qui non prende... "Ho le mani infilate nei tuoi guantini...". E poi: "... stanotte nel mio dormiveglia ho assorbito la tua presenza, la tua lotta a mille pensieri..., il mio-tuo desiderio di amore, una bolla..." Ho una parte di me che si apre, lacerata da una voce consumata dalla cartavetro come il sax di «The dark side of the moon», perché quelle parole hanno ricordato e riaperto il pozzo più profondo della mia intimità perduta. Ma riascolto anche con sollievo quel balsamo scritto da Kiarostami: "Trovo un senso di libertà scegliendo il dolore".
