Una sosta romantica al bar di Kalavarda

- di Alessandro Robles

Nella piazzetta del piccolo centro nell'entroterra di Rodi, con le case in alto che in ordine sparso giungono sino alla battigia, si danno convegno i vecchi del posto che ricordano gli italiani giunti dal 1912 al 1943. Il paese è all'ultima fermata dell'autobus sulla strada principale dell'isola che costeggia il mare e a tratti si interna in paesaggi montani. La vista della Turchia nei giorni in cui soffia il "meltemi" diradando la foschia.

Nella piazzetta ci sono cinque vecchi per dieci sedie. Ogni sera sono lì, a Kalavarda, località dell'isola greca di Rodi. Arrivano all'imbrunire per restare fermi o per parlare senza guardarsi, lanciandosi solo occhiate fugaci, seduti verso lo spazio vuoto sulla pedana del bar. Alcuni hanno volti come cartine geografiche fisiche, solcate da rughe profonde che sembrano curve di livello, altri vestono un'espressione di gote colorate e godono della compagnia di un bicchierino di ouzo. C'è chi stringe fra le mani un bastone e lo usa come sostegno comunicativo oltre che fisico, c'è chi invece ha buone gambe e riesce ancora a lavorare.
Nella memoria c'è la storia dell'isola, la traccia delle date che scandiscono l'avvicendamento dei popoli. Se chiedi: "Quando sono stati gli italiani a Rodi?", la voce semiafona dell'uomo addossato alla parete ti risponde nella sua lingua con indolente precisione: "Dal 1912 al 1943, circa trent'anni".

Il caseggiato greco è un piccolo teatro confinato in un angolo dell'Egeo che, nella sua prolungata estate, accoglie i protagonisti di opere quotidiane fatte di campagna e colture, passaggio del sole, voci di vento, semina, attesa. Per raggiungerlo bisogna percorrere una breve e leggera salita partendo dalla via che collega il capoluogo alle località marine minori.
Rodi ha solo una strada principale, quella che ti permette di girare attorno all'isola costeggiando il mare e, a tratti, internandosi in paesaggi montani. Tutte le altre servono gli insediamenti dell'entroterra, posti a diverse altitudini.
Kalavarda è uno di questi e tra questi uno dei più vicini al mare. Il centro e situato in alto, ma le case, in modo sempre più rado, scendono fino alla battigia su cui s'affacciano le terrazze apparecchiate di alcune locande.
La costa è quella che guarda la Turchia e Symi, altra isola del Dodecaneso preceduta dalla piccola Panormiti che ospita il monastero dell'arcangelo Michele.

Nei giorni di minore foschia, i profili delle terre si stagliano sul panorama marino che si può godere dal punto più alto del centro abitato. Un'eventualità che è quasi una certezza, grazie alla presenza del meltemi, vento tipico delle isole del Mar Egeo, che soffia da nord-ovest, toglie le impurità dal cielo e gonfia le vele e gli aquiloni del kitesurfing.
Sulla spiaggia è facile trovare giovani appassionati di nuovi sport acquatici insieme a qualche veterano straniero. Ma niente di più anima questa parte dell'isola. L'arenile è largamente dominato dalle voci della natura e le testimonianze umane sono limitate alle ville sparse e agli alti comignoli della centrale elettrica che s'avvistano in lontananza. Un impianto che fornisce energia attraverso cavi che sui pali scoppiettano al vento e la sera s'accendono di lampi improvvisi.
A Kalavarda, fra i lotti costruiti, spuntano campi liberi, alcuni ornati da canneti, altri coltivati a vigna o a ortaggi. Questi appezzamenti sono scampoli di agricoltura in una terra ardua e resistono all'aggressione delle speculazioni perché forse mancano i requisiti storici, le condizioni climatiche. Almeno fino ad oggi.

Tutta la vita è a Rodi città, nella zona a sud-est. Si svolge nel Castello che ha il Palazzo del Gran Signore e la via dei Cavalieri. Il chiasso dei turisti è nelle strutture alberghiere, nei luoghi per il divertimento spalmati in chilometri di costa. Anche le attività industriali sono concentrate perlopiù da quella parte, dove l'estate il caldo è caldo e la notte non si dorme. Ma da questa parte del mare tutto tace. Il viavai di gente non si percepisce. Il più vicino villaggio è dietro la curva della riva, l'hanno costruito da poco altri europei, forse tedeschi, ma non si vede.
Per fortuna, Kalavarda è l'ultima fermata dell'autobus di linea. Oltre ci sono spiagge simili e desolate. Ci sono le rocche disfatte con la vista mozzafiato di Monolithos e Kritinia. Ci sono mucchi di alghe secche e i sassi che bagnati splendono in mille colori. Ci sono i tramonti che si spengono fra le onde.

Nei viottoli fra le abitazioni e i campi sabbiosi, si muovono i contadini dell'isola. Sono seminatori e braccianti di lungo corso, testimoni e superstiti di una vita nobile e antica. I contadini vivono leggendo i segni del cielo, partendo prima del sole e raggiungendo i fondi con trattori rumorosi. Conoscono a memoria i percorsi e le insidie degli insetti sulle colture, vivono il giorno dalle prime ore con la lenta sapienza dei nostri nonni, a contatto con la faccia più sincera della terra. Alcuni di loro hanno buoni margini di giovinezza nell'animo chiuso in un corpo rinsecchito. Anche loro sono fra gli sguardi che la sera siedono verso la piazzetta, al bar di Kalavarda, sempre pronti a invitarti con un sorriso a bere un caffè alla greca. Conforta sapere che sono lì e che lì resteranno, testimoni di un tempo che potrebbe cambiare ma non lo fa ancora, saldamente fermi al quel capolinea finché gli autobus arriveranno vuoti prima di tornare a Rodi.