Indice
- Numero 46 - Luglio 2009
- L'Editoriale - Labbra rosse
- 60 milioni di brava gente
- I sette mari sono settantuno
- Il mare bianco di Anacapri
- Il mare in sei stanze
- Kamaran, un paradiso a portata di mano
- Quando a Ravello arrivò Greta Garbo
- I viziosi festini di herr Allers a Capri
- Una vedova affascinante in mezzo all'Atlantico
- Il teatro greco a Velia
- Il magnifico Borbone del Borgo Marinari
- Una storia d'amore all'origine dell'oro rosso
- La Buca di Bacco a Positano ai tempi di Steinbeck
- I bambini del vulcano
- Pianosa, da Diomede al colonnello Gheddafi
- Il reporter dell'Isola
Una storia d'amore all'origine dell'oro rosso
- di Vittorio Paliotti
Paolo Bartolomeo Martin giunse da Marsiglia a Torre del Greco, sposò la sorella di un pescatore e rimase nella cittadina vesuviana realizzando il primo laboratorio per trasformare il corallo in bracciali, ciondoli e collane. Nacque così un artigianato famoso in tutto il mondo. Il Museo Ascione a Napoli ne propone le suggestive testimonianze. Per molti secoli i marinai torresi, sulle "coralline", si erano spinti fino in Sardegna, in Corsica e in Africa settentrionale per la pesca dei preziosi rametti, ma poi li vendevano a Livorno, Marsiglia e Trapani dove venivano lavorati. Con l'arrivo del giovane marsigliese, Torre del Greco divenne la capitale del corallo.
Per la loro bravura, per la loro estrosità e anche per le loro tecniche, oggi sono famosi in tutto il mondo. Si parla di corallo e subito si pensa a loro: i pescatori e gli artigiani di Torre del Greco. Per molti secoli, gli abitanti di Torre del Greco, città marinara ad appena 14 chilometri da Napoli, dovettero, in realtà, accontentarsi soltanto di pescarlo, il corallo. Subito dopo averlo pescato, o meglio strappato al mare, i torresi andavano a venderne il greggio a Marsiglia, a Trapani e soprattutto a Livorno, tutte località in cui quello che già allora incominciava ad essere definito "oro rosso" aveva fatto fiorire un artigianato specializzato. A partire dal 1805 poi i torresi, a coronamento di una fiaba d'amore, il cui principe azzurro rispondeva al nome di Paolo Bartolomeo Martin, seppero diventare oltre che pescatori, anche artigiani. Artisti anzi, e furono loro stessi a trasformare in gioielli il greggio di quel corallo che tanto faticosamente avevano raccolto fra le onde.
Sta tutta qui, in queste poche righe, la storia del rapporto fra Torre del Greco e il corallo. Ma vediamo un po' di approfondirla. E incominciamo dalle origini. Come nacque questa propensione dei torresi per il corallo? Alla base, bisogna dire, c'è il Vesuvio, con le sue eruzioni, seminatrici di terrore ma, principalmente, dispensatrici di insicurezza sociale.
La gente di Torre del Greco si abitua a non poter far affidamento sulla campagna (spesso ricoperta di lava) e allora decide di trarre dal mare ogni mezzo di sostentamento. Un'intera popolazione, fin dai "secoli bui", tralascia l'agricoltura e si dedica alla pesca rassegnandosi a vivere del commercio di ciò che il mare le offre. Alici, saraghi, spigole, e poi calamari, gamberi: c'è da imbandire banchetti sontuosi per le mense di ricchi e poveri con ciò che il mare dona a chi, sul mare, prodiga fatica e intelligenza.
Ma nella seconda metà del secolo XV una particolare forma di pesca (quella, appunto, del corallo) diviene floridissima a Torre del Greco. Siamo agli inizi di una attività che diventerà quasi leggendaria, siamo addirittura agli albori di un benessere collettivo che susciterà invidia dovunque. I pescatori torresi solcheranno, dopo essersi inginocchiati dinanzi all'immagine della Madonna del Corallo, venerata nella chiesa di Santa Maria di Costantinopoli, tutti gli specchi d'acqua del Mediterraneo, alla ricerca spasmodica di banchi di oro rosso. Altre popolazioni, fuori d'Italia, cercheranno di seguirli lungo le rotte da essi tracciate e, più tardi, di imitare ciò che a Torre del Greco viene creato. Ma chi vuole sfoggiare i gioielli (bracciali, collane, ciondoli) ottenuti con la lavorazione dell'oro rosso deve scegliere quelli made in Torre del Greco che sono, obiettivamente, i più belli e i più estrosi.
L'utilizzo del corallo per creare gioielli, profani o sacri che fossero, risale alle più remote civiltà e riguarda i cinesi, gli indiani, i giapponesi, i greci, gli egizi: la sua stessa denominazione, peraltro, viene fatta derivare dalla parola ebraica goral o da quella greca garal o anche da quella latina coralium, aventi tutte il significato di "pietruzza". E davvero duro come una pietra appare il corallo, che è poi il ristagno della secrezione di colonie di un piccolo animale, il corallum rubrium. Tale secrezione va a depositarsi in tubicini a forma di rami prendendo colore da radiazioni cosmiche di origine elettromagnetica in sintonia alle onde vibratili della luce solare. Nei tempi lontani, più che pescarlo, bisognava accontentarsi di raccoglierne i frammenti che le onde gettavano sulle spiagge. Si passò poi alla pesca avviluppandone i rami con delle reti e recidendoli con ordigni aguzzi e taglienti. Oggi la pesca del corallo viene effettuata con l'ausilio di cinque reti opportunamente collocate e di un arnese di ferro a forma di croce denominato "ingegno".
Già nel 1454 la pesca del corallo era così redditizia, per gli abitanti di Torre del Greco, che il feudatario della famiglia Carafa tentò di imporre un forte dazio su questo tipo di attività. Soltanto nel 1699 i torresi riusciranno a riscattare, con i proventi della pesca, l'antico feudo. Ma nel frattempo già molte altre iniziative erano state prese. Quella, per esempio, riguardante la "Congregazione di Santa Maria dei marinai".
Si trattò di un esempio interessantissimo di associazionismo. I pescatori torresi di corallo versavano ogni anno la ventiseiesima parte dei loro guadagni alla Congregazione e in cambio ricevevano sussidi in caso di carenza di lavoro. La Congregazione, inoltre, forniva medicine ai pescatori colpiti da malattie e congrui "maritaggi", cioè doti in denaro, alle loro figlie che andavano spose. Nel Settecento, poi, i pescatori fondarono, a Torre del Greco, un "monte", vale a dire un fondo comune che provvedeva a riscattare quelli di loro che venivano fatti prigionieri dai pirati: non si dimentichi che le coste dell'Italia meridionale erano mete, in quegli anni, di continue scorrerie dei barbareschi che muovevano, con le loro imbarcazione, dai vari porti del Nordafrica.
Nella prima metà del Settecento, l'intera economia di Torre del Greco già si fondava sulla pesca del corallo. Da febbraio a marzo partivano almeno quattrocento imbarcazioni che si spingevano fin nei mari della Sardegna, della Corsica e dell'Africa Settentrionale per la pesca del corallo. Nei mesi compresi fra giugno e dicembre, poi, gruppi di torresi si recavano a Livorno, dove esistevano appunto laboratori gestiti da artigiani di religione ebraica e vendevano loro il greggio del corallo. Nel 1790 verrà approvato addirittura un "codice corallino" relativo a queste operazioni commerciali.
Prevedeva, questo codice, la nomina di un "console", vale a dire di un magistrato, scelto fra i pescatori più esperti, il cui compito era quello di dirimere le dispute che fossero sorte nell'ambito della categoria. Il codice stabiliva anche quanto, dall'attività di pesca, dovesse andare a ciascun partecipante. Al capitano di una barca toccavano due parti, una perché membro dell'equipaggio e l'altra perché reclutava l'equipaggio e perché contraeva dei debiti; al caposquadra spettavano due quarti della quota della sua barca, e un terzo da parte di ciascuna barca; al proprietario della barca competevano due parti, agli altri marinai una parte ciascuno. Inoltre al timoniere dovevano andare due terzi di parte in più, mentre al mozzo andava mezza parte. Inoltre tra l'equipaggio veniva distribuito, al ritorno a Torre del Greco, tutto ciò che era stato acquistato prima di partire e che era avanzato, dai biscotti ai cibi in conserva.
Ma perché, dopo tante fatiche richieste dalla pesca, perché andare a vendere l'oro rosso a Livorno, o anche a Marsiglia e a Trapani e non lavorarlo sul posto? Il primo a porsi questo problema fu, nel 1767, uno studioso di qualche fama, il quale compilò una "memoria" e la inviò al sovrano Borbone. Nel 1787 un economista, Michele De Iorio, esaminò in un vero e proprio trattato tutti i benefici che sarebbero potuti venire a Torre del Greco dalla lavorazione "in loco" del corallo. De Iorio venne lodato e festeggiato ma, almeno sul momento, i suoi studi rimasero al rango di utopia. Alfine, nel 1790, esattamente l'8 ottobre, venne istituita una "Reale Compagnia del Corallo" con capitale di 600.000 ducati diviso in 1.200 azioni da 500 ducati ciascuna. Tutti gli abitanti di Torre del Greco potevano, in teoria, diventare comproprietari di quella società. Ma le difficoltà che si presentarono, sia di ordine fiscale che burocratico, furono infinite; a queste si aggiunsero i litigi per la corsa alle cariche. Si continuò ad andare a Livorno per smerciare il corallo pescato. O anche a Trapani e a Marsiglia.
Nel suo monumentale libro, intitolato "Italiani alla pesca del corallo" e pubblicato dall'editore Fiorentino nel 1968, lo studioso Giovanni Tescione ha testualmente scritto: "Così in media per questa loro schiavitù commerciale, i corallari di Torre del Greco regalavano in complesso sul greggio agli ebrei di Livorno oltre il trentacinque per cento".
Un "Regolamento per la pesca del corallo" venne approvato, con regio decreto, da Ferdinando IV di Borbone il 29 gennaio 1856 e migliorò alquanto le condizioni dei corallari. Era previsto, in questo decreto, che in ogni "feluca" o altro tipo di barca in partenza da Torre del Greco dovessero essere ammesse non più di quattordici persone, persone che avessero compiuto i ventun'anni e che potessero dimostrare di avere un'esperienza di pesca del corallo di non meno di cinque anni. A tutela della salute dei pescatori, nel regolamento, erano indicati anche i quantitativi e le qualità dei cibi che dovevano trovarsi a bordo al momento della partenza.
Poi, ai primi dell'Ottocento, l'imprevedibile iniziativa di Paolo Bartolomeo Martin. Questo giovanotto, che a Marsiglia svolgeva appunto la professione di artigiano specializzato nella lavorazione del corallo e che dunque si approvvigionava presso i torresi, volle venire di persona a Torre del Greco. La città gli piacque moltissimo. E più ancora della città gli piacque la sorella di un pescatore fino al punto da fargli decidere di chiederne la mano e di sposarla. A questo punto, Paolo Bartolomeo Martin decise anche di rimanere per sempre a Torre del Greco. Ma a fare che cosa? A mangiarsi, insieme con la moglie, i soldi che si era portato appresso? Ma neanche per sogno! Paolo Bartolomeo Martin aveva interrogato decine e decine di giovani torresi, li aveva sottoposti a esami che oggi definiremmo "attitudinali" e si era convinto che sarebbero stati benissimo in grado di diventare ottimi artigiani, anzi artisti, del corallo.
Esattamente il 27 marzo 1805, Paolo Bartolomeo riuscì ad ottenere un "rescritto" di sua maestà Ferdinando IV di Borbone il quale lo autorizzava a impiantare un laboratorio di corallo a Torre del Greco. Questo rescritto verrà confermato da Giuseppe Napoleone e da Gioacchino Murat. In men che non si dica, comunque, Paolo Bartolomeo Martin affittò una bottega, acquistò trapani, bulini e altri arnesi, ingaggiò un gruppo di giovani, li addestrò alla pulitura, alla sfaccettatura e all'incisione e, via! Dopo un anno erano già trenta i ragazzi torresi diventati provetti artigiani. Nel 1810 erano ben duecento le famiglie torresi che, oltre a quelle dei pescatori, traevano i mezzi di sostentamento da questi laboratori. Nel 1837, il numero dei laboratori ascendeva a otto. Ed è andato, da allora, sempre aumentando. Con l'aggiunta perfino di un museo, il "Museo Ascione" che ha sede a Napoli, nell'angiporto della galleria Umberto I°.
Ecco che Torre del Greco, già patria dei pescatori del corallo, è diventata, all'insegna di una storia d'amore, la capitale degli artisti dell'oro rosso. Per conferire altra e nuova eleganza a donne di tutto il mondo.

