Indice
- Numero 45 - Giugno 2009
- L'Editoriale - Fiori e amori
- Da Nausica a Michelle
- Nude alla meta
- Letojanni, mare, aria azzurra e per sindaco un marchese
- Quando Augusto Weber arrivò a remi da Napoli a Capri
- La grotta da ballo nella roccia di Praiano
- La sera andavamo al night
- Castiglioncello dove finì la corsa di Gassman e Trintignant
- La Costiera di Alfonso Gatto
- L'innamorato di Capri
- Se Emilio Salari avesse conosciuto Cetara
- La malafemmena era la moglie di Totò
- Il tè del deserto è un’altra cosa
- Toda joia, toda beleza
- Uno strano giorno a Madeira
- Il reporter dell'Isola
Uno strano giorno a Madeira
- di Giuseppe Pompameo
Una nave sull'oceano e Ricardo che va incontro al padre mai conosciuto. Sull'isola, un uomo scriveva di sogni meravigliosi e guardava l'infinito dalla finestra della sua casa. Aveva cancellato i suoi vent'anni e la vertigine di un amore a Parigi. Pensava mai a suo figlio? Tra la folla, in un vicolo stretto, si sfiorarono
In quella vecchia foto suo padre era il terzo da sinistra, ma lui non l'aveva mai saputo. Non lo aveva mai conosciuto. Per lui, da sempre, suo padre somigliava in maniera impressionante a un'idea sfocata, a un ricordo mancato. Ad un'assenza. Ricardo, il giorno che si mise in viaggio per raggiungere l'isola non immaginava che laggiù, alla fine di un racconto, senza neppure accorgersene, avrebbe finalmente incontrato Fernando, suo padre. Ricardo che, da bambino, spesso guardava quella foto in cui un uomo misterioso gli sorrideva accanto, felice, provando già a dimenticare il futuro. Va a capire chi era e per quale motivo, sin d'allora, si smemorava la vita, vallo a capire. Ora che la nave era a metà strada fra due terreferme, tra il porto d'imbarco e quello d'approdo, nemmeno per un attimo pensò che, forse, aveva un senso quel presagio, sogno d'alto mare che lo stava portando per la prima volta a Madeira per una breve vacanza.
Che strano però, mano a mano che si approssimava alla costa, gli sembrava, chissà perché, di avvicinare il passato, quasi di toccarlo. Del resto, inseguire un'ombra, pure quando non la cerchi più, è un singolare labirinto del cuore, una specie di solitudine che, a volte, non riesci a raccontare neanche a te stesso. Ricardo, quella notte, aveva una valigia d'acqua sotto il letto e nuvole veloci che trascorrevano leggere a occidente, sopra Madeira, ultima fermata prima dell'orizzonte, vaga attesa che, fra poco, avrebbe profumato d'alba. A guardarla da lontano, dal ponte della nave, nient'altro che un riverbero di cielo, calcinato, domani, dal caldo sole di primavera.
Sull'isola, intanto, Fernando non sospettava di aspettare qualcuno, meno che mai gli occhi di suo figlio, un figlio di cui non conosceva il nome, la faccia, il colore delle scarpe e dei pensieri. Ricardo e Fernando, che andavano incontro al medesimo destino, ognuno senza sapere dell'altro. A dividerli un braccio di mare lungo cinquant'anni e poche miglia marine, nessuna notizia e qualche stella ancora da contare sulla rotta delle balene.
All'indomani, in fondo, mancavano soltanto un pugno d'ore e pesci silenziosi come "perché?". Tutto tempo passato, da passare. Ricardo, di mestiere, faceva l'architetto, progettava desideri e fantasie, prospettive e città invisibili, Fernando, invece, con le mani pescava e scriveva, a volte raccontava all'oceano il tarlo di un dolore. La notte atlantica li sorprese insonni, a contare file di nuvole in rotta col cielo, con quell'iperbole, lassù, che i marinai chiamavano luna.
Nessuno dei due aveva mai più saputo dell'altro. Nessuno di loro due sognò, quella notte, di andare incontro al passato, ai suoi giorni assenti, ad un vento che, ora, spirava a poppa dei propri malfidati ricordi, come un presentimento, una promessa di futuro.
Una notte, si sa, passa in fretta, non passa mai, se hai qualcuno o, piuttosto, nessuno da immaginare, da aspettare. Una notte può essere tutto o niente, se non conosci il suo verso, se non conosci chi, che cosa ti attende.
Le ultime stelle di Madeira, l'isola del padre, riconobbero una nave, le luci appena accese, appena spente, che avanzava lentamente verso l'alba. Da lontano, acqua e terraferma, ormai, già si annusavano, ma nessuna delle due pronunciava ancora il nome dell'altra. Una scia di silenzio rimontava, ora, l'aria serena dell'aurora, passeggera in bilico su un filo teso di brezza. Ad ognuno di loro due, dal proprio laggiù, quell'attesa inconsapevole sembrò lo specchio di un dolore troppo a lungo trattenuto, attesa, in realtà, mai cominciata, mai finita.
Fernando, a ottant'anni suonati, gli occhi umidi e le labbra secche di salsedine e vento, non sentiva quasi più, e quando, da lontano, arrivava un temporale, tremava, solo immaginando il boato del tuono che seguiva il lampo. Così, per farsi coraggio, al mattino scriveva di sogni meravigliosi, anche se, la notte, ormai, non sognava più. Faceva ancora il poeta, il pescatore di sillabe, affacciato alla sua finestra vista oceano, puntando sempre lo stesso scorcio d'infinito. E se c'era da ricordare un figlio mai conosciuto, mai riconosciuto, preferiva non tormentarsi le mani, dimenticare in fretta Hèlene, i suoi vent'anni, Parigi e quella vertigine d'amore da cui era fuggito, scappato via, spaurito, un mattino di tanti anni fa.
Ora che era vecchio, quando calava il tramonto, nell'ora in cui tutto pare dolcemente declinare, finanche il dolore, nel tempo sospeso tra gli ultimi, interminabili istanti di luce ed un lieve, sempre meno vago, annuncio d'ombra, a volte provava a figurarselo quel figlio dispari, perso per il mondo. Allora intingeva le mani nel bianco dei suoi radi capelli e provava a sporcarsi le dita col colore, virato seppia, di un ricordo mancato. Ricardo, invece, quando pensava a suo padre, se lo immaginava alto, magro, uguale a lui, con gli occhi blu come i suoi, e un naso lungo, sempre pronto a fiutare la vita. Ormai, però, non lo cercava neanche più, storia chiusa, morta e sepolta. D'altra parte non avrebbe neppure saputo dove trovarlo, suo padre, l'impensato, a quale angolo di vita poterlo riperdere ogni giorno. Gli restava, nella mente, solo una sagoma anonima, un fantasma, un uomo dal sorriso sconosciuto. Eppure, senza saperlo, senza volerlo, stanotte, gli stava andando incontro, appuntamento fissato da nessuno, cioè dal destino. Chissà che nome avrebbero avuto, chissà che nome avevano l'uno per l'altro, quel padre e quel figlio, smarriti, ora, in un ingorgo di correnti, tra terra e mare, tra mare e cielo, nello spicchio segreto di un piccolo, immenso capoverso del cuore. Intorno a loro tutta acqua andata, andante, acqua da passare ancora, acqua di vento, di vento che non ritorna, che asciuga le lacrime, come panni stesi al sole di un altro invisibile aprile.
Peccato che quando, il giorno dopo, per caso, si ritrovarono, gomito a gomito, in un vicolo stretto di Madeira, nessuno dei due sapesse dell'altro. Si sfiorarono come due perfetti estranei, puntuali al loro imprevisto appuntamento, due sosia che, in realtà, neppure si somigliavano un po'. Solo uno sguardo ignaro, vuoto, un'occhiata distratta, presagio di passato. Due ombre che si attraversarono senza una ragione apparente, un ragionevole dubbio, senza far rumore. Non si riconobbero neanche da un indizio di sangue, da un accrocco d'anima, da un passo dissonante. Niente, nemmeno il tempo d'un improvviso, fugace aggrottìo di ciglia, di un cispo, d'una pagliuzza di rimorso sospesa sul precipizio di una palpebra.
Si ignorarono, semplicemente, come in quella foto, passeggeri assenti, come tanti, ad un inopinato incontro con la propria sorte. Nessuno, d'altra parte, li notò, li vide scivolare uno accanto all'altro, sfiorarsi, forse urtarsi perfino, forse perfino chiedersi scusa, fissandosi per un istante, gli occhi negli occhi, senza riconoscersi, per ritrovarsi mai più.
Ciascuno straniero alla vita dell'altro.
Successe così, a volte succede così, a un angolo di destino, mentre neppure lo sai, neppure lo saprai. Per sempre.

