Indice
- Numero 5 - Agosto 2003
- L'Editoriale - Il mese del Re Sole
- ESTATE: quando andavo al mare con Marotta
- Vincenzone Mellino racconta la vera Piazzetta
- Storia di un agosto di pioggia
- Quel marinaio del '43 in Piazzetta era proprio
- Le estati hollywoodiane
- Sulla mia barca verso Capri con Liz e Burton ubriachi
- Fiona Swarovski, quando l'intervista è cristallina
- La strada di Alfred Krupp tra architettura e felicità
- Sulla piscina di Gracie Fields ascoltando Van Wood tra Faruk, Orson Welles e Soraya
- Un uomo su misura
- Sophia Loren alla Settembrata
- Al figlio del fiordo Anna Magnani regalò le prime caramelle del dopoguerra
- Ventotene tra passato e presente
- L'ottava meraviglia del mondo dove Dustin Hoffman raccoglie pomodori e zucchine
- Il corsaro delle Eolie
- Venezia dove l'acqua prima d'essere alta è molto mossa
- Sergio, faccia di pietra
- Oro et l'adoro
- "Abbronzantissima", la canzone inventata a Sant'Angelo
- Ezio Vendrame il bel tipo che suonava a Napoli l'armonica a bocca
- Il reporter dell'Isola
Venezia dove l'acqua prima d'essere alta è molto mossa
- di Giannino Stringheta
Storie di gondolieri, di una protesta clamorosa, dei cantieri dove nascono le "dame in nero" e degli ultimi maestri d'ascia.
La gondola del poeta Browning e la forcola esposta al museo Metropolitan di New York.
Il disastro di una vogatrice tedesca e la guerra del mandolino.
Una giornata di ordinaria confusione a Venezia dove l'acqua, prima di essere alta, è mossa, molto mossa, e il Canal Grande è una "strada" come ce ne sono in città, intasata da un protesta, da un corteo, da una mobilitazione. Il Canal Grande è lungo quasi quattro chilometri, è largo dai trenta ai settanta metri, ma, parafrasando il titolo di un film famoso, i gondolieri possono ben dire: "Mamma, mi si è ristretto il Canal Grande". Il traffico l'assilla, lo soffoca, lo comprime. E il traffico d'acqua, coi vaporetti, i traghetti, le motonavi a due piani, i motoscafi, le barche commerciali e quelle di servizio, prima di inquinare, innalza onde, scuote, sciaborda, smuove, solleva. Perciò i 405 gondolieri hanno lasciato San Marco, Rialto, San Simeone Piccolo e sono tutti riuniti sulle loro sottili imbarcazioni nere, le più fotografate del mondo, per dire basta allo scuotimento del canale, alle oscillazioni perenni, all'equilibrio sempre più precario cui sono condannati, al rischio di finire in acqua. Invocano calma e limitazioni.
Protestano "Moviola" e "Bùcoi", "Maseneta" e "Cheba", "Stringheta", che è il sinonimo veneziano di gondoliere, e "Ciaci", i soprannomi della laguna, degli equilibristi del remo, degli artisti dello scalmo libero. Le gondole non dondolano più, afflitte e scosse dal moto ondoso del traffico non più sopportabile. I gondolieri fanno anche un sit-in davanti al Municipio, in Ca' Farsetti. Ci sono i due cugini Rudy e Igor Vignotto di Sant'Erasmo, Giampaolo D'Este e Bruno Dei Rossi. Sono gli assi della gondola, i campioni che disputano la regata storica, gli eredi irreprensibili della voga veneta. Ci sono i gondolieri della Cooperativa Daniele Manin.
Una sola gondola non soffre. E' una vecchia gondola di cento anni, ferma in Virginia. E' la gondola acquistata dal poeta Robert Browning e donata al Mariner's Museum di Newport. Lei, per fortuna, non ha conosciuto il sommovimento dei tempi moderni. E' lontana. Ma ci sono gondole in tutto il mondo. Dal 1925, costruite a Venezia, sono andate oltre l'orizzonte della laguna, verso lidi lontani.
Ferme e capovolte per la calafatura sono le gondole allo Squero di San Trovaso, il pittoresco cantiere di queste "dame in nero" che ne costruisce ancora di nuove, una diecina all'anno. Il cantiere ha un sorprendente aspetto tirolese perché risale ai tempi in cui gli artigiani provenivano dal Cadore, dal paese di Tiziano, dalle foreste delle Dolomiti che rifornivano il legno a Venezia.
Per disperazione, anni fa, si pensò di vincere il moto ondoso dotando le gondole di motore, uno scempio, e dal cantiere di Gianfranco Vianello detto "Crea" uscì la prima gondola "a iniezione". Ma fu solo una protesta simbolica. Non fu neanche una novità perché, sul finire degli anni Sessanta, alcuni gondolieri avevano installato un motorino per spingere le barche fino a Murano, una vera oscenità, ma da Venezia a Murano non si poteva proprio andare a remi. Alla fine, il servizio fu soppresso. Niente più viaggi romantici per l'isola del vetro, né a remi né col motorino. Da otto anni durano le proteste vibranti dei gondolieri. Niente cambia. Benché afflitta e disagiata, la gondola resta la regina di Venezia. Lunga undici metri, e pesante 600 chili, continua a procedere su un fianco perché il lato sinistro è più largo di quello destro. E' la sua andatura un po' snob. La carenatura asimmetrica permette ai gondolieri di procedere in linea retta remando da un solo lato. Il fondo è piatto per navigare anche sui fondali più bassi. E' una dama complicata, la gondola, composta di 280 parti. Complicata e vestita dei legni più nobili, il rovere, l'abete, l'olmo, il noce, il ciliegio, il tiglio, il mogano, il larice. Il ferro dorato a prua, contrappeso al gondoliere, ha una sua simbologia. La parte ricurva sarebbe il simbolo del corno ducale e i sei denti i sestieri in cui è divisa Venezia.
Dal 1884 esiste il cantiere dei Tramontin. Costruisce gondole a Dorsoduro con l'ascia e la pialla, la sega e il martello. Il legno viene scaldato col fuoco di canne di palude per ammorbidirlo e lavorarlo convenientemente. Dorsoduro, tra il Canal Grande e il Canale della Giudecca, dal Palazzo Foscari al Ponte dell'Accademia, è il sestiere di sette isole dove si trova lo Squero di San Trovaso. Franco Furlanetto costruisce remi e forcole, prodotti artigianali di cui alcuni esemplari sono esposti al museo Metropolitan di New York. Esiste dal 1307 una Corporazione dei costruttori di forcole e remi.
La forcola è lo scalmo a poppa per la voga in piedi dei gondolieri, un'autentica scultura ricavata da un quarto di tronco di noce lavorato con l'ascia e con la sega a nastro, con ferri caratteristici e lisciato col raschietto e la carta-vetro, rifinito con olio paglierino. E' una scultura complicata con le scalanature dai nomi tipici, il "comito", la "sànca", il "mesanin", il "nasèlo dé soto", il "mòrso dé sora", dove il remo si poggia nelle varie manovre. A queste "sculture" e ai remi si dedica Saverio Pastor nei capannoni ottocenteschi del Con-sorzio della cantieristica minore veneziana alla Giudecca, famosi i maestri Giuseppe Carli, il re delle forcole, e Gino Fossetta, il mago dei remi.
Molte altre cose si potrebbero dire, ma l'acqua è mossa e le gondole non hanno voglia di parlare. I 405 gondolieri, poi, calzoni neri e casacca bianca d'estate, blu d'inverno, hanno ben altro per la testa. E così tanti racconti sfumano. Come il racconto agitato di quando, quattro anni fa, una giovane donna testarda si muoveva dal molo del Giglio e faceva avanti e indietro sul Canal Grande con una gondola-traghetto. Voleva il patentino di gondoliere, si chiamava Alexandra Hai, aveva 32 anni e un passaporto tedesco, e da cinque anni viveva a Venezia. Ma fu bocciata agli esami, non perché fosse donna, ma perché sbagliò in due prove consecutive andando a sbattere e incastrandosi nel ginepraio di rii dietro San Marco. E, poi, quel lontano racconto, al tempo del sindaco Nereo Laroni, quando scoppiò "la guerra del mandolino". L'assessore Augusto Salvadori invitò i gondolieri e i cantastorie lagunari a non intonare "O sole mio", "Funiculì Funiculà", e altre melodie napoletane, e a recuperare la canzone veneziana. Un consiglio, non un diktat, disse l'assessore. Ma da Napoli partì una "spedizione punitiva". Era il 1986. Guidati da Gianni Gargiulo e trascinati dal tenore Lello Di Domenico, dopo l'anatema di Mario Merola, giunsero a Venezia gli Scugnizzi di Palepoli, un gruppo di dodici musicisti del Consorzio campano teatro e folklore. Si imbarcarono su un "bragozzo" navigando e cantando sul Canal Grande, una parata travolgente con "Tammur-riata nera" e "O sole mio" dal Tronchetto sino a Ca' Farsetti davanti alla sede comunale e poi a Ca' Giustinian, la sede dell'assessorato veneziano al turismo. Tamburi, mandolini e chitarre del Golfo ebbero partita vinta. La pace fu "firmata" e festeggiata davanti al risotto di pesce dei "Do' Forni" fra napoletani e veneziani. Più nessuna ostruzione alla canzone napoletana, famosa nel mondo e richiesta dai turisti anche a Venezia. I gondolieri riportarono nel loro repertorio canoro le melodie di Napoli.

