Ventotene tra passato e presente

- di Maria Clara Nitti

Le reti di Crescenzo, il peschereccio di Cristoforo, le barche di Giovanni, le cime di Ciro, le pizze di Enzo.
Sono i personaggi che conservano le radici antiche dell'isola.
L'esilio delle ingombranti donne romane. Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, i confinati dal fascismo che sognavano l'Europa unita.
Il porto romano, miracolo degli scalpelli che modellarono il tufo.

Molte cose sono cambiate in questa piccola isola, dell'arcipelago pontino. Ventotene, 2700 metri di lunghezza e 139 di altezza, negli ultimi vent'anni è stata travolta dal vento caldo e devastatore del turismo di massa ma un'isola che ha saputo resistere a duemila anni sa ancora opporre una strenua resistenza e chi vincerà è ancora tutto da dimostrare.
A dimostrarlo non solo l'incanto del mare e la costante friabilità delle sue coste in continua evoluzione ma anche certi personaggi e le loro famiglie, terre di mezzo, a cavallo tra passato e presente che hanno, a volte loro malgrado, saputo conservare le tracce del passato.
Testimonianze di quell'isolamento dettato dal destino che ha visto l'isola protagonista di tanti esili, da quelli di lusso per donne romane giudicate dai loro uomini, imperatori di un regno troppo vasto, ingombranti e difficili, come Giulia e Ottavia, rispettivamente figlia di Cesare Augusto e moglie di Nerone, o come quello terribile ma illuminato, di migliaia di confinati politici dell'era fascista che dal chiuso del loro campo hanno immaginato e gettato le fondamenta del futuro dell'Europa come Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi.
Oggi scendendo dal traghetto e muovendo i passi verso il porto romano, miracolo dell'ingegneria, scavato a forza di scalpello in un blocco di tufo, ci sono facce che rimandano a tutto questo, a quando allora bambini respiravano l'aria dell'isolamento e che oggi rimangono storditi dalle invasioni del weekend. Crescenzo oggi pulisce le reti per diletto. È in pensione, ha lavorato sulle navi, ma con suo padre Stefano le reti le puliva per mangiare e se lo ricorda bene, parla sempre del tempo che fu, eppure nel continente sarebbe considerato ancora "giovane". A lui tutta questa modernità non piace troppo e se deve portare i "forestieri" a fare il bagno preferisce mandarci suo figlio.
Cristoforo, invece, lui è il passato in persona, la coerenza con le origini. Vestito a volte come i pescatori di oggi non si vestono più, ha concesso al futuro unicamente quella scritta "pescaturismo" che compare sul suo peschereccio, sempre quello da tanti anni e su cui ogni giorno, praticamente l'unico, esce a pesca, getta le reti lontano e le va a riprendere tornando con il suo bottino, mai vano ma non più quello di un tempo, in cui il merluzzo è garantito accompagnato a volte da accesi scorfani e impressionanti rane pescatrici e tentacolari granseole. Anche qui è un fatto di famiglia. Sulla barca, paziente e insensibile alla ruvidezza del marito, la moglie Anna è sempre presente, con una mano al passeggino e una alle reti.
Pochi metri più avanti Giovanni, a lui l'isolamento è toccato portarlo avanti, non ci vede quasi più, ma ogni tanto l'istinto di "agguantare" una cima, la sfida di fare un nodo vince sul destino e gli regala un sorriso soddisfatto.
Intorno a lui tutta la famiglia cerca di traghettare verso il futuro tra ormeggi, noleggio barche e boutique, ma lui è lì pronto a raccontare il passato di quando navigava lontano sulle "navi grandi assai" o di quando i primi "forestieri" eccentrici e incomprensibili sbarcarono sull'isola. A pochi passi da lui Enzo, uno dell'infinita schiera dei figli del "pazzariello" (personaggio al limite tra mito e realtà) che oggi sovrintende ad una schiera di figli e nipoti che noleggiano barche e sfornano pizze in clima crescente allegro e cordiale. Lui taciturno e sospettoso guarda tutto e tutti e preferisce rimanere a lato, appoggiato alla sua "apetta" carica di prodotti dell'isola con un pizzico di poesia e un margine di mistero.
Accanto a lenticchie, conserve, capperi, origano e rosmarino a volte, infatti, compaiono misteriose piante dai colori e dalle forme inconsuete per essere portate in tavola, che colpiscono l'attenzione dei passanti che, incuriositi e sicuri di aver trovato una rarità, si informano su cosa siano, speranzosi di ricevere in cambio un segreto da trasportare sul continente e ricevono indietro un "no, niente, mi piaceva per abbellire il carretto e l'ho raccolta". La verità a volte è molto più eterea e vanitosa delle apparenze. Schivando un pulmino, saltando qualche tavolino ed evitando il mare di bombole da sub dei vari diving esistenti sull'isola, ci si imbatte in un'altra famiglia che da sempre caratterizza le attività del porto, la famiglia di Ciro. Si potrebbe pensare che lui e la sua massa di capelli ricci siano una caratteristica intrinseca delle banchine del porto, parte integrante delle pietre.
Lavoratore fin da piccolo, con suo padre Ugariello, pescava, pescava, pescava. Il poco tempo libero a disposizione lo ha impiegato solo per sposarsi (praticamente adolescente) e mettere al mondo i suoi 5 figli, che oggi sono cresciuti e a volte sembrano suoi fratelli. Abbandonata la pesca, è stato il primo e per tanto tempo l'unico, a gestire e organizzare gli ormeggi delle prime barche da diporto che si avventuravano sull'isola, con un piglio non sempre bonario, ma in fondo gentile con tutti, la battuta pronta a sottolineare l'incapacità di alcuni diportisti. Era il "padrone del porto" nel bene e nel male in un eterno movimento, quasi una danza acrobatica che lo vedeva capace di salti improbabili per chiunque da una barca all'altra. I figli oggi cercano di proseguire il lavoro, più organizzato, più legalizzato e sicuramente meno frenetico di allora con una flemma che a volte non fa giustizia al padre, ma che anche lui ha imparato a sopportare come specchio dei tempi e come testimonianza del benessere, ma certi giorni gli prudono le mani ed è difficile resistere alla tentazione di togliere il timone dal comando dell'ennesimo avventuriero del mare con megamotoscafo e minicompetenza.