Indice
- Numero 7 - Marzo 2004
- L'Editoriale - Ombrelli e mimose
- Una bandiera per Capri
- L'ISOLA alza le vele
- Finalmente a Sabaudia
- Perché il governo Berlusconi ha tagliato i fondi all'Ancim?
- Il mare di casa
- Il marinaio con la chitarra che spiegò a Marilyn Monroe il significato di "maruzzella"
- Una donna sola al comando, è la capitana di Procida
- Il sentiero degli aghi di pino
- Il mare a Bologna
- Quei due gentiluomini a passeggio per le stradine di Anacapri
- Un posto magico dove entri zingaro ed esci Cary Grant
- L'antologia delle isole
- Sotto una tenda all'isola di Wight
- Viaggio a Filicudi
- La farfalla di roccia che inganna i tonni
- Arti superiori
- L'incontro a Succhivo con un nobile leone
- Il pittore dei palazzi e della luce di Capri
- Il reporter dell'Isola
Viaggio a Filicudi
- di Claudia Forlani
Lo sbarco nell'isola delle felci, dei versanti scoscesi e delle terrazze di ginestre. L'itinerario dal piccolo porto dominato da Capo Graziano sino al borgo marinaro di Pecorini. La scoperta della spiaggia delle Punte e della Grotta del Bue Marino. L'affascinante profilo degli scogli di Montenassari e l'obelisco di roccia vulcanica familiare ai naviganti.
Non ci vuole poi tanto per raccogliere l'invito della selvaggia ed elitaria Filicudi, isola delle felci, geologicamente la più antica, con Alicudi, delle isole Eolie. "Sì, è su quest'isola, fuori dal mondo, che si viene se si ha particolare qualità d'anima; se si amano i profondi silenzi, gli spazi disabitati, il contatto con la natura, il bello che convive con l'orrido in una rapsodia che sa di primordiale e misterioso".
Tanto basta a pungolare la gitana che si tuffa nell'ampia gonna a balze blu e rosse, e certa di sopravvivere al ruvido rifiuto dell'isola, parte verso Filicudi. L'impatto alle sette del mattino con il piccolo porto già le apre lo stomaco, scatenandole una fame ambigua, mista, doppio desiderio di dolce e salato.
Pochi metri appena, forse cento passi, ma snodati in una gimcana nervosa tra i bruni e impassibili figuranti del porto, e addenta un cannolo di bottega. Butta giù quasi senza masticare. Poi ne prende un altro per soffermarsi sul sapore. Sa di buono. Resta ancora il desiderio salato.
Intanto, nel brusio della banchina, due occhi alla Carunchio indovinano la sua destinazione sull'isola, mormorando: "Ce la porto io a Pecorini". È l'indigeno denominato "il Randagio".
È pieno giorno, c'è tanta gente, il pulmino di Pino si riempie di altri "pecorini". Va col brutale nocchiero con in mano un panino farcito di tonno e insalatina agguantato dal banco del porto.
Di fianco alla gitana siede un donnone ansiogeno. Immagina il grosso phon nella sua valigia rigida, accanto al bigodino da piega e alla immancabile lente di ingrandimento. Si compiace delle ridotte dimensioni del suo bagaglio cucito a mano e coloratissimo, profumato e disordinato. Perdersi nella solitudine della propria libertà. Guarda il Randagio e sa che ce la farà. Perché senza parlare e senza toccare, di quell'uomo sa già molto.
Con il Randagio la zingara lascia l'approdo del piccolo porto dominato da Capo Graziano, poi percorrono la rotabile che collega il porto a Val di Chiesa, dove sorge il tempio di Santo Stefano, e all'antico borgo marinaro di Pecorini Mare dominando la bellissima spiaggia delle Punte e di Filo di Lorani. Da qualche parte, laggiù, la splendida Grotta del Bue Marino, probabilmente un tempo rifugio della Foca Monaca, con la spiaggetta che si è formata sul fondo.
Il percorso si snoda tra i fichi d'India che evocano le novelle di Verga, dolci terrazzamenti con le coltivazioni di capperi, le fantasiose fioriture della macchia mediterranea, basse per resistere agli assalti del vento e agli spruzzi dei marosi. Versanti scoscesi, coste rocciose, declivi formati da terrazze rivestite di boschi di ginestre, strette valli e dirupate scogliere, coste ora severe ora ridenti caratterizzano questa piccola isola formata da un gruppo di crateri. I suoi occhi catturano l'aspra bellezza della costa, classica ed austera, e l'antico percorso delle "trazzere", le vecchie mulattiere dove ancora oggi numerosi si incontrano i pazienti asini.
Il pulmino sale sulla Montagnola di Pecorini che domina l'abitato omonimo sulla costa sud dell'isola. Dal mare limpidissimo e cristallino sbuca il fantastico profilo degli scogli di Montenassari, di Punta Zotta con il faro, del Giafante simile a una torre, del Mitra e del Notaro e, infine, l'altissimo obelisco di origine vulcanica che fa da faro ai naviganti e che per la sua forma è chiamato la Canna.
Poi la zingara inizia la discesa verso Pecorini mare, il suo indirizzo per le prossime due settimane, dove le case sono raggruppate attorno al piccolo porto. Nel pulmino che trasuda i 40 gradi da sud est, il donnone suda e si unge di affettato.
Piano piano entra in uno di quei posti che sono come piccole comunità ostili al resto perché blindate da un ritmo incalzante e lento di abitudini, un altrove in cui tutto si ripete con meticolosità e precisione quasi ossessive per esorcizzare l'orrido della paura del mondo nell'armonia delle imperfezioni, nella dolcezza di suoni e sibili che non frastuonano, nel vento che a Filicudi trova accordi musicali altrove impensabili, nel calore di contatti intensi ma bruschi, nella verità di poche parole.
Conosce il suo padrone di casa, il vulcanico avvocato Pellegrino. Per lui Filicudi è un'isola impregnata di dolcezza e di magia, ma di quella magia che ti porta a realizzare i sogni semplici e forti che stanno negli animi degli uomini che amano le cose semplici. Parole che cordialmente stonano con la sua aria ruvida e fiera, furba e vincente, ma nello stesso tempo riempita di un rosso vivo e vitale delle genti che hanno molta "polpa" ma per ragioni insindacabili la donano con parsimonia. Sicuramente alla moglie, la pittrice scozzese Alina Maslosky, che 25 anni fa si innamorò del mio ospite e del luogo magico, abbandonando per sempre le brume di Edimburgo per i paesaggi solari delle Eolie.
Sola e libera. Per la gitana l'approdo ruvido in quella terra di nessuno è cordiale. Quella cordialità che ancora stupisce. Sentimento profondo che viene dal cuore, amichevole e affabile, che non si nutre di profonda conoscenza o annosa frequentazione, ma che riscalda e accoglie senza fare domande. Atmosfera fatta e frequentata da gente attenta ai nomi più che ai cognomi, incline al passo più che alla corsa e spesso capace di ascoltare. Cordialità imparentata con il concetto nobile dell'amicizia. Lei, che l'amicizia la preferisce essenziale e dura come la pietra, preferendo un'affabile durezza ad una ipocrita gentilezza, la cordialità la riconosce subito nel silenzio degli occhi del vecchio Nino, ottantenne abitante del borgo, con due tondini di cielo scavati nella roccia dura del viso rugoso. Affabile come la vera amicizia che è scambio di umori veri. La zingara ha scovato in questa piccola terra quelle "tracce di felicità ancora da afferrare" che per Calvino rappresentavano il vero scopo di ogni esplorazione. Felicità ed emozioni che si ritrovano anche nell'eccentrico cenacolo di Filicudi che si rinnova sapiente e fiero nella più piccola e breve biennale del mondo, quando i numerosi artisti che vivono o hanno dimorato sull'isola espongono i loro lavori per una notte nella villa dell'architetto svizzero Jacques Basler.

