Viaggio all'Isola di Pasqua

- di Mimmo Carratelli

È il più isolato pezzo di terra abitabile del mondo, piantato nel Pacifico a 3743 chilometri dalla costa cilena.

I tre vulcani e il mistero delle gigantesche statue di pietra.
Rivelata al mondo dall'esploratore danese Jacob Roggeveen il 5 aprile del 1722, giorno della Resurrezione.
Ma il nome indigeno è Rapa Nui che significa Grande Roccia.
Un terminal in legno all'aeroporto.

Le pensioni e i ristoranti di Hanga Roa, il capoluogo di 300 case. Duecento vecchie berline americane fungono da taxi.
Cavalli e mountain-bike per le escursioni.
Due discoteche e, a gennaio-febbraio, la grande festa per l'elezione della regina di bellezza.

A Pasqua, all'isola di Pasqua. Elementare, Watson. Ma per Carlo era diventata un'ossessione. Il nostro amico, due anni fa, andò a Natal, nello stato brasiliano del Rio Grande do Norte, ovviamente a Natale. Ci spiegò: "Natal è stata fondata il giorno di Natale del 1535 da marinai portoghesi. Ma non è finita qui. Il 6 gennaio i portoghesi eressero la Fortaleza dos Reis Magos".
Carlo ha questa singolare fissazione dei luoghi che lo rimandano alle feste comandate. Natale con i tuoi e Pasqua con chi vuoi.
Effettivamente, a Natale, Carlo è andato con i suoi a Natal, sulla costa orientale del Brasile, sotto l'equatore, facendo i bagni alla Praia do Meio, e a Pasqua, " con chi vuoi", è andato all'Isola di Pasqua con la fidanzata segreta. Ne è tornato come un invasato rastrellando libri sull'isola, completamente perso nel mistero delle statue gigantesche.
Carlo ha ora un biblioteca sufficiente per perdere la testa sui misteri dell'Isola di Pasqua. Ha il libro dell'etnologo norvegese Thor Heyerdahl che attraversò il Pacifico per 400 miglia sulla zattera "Kon-Tiki" nel 1947 e sbarcò sull'Isola di Pasqua. Ha una relazione dell'esploratore britannico James Cook e un libro del naturalista tedesco George Forster che si imbarcò con Cook nel 1774 ed entrambi videro l'Isola di Pasqua. Ha annotato i tre viaggi che il grande disegnatore riminese di fumetti Hugo Pratt fece tra il 1967 e il 1992 all'Isola di Pasqua. E' informato delle tre missioni capeggiate dal direttore del Centro italiano di studi e ricerche archeologiche precolombiane Giuseppe Orefici che giunsero all'Isola di Pasqua. Ha un qualche carteggio del navigatore francese Jean François de Galaup de La Pérouse che, nel 1785, raggiunse l'Isola di Pasqua. E' al corrente degli scavi del paleontologo David Steadman all'Isola di Pasqua. Ha questo e altro, e continua a ripetere il verso che Pablo Neruda ha dedicato all'Isola di Pasqua: "Qui il vento fondò la sua casa, chiuse le ali e visse".
L'Isola di Pasqua non è dietro l'angolo. E' stata definita l'isola più isola del mondo, un triangolo di roccia vulcanica perso nel Pacifico, il più isolato pezzo di terra abitabile. E' stato scritto: "Partendo dalle sue coste una nave può percorrere migliaia di chilometri in qualunque direzione senza mai scorgere terra". La costa del Sudamerica, diciamo la costa del Cile, è a 3747 chilometri. Carlo dice: "E' meraviglioso".
Carlo si è imbarcato a Roma su un aereo che lo ha portato a Madrid, da Madrid è volato in 15 ore a Santiago del Cile, a Santiago è salito sul Boeing 767 che collega, in quasi sei ore, la capitale cilena con l'Isola di Pasqua tre volte la settimana. L'Isola di Pasqua è sette ore indietro rispetto all'Italia. Anche dopo avere smaltito il fuso orario, Carlo continua a ripetere: "E' meravigliosa".
Sull'isola di Pasqua Carlo possiede informazioni, racconti, leggende, indirizzi e precisazioni tra le quali la più banale è questa: "L'isola si chiama così perché fu rivelata al mondo dall'esploratore danese Jacob Roggeveen che vi sbarcò il 5 aprile del 1722, che era il giorno di Pasqua. In realtà, il suo nome è Rapa Nui". Sul nome Carlo s'infervora: "Heyerdahl ha scritto che Rapa Nui significa Grande Rapa. Una follia. Rapa Nui significa Grande Roccia".
Carlo è pieno di dubbi e interrogativi sull'Isola di Pasqua, ma ha qualche certezza, non solo quella del nome: "E' un'isola con tre vulcani piantata in mezzo all'Oceano Pacifico, alcune centinaia di chilometri a sud del Tropico del Capricorno". Chiediamo: "Alla latitudine di Johannesburg?". Carlo taglia corto: "Non banalizziamo". Sull'Isola di Pasqua non si può scherzare con Carlo. "Gli abitanti si chiamano pasquensi" concede. Poi precisa storicamente: "L'isola appartiene al Cile dal 1888". Ma quant'è grande?, chiediamo. "170 chilometri quadrati" risponde con precisione Carlo. Quattro volte Ischia, azzardiamo. "Continuiamo a banalizzare" ribatte Carlo. "Ma una cosa posso dire: è un'isola triangolare, come la Sicilia".
Quando il discorso cade sulle statue gigantesche, Carlo raggiunge l'estasi. "Sono alte fino a dieci metri e pesano dozzine di tonnellate. Sono statue di tufo malleabile. Ma io parlo di quelle che stanno ancora ritte sulle piattaforme. Come i quindici Moai, si chiamano così le statue, che ho visto allineati a Tongariki o i sette di Akivi, restaurati nel 1960 e gli unici che guardano verso il mare. Invece, i Moai appena abbozzati e abbandonati distesi nelle cave, circa settecento, arrivano a venti metri e pesano fino a cento tonnellate". Alti come una casa di sette piani, diciamo imprudentemente. "Un'altra banalità" commenta Carlo.
Ma chi sono questi "Moai"?
A Carlo piace la nostra curiosità: "Ce ne sono sparsi in tutta l'isola. Rappresentavano gli antenati delle prime popolazioni polinesiane di Rapa Nui. Pare che siano stati costruiti tra il 1200 e il 1500. Quelli issati sulle lunghe piattaforme, ce ne erano una volta cinquecento, danno tutti le spalle al mare, tranne quelli di Akivi. Dal mare sconfinato non poteva arrivare nessuno, pensavano i rapa-nui. Le statue guardavano verso l'interno, verso i villaggi, per trasmettere agli abitanti l'energia spirituale che possedevano. Ho visto gli occhi dei Moai che sono fatti di corallo bianco e ossidiana nera".
Guardiamo le fotografie scattate da Carlo. Sono statue monche, diciamo. "Non sono a figura intera. Finiscono all'anca". Sono molto spigolose, osserviamo cautamente, Carlo potrebbe innervosirsi. "Hanno la testa allungata e rettangolare, la fronte bassa, la bocca piccola, gli occhi incavati, il naso sporgente e il mento tagliato a spigolo aguzzo e sporgente anch'esso, come se avessero una lunga barba. Alcuni hanno un gigantesco copricapo, come una corona, di pietra rossa".
Carlo socchiude gli occhi e certamente rivede le statue gigantesche di Tongariki e Akivi. Ma come fu possibile ai rapa-nui costruirle e trasportarle dalle cave ai siti prestabiliti? "Bella domanda - dice Carlo. - Si è tentato di dare una risposta soddisfacente. Come facevano i rapa-nui a scolpire i Moai? Usando scalpellini di pietra dura". Non conoscevano il ferro e non avevano altri attrezzi, neanche un "Black&Decker" ci vien fatto di scherzare, ma non lo diciamo a Carlo. "Scalpellini e accette di pietra dura e poi corde di cortecce tigliose e fibre vegetali per trascinare le statue facendole scorrere su tronchi d'albero e rulli di pietra. Grandi scultori e grandi ingegneri erano i rapa-nui come non riusciamo a immaginarli. Scolpire, trasportare e issare quei grandi monoliti. Formidabile".
Ma com'è poi questa Isola di Pasqua: selvaggia, desolata, inabitata? Carlo si fa serio, perdona la nostra ignoranza e ci informa: "Ci vivono tremila polinesiani e ispanici, ma non sanno nulla del passato. Però hanno messo su una efficiente industria turistica. Rapa Nui ha l'aeroporto col terminal in legno. C'è sempre un'affittacamera che ti aspetta. La senora Maria è la più conosciuta, un'altra è la senora Lucia Riroroko, titolare della pensione Mahina Taka Taka. Ci sono quattro alberghi sull'isola che, una volta, si girava a cavallo. Oggi, ci sono duecento taxi, vecchie berline americane sgangherate, ma è possibile noleggiare jeep, mountain-bike e cavalli. Hanga Roa è il posto più abitato, trecento case tra orti e prati. Domina una baia bellissima. Tutti i ristoranti sono ad Hanga Roa. Servono un piatto di tonno crudo condito con limone, olio e cipolla, poi calzoni ripieni di tonno e formaggio. Uno dei ristoranti più frequentati è quello di Berta che serve pesce crudo marinato nel limone oppure la bistecca di tonno. Altri locali hanno una buca per terra riempita di pietre roventi: vi stendono foglie sulle quali cuociono pesci vari, carne di bue e di maiale e verdura. Avete voglia di ballare? Ci sono anche due discoteche a Rapa Nui, due baracche di lamiera, la "Toroko" e la "Piditi", con musica a tutto volume, ispanica, reggae e rock".
Misteriosa, lontana e affascinante è Rapa Nui che ha anche la scuola, l'ospedale e l'ufficio postale, ma non ha il bancomat e i telefonini non hanno campo. Carlo sa più di quel che dice. Si lascia andare a un consiglio: "Andateci tra gennaio e febbraio quando viene celebrata la festa della Tapati Rapa Nui. Le famiglie dell'isola si sfidano in gare di corsa, canoa, nuoto e nella folle discesa dalla collina di Munga Pui su fusti di banano. Poi c'è la sfilata di carri e orchestrine. Infine c'è la parata delle miss locali per eleggere la regina dell'isola che viene incoronata a mezzanotte in punto in riva all'oceano".
Sono belle le ragazze di Rapa Nui?, chiediamo a Carlo. "Polinesiane" risponde seccamente. Nasi piatti, bocche grandi, corpi ambrati. E ridono sempre.