Viaggio in Mauritania

- di Nicola Dal Falco

Noukchott sembra una città inventata.
Riso e pollo, delizia africana. Di notte la sabbia risplende come neve sotto la luce della luna. L'enorme serbatoio di Akjoujt.
La valle di Terjit da dove il nostro cammino prosegue sino ad Atar. Una catena di montagne dalle cime squadrate.
I manoscritti della Maison du Bienetre. Il Cuore del Serpente, un cratere di una trentina di chilometri di diametro. Uadan come un borgo medioevale. I ruderi del Fort Saganne creato per un film con Gérard Depardieu. Le piroghe di Tiouiljt e la danza dei delfini.

Noukchott, sulla costa atlantica della Mauritania, sembra immersa in un lago ocra, le ultime case sono sparpagliate nel deserto come un campo di tende. La città non finisce, si perde. Virando per atterrare il sole brilla sull'ala e su centinaia di tetti di lamiera mentre verso il mare la foschia nasconde la spiaggia e con essa il confine tra due oceani: l'Atlantico e il Sahara.
Venti anni fa non c'era niente. Città inventata, conficcata nella sabbia come i pali delle tende. Ogni tanto la brezza gonfia le cime delle acacie; sotto i piedi è un mosaico di conchiglie, strade e marciapiedi ne sono lastricati.
Pranziamo al ristorante "Le Frisco" con bistecche, riso e pollo, quest'ultimo veramente all'altezza della fama africana. La musica, rovesciata sulle teste dei clienti, ricorda certe selezioni di fine estate firmate Fausto Papetti e il suo sax. La carne è ottima, ha un gusto deciso, viene fatta frollare e risulta anche più morbida.
L'aria sciropposa è carica di umidità che sale dall'oceano. Tre Toyota, modificate, con i serbatoi d'alluminio per l'acqua montati davanti al radiatore e nel vano posteriore, ci aspettano in un vicolo. Seguiremo la strada asfaltata per Cinguetti. Il viaggio di cinque giorni non si discosterà molto da questa arteria che sulla carta segna una linea decisa in direzione est-nord-est.

Ultime baracche e vaste discariche dove pascolano ascetici alcuni asini. Dal collo poderoso si dirama una striscia nera a ipsilon che termina sulla pancia tesa. Il mantello beige e il muso bianco gli conferiscono un'aria elegante e triste. Solo in Africa l'immondizia si ammucchia in strati sottilissimi e appare, come qui, setacciata, letteralmente polverizzata. Alle 15, ecco la dogana. Il poliziotto si lava accuratamente mani e piedi e prega, imitato dagli autisti. Per tre volte al giorno, ovunque ci troveremo, l'offizio religioso verrà rispettato. Un sottufficiale ci chiede un passaggio fino ad Atar. Ha la mimetica verde e una pesante browning col calcio d'osso al fianco. Lo chech gli avvolge il viso scarno. Nonostante i capelli grigi mostra un'età indefinibile. Dispensa consigli di guida all'autista. Le buche nell'asfalto ci costringono spesso a correre con due ruote sulla strada e le altre fuori, leggermente inclinati. Ogni trenta-quaranta chilometri, puntualmente, incontriamo dei casotti, piccoli ristoranti dove un piatto di pollo fritto costa 800 ughia, circa dodicimila lire. I bordi della pista sono seminati di carcasse arrugginite. Lo scheletro di un grosso camion articolato è quanto resta di un agguato del Polisario all'inizio della guerra. Poi, la Mauritania si ritirò dal conflitto, rinunciando al controllo dei ricchi giacimenti di fosfati, annessi dal Marocco.

È già quasi buio quando scegliamo tra i cespugli spinosi uno spiazzo per il campo. Nelle ultime due ore abbiamo incontrato delle piccole dune isolate, quasi avessero rovesciato dei vasetti di cipria. La strada è più trafficata di quanto immaginassi e fino a tardi si inseguono i fari nella notte.
Si è alzato il vento; mangiamo con gli occhiali da sole. La lampada a gas che illumina il tavolo fa sembrare la notte più scura. La sabbia risplende come neve sotto la luna.
Akjoujt, dove arriviamo al mattino, è dominata da un enorme serbatoio d'acqua che spunta tra colline riarse. Compriamo il pane, delle baguette morbide con poco sale e molta mollica. In tutte le botteghe del suk dove mi affaccio ci sono delle donne dietro il banco o accoccolate sulle stuoie accanto all'uscio. Alte, a viso scoperto, parlano accarezzandosi il collo del piede. Qualcuna prepara il tè, altre si puliscono i denti con un bastoncino. Tutte soppesano con uno sguardo obliquo, sovrano, il possibile cliente. Il commercio è nelle loro mani, un punto a favore dell'Africa nera sull'Islam.
Prima di Atar deviamo in direzione di Terjit, una valle incassata dove cola un ruscello tra palme di datteri. Scorre a piccoli salti nella terra rossa e gocciola lungo la parete di roccia dentro un bacile di ferro. Nel ruscello ci siamo lavati e alla fontana abbiamo bevuto lunghi sorsi.
Dall'oasi di Terjit fino ad Atar ci vuole un'ora e mezza. La catena dell'Adrar con le sue cime squadrate si tinge di rosa. Tiriamo dritti verso il passo di Amagjar per una strada aperta da poco a colpi di dinamite, arrivando a Cinquetti col buio.

Alloggiamo alla Maison du Bienêtre, il che significa dopo 500 chilometri, alcune stanze che si affacciano su un fitto giardino, un piano rialzato coperto di tappeti, cuscini e sormontato da una tenda bianca, acqua corrente potabile, bagno e doccia. La mattina, al canto degli altri uccelli si aggiunge l'upupa. Il padrone di casa, un mauro dai tratti e i modi aristocratici, non avrebbe sfigurato ai tempi d'oro di Cordova e Siviglia. È anche il custode di una piccola biblioteca di manoscritti, mangiucchiata dai topi. La biblioteca assomiglia al paese, settima città santa dell'Islam che la sabbia morde e ricopre lentamente, con un passato senza eredi; le pagine sono fitte di scrittura, simile ai mille segni che graffiano la superficie delle dune: impronte di zampette, fili d'erba, granelli di quarzo, piume. Se un tempo i libri scritti a Cinquetti venivano letti anche in Europa ciò era possibile per le enormi ricchezze accumulate con il commercio degli schiavi e accentrate in poche mani.
Una piana, l'oued Cinquetti, divide la città vecchia dalla parte nuova. La imbocchiamo diretti ad est, incontro alle dune, color oro e pesca. Cercando un passaggio tra un cordone e l'altro ci insabbiamo sei volte. Pic-nic sotto le acacie e verso sera campo a Uadan. Abbiamo percorso 65 chilometri, l'ultimo tratto su un fondo duro e uniforme.

Alba coperta, illusoria sensazione di fresco. Ci attende Guelb er Richat, il Cuore del Serpente, un cratere di una trentina chilometri di diametro, avvolto in una tripla spira di colline. Origine incerta: o vulcano imberbe mai esploso o meteorite. Sul fondo affiorano delle rocce bluastre con sopra stampata l'impronta di alghe vecchie almeno quattrocento milioni di anni. Due figure nere scalfiscono l'orizzonte. Sono donne partite in cerca dei cammelli fermi al centro del cratere.
Abbandoniamo questo luogo tabù incrociando alcuni tumuli, delle tombe circolari prearabe.
Aggrappata alla collina, Uadan assomiglia a certi borghi medievali. L'impasto di fango, sterco e paglia non ha tenuto e la maggior parte delle case in pietra è crollata formando una muraglia instabile. Costeggiando il palmeto troviamo un sentiero che sale all'altezza del pozzo fortificato. Vecchie porte, antiche serrature in legno, torri-latrine. Nel cortile di sabbia della moschea i versetti del Corano sono martellati su delle pietre. Una vecchia cuce degli stracci, mentre il panettiere inforna.
Di nuovo verso Atar, attraverso le montagne dell'Adrar, alte in media 800 metri. Grande travaglio del paesaggio: letti millenari di fiumi, altipiani, forre, giganteschi ghiaioni e un forte della Legione, Fort Saganne, costruito quattro anni fa per il film con Gérard Depardieu e crollato per una buona metà. Si dorme ad Atar, all'hotel degli Almoravidi che tra il 1000 e il 1100 estesero il loro impero dal Senegal alla Spagna. Partirono un giorno proprio da qui, da queste montagne, a cammello.

Sveglia all'alba per essere all'oceano entro sera. Sarà circa l'una quando con una rincorsa superiamo la cresta della duna che ci nascondeva le case di Bennichchab. Dietro il cancello c'è l'acqua, «une minière d'eau» come dice Marabout. Alla sorgente riempiono 60mila bottiglie al giorno. In una trentina di metri cresce un soffice tappeto d'erba, razzolano una ventina di papere e brucano due cavalli. Quasi una caricatura di quello che potrebbe essere e non è il deserto.
Infine, odore di mare. A Tiouiljt stanno rientrando le piroghe. Compriamo il pesce e risaliamo la costa cercando un posto per il campo prima che si alzi troppo la marea.
Quest'ultima notte in tenda è la più fresca; qualcuno vedrà anche gli sciacalli. Al mattino, un branco di delfini nuota a non più di dieci metri dalla riva, diretti a nord verso il banco d'Arguin, puntuali all'appuntamento con i pescatori Imraguen, soci nella pesca. Per una strana fratellanza, quando gli uomini scendono in acqua battendo la superficie con i bastoni, i delfini spingono nelle reti i cefali di cui vanno ghiotti.