Vittorio De Sica inventato da due carabinieri

- di Pietro Gargano

L'aneddoto sui suoi inizi di cantante.
Bocciato da Ernesto Murolo.
Il soggiorno napoletano. Dalla banca al teatro: al provino recitò "La cavallina storna".
Il debutto nel cinema cantando "Parlami d'amore Mariù".<br>
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Diceva: "Sono un autore drammatico che per diletto canta canzoni".
I capolavori diretti dietro la macchina da presa.
Il sodalizio con Zavattini e i film con Sofia Loren.
Le due famiglie.
La morte trent'anni fa a Parigi.

Vittorio De Sica se n'è andato trent'anni fa, a Parigi, il 13 novembre 1974, lasciando un vuoto enorme, anche di memoria. Era nato a Frosinone il 7 luglio 1901 da padre sardo e madre romana, ma diceva che nu cafone 'e fora - come lui si definiva - può amare Napoli più di un napoletano e più volte pensò di prendere casa a Posillipo.
Come regista e attore, ironico e realista, sorridente e amaro, è stato tra i cineasti italiani più grandi del '900: uno dei patriarchi del neoreolismo.
De Sica si trasferì in tenera età a Napoli con la famiglia, tutt'altro che benestante, anzi di "tragica e aristocratica povertà", secondo la sua stessa definizione. Quando divenne famoso, favoleggiò sugli anni dell'infanzia e attribuì l'esordio da cantante a un'epidemia di colera.
Era il 1911, le autorità proibirono perfino di mangiare i fichi, ma la madre non esitò a procurarsene, perché costavano poco. Durante gli acquisti dagli ambulanti, il piccolo Vittorio fungeva da palo per dare l'allarme all'arrivo della legge. Quando si profilarono due carabinieri, intonò Torna a Surriento. Ai militi piacque, "bravo, guagliò, vai avanti". Interpretò tutto il repertorio napoletano a lui noto e i fichi furono salvi.
Scoprì lo spettacolo dopo il diploma di ragioniere e un impiego alla Banca d'Italia, diviso con lo studio all'università. Cantò i classici napoletani, fece prosa. Forse era fin troppo moderno, per i gusti dell'epoca, e non fu capito subito. Ernesto Murolo lo bocciò: "Tene sulo nu filo 'e voce"; e, alludendo alla sua magrezza, aggiunse: "Pare nu miezo tisico". Lo apprezzò, invece, Enzo Lucio Murolo, l'inventore della sceneggiata.
Si era quasi rassegnato a un destino da bancario, fu il padre a spingerlo allo spettacolo. Nel 1923 la prima prova di attore di teatro (aveva fatto una particina al cinema nel 1917 in L'affaire Clemenceau) nella compagnia di Tatiana Pavlova, cui si era presentato recitando la Cavallina storna: fu interrotto dopo la prima strofa e scritturato. Fece due stagioni con Luigi e Italia Almirante. In quell'esperienza capì che bisogna recitare in italiano ma pensare in dialetto: insomma, contaminare.
Al cinema si accostò nel 1926. Il primo successo canoro in celluloide fu in italiano: Parlami d'amore Mariù, da lui interpretata nel 1932 nel film di Mario Camerini Gli uomini che mascalzoni. In quello stesso anno incise cinque doppi 78 giri per la Columbia. Lo propagandavano come "l'aristocratico artista della scena di prosa, che ha dimostrato brillantemente come si possa fare dell'arte anche fuori della ribalta". Nel 1933 passò alla compagnia teatrale con Giuditta Rissone, Sergio Tofano e altri giovani diretti da Guido Salvini. Misero in scena pièces brillanti come Il matrimonio di Figaro di Beaumarchais, ma anche testi impegnati come I giorni della nostra vita di William Saroyan, per la regia di Luchino Visconti. Applausi, ma ben pochi soldi. A salvarli dal disastro economico arrivò l'ex avvocato Mario Mattoli che l'ingaggiò per la rivista Za-Bum numero otto.
Restava in bilico tra genere brillante e dramma, cantava ancora, sempre più spesso. Nel 1934 i dischi in catalogo erano già 26 e la serie non si fermò. Cominciarono a paragonarlo a Maurice Chevalier e quasi se ne offese. Disse: "Io sono un autore drammatico, che per proprio diletto, prima che per altrui, canta anche canzoni".
Il 10 aprile 1937, dopo lunga convivenza, sposò Giuditta Rissone che aveva sei anni più di lui. Non ebbero luna di miele, tornarono subito in palcoscenico. Dalla loro unione, un anno dopo, nacque Emi. De Sica le insegnò, piccina, a inchinarsi davanti alla luna dicendo una formula magica: "Ti saluto, o luna, che mi porti fortuna". Era così, un genio rimasto bambino in certe cose.
All'inizio degli anni '40 De Sica si dedicò alla regia. All' inizio commedie leggere e garbate, come Un garibaldino al convento del 1942. Sul set incontrò l'attrice spagnola Maria Mercader, ventenne e bellissima, davvero cresciuta in un chiostro e timidissima. Per girare con lui la scena di un bacio pretese d'indossare una pelliccia, per evitare un contatto troppo ravvicinato. De Sica se ne innamorò. Era sposato, uno scandalo. Da Maria ebbe altri due figli, Manuel (il musicista) e Christian (l'attore).
Non seppe mai rinunciare alla prima famiglia. Avviò così un doppio mènage, con doppi pranzi nelle feste e uno stress notevole. Si raccontò che alla Vigilia e all'ultimo dell'anno mettesse l'orologio avanti di due ore in casa della Mercader per poter brindare alla mezzanotte. Non sapeva fare altrimenti, come non sapeva rinunciare alla passione per il gioco. Si spiega così la non omogeneità della sua produzione: capi d'opera e film banali. Era la necessità di guadagno a ossessionarlo. La moglie sapeva tutto, ma accettò di mantenere in piedi un matrimonio di facciata pur di non togliere alla figlia la figura paterna.
Con lo sceneggiatore Cesare Zavattini (il primo a dire la parola "cazzo" alla radio) De Sica produsse capolavori del neorealismo, Sciuscià, Ladri di biciclette, Miracolo a Milano, Umberto D, tutti superpremiati. Nel 1954 diresse Totò e Sofia Loren in L'oro di Napoli. Con Totò girò come attore Totò, Vittorio e la dottoressa (1957) e I due marescialli. Sotto la sua guida Sofia nel 1960 conquistò l'Oscar per La ciociara. Matrimonio all'italiana e Il giardino dei Finzi Contini (1970, Oscar per il miglior film straniero) furono altri capolavori.
Stanco dell'ondeggiare fra due famiglie, tentò invano di ottenere il divorzio all'estero. Passò tre anni in Francia per ottenerne la cittadinanza e il 6 aprile 1968 finalmente sposò Maria, testimone Roberto Rossellini. Ma fu soltanto una cerimonia di affetto, senza effetti legali in Italia.
Il viaggio, del 1974, fu l'ultima prova cinematografica, protagonista l'amica Sofia. De Sica morì poco dopo in Francia per le conseguenze di un'operazione resa necessaria da una cisti a un polmone. I tre figli di due mogli si conobbero ai funerali e si abbracciarono. Non si sono lasciati più: perché Vittorio De Sica, doppio marito, fu comunque un ottimo padre.
Vittorio De Sica era innamorato di Ischia e di Capri. Nelle isole del sogno girò film, passò periodi di spensieratezza. Gli ischitani non hanno dimenticato i suoi abiti immacolati, il suo panama, quando girò Vacanze a Ischia di Mario Camerini, accanto alla bella Myriam Bru, di cui il produttore Angelo Rizzoli era innamorato perso. I capresi non hanno dimenticato la sua eleganza e la ironia, sul set con Sofia Loren e in guizzi di villeggiatura.
Ma Ischia e Capri non avevano un casinò. Così De Sica elesse seconda patria il principato di Montecarlo, altro mare, ben diverse emozioni. Accettò perfino di girare un film - Montecarlo, appunto, del 1956 - in cui recitò il quasi autobiografico ruolo del conte Dino Giocondo della Fiaba. Incarnò un patrizio che aveva perso tutto alla roulette e cercava con squinternati amici il sistema di far saltare il banco.
Non solo per bisogno di guadagno, De Sica accettava ogni film il cui set era dalle parti di un casinò. Dopo aver perso, si congedava con classe, baciava la mano alle dame e lasciava persino una mancia al croupier. Ripeteva: "Il vero signore lo si vede al tavolo da gioco". Lo disse anche ad Alberto Sord in Il conte Max: "Il vero giocatore deve essere freddo, impassibile, distaccato".
Nel 1963 ebbe il periodo più nero e se ne dolse scrivendo alla figlia Emi. Doveva pagare un debito al gioco di tre milioni e Dino De Laurentiis non gli aveva ancora pagato tre milioni di cachet. Concluse: "Farò, forse, una puntatina a Cava de' Tirreni, dove c'è un circolo". Il vero giocatore è un gran signore e vuola rifarsi.
Aveva cominciato a giocare al tempo dei telefoni bianchi, si era fermato all'epoca del neorealismo, riprese negli anni Cinquanta, quando guadagnava anche un milione al giorno. In Il generale Della Rovere, Roberto Rossellini gli fece dire: "Sai qual è la fonte di tutti i miei guai? Il gioco. Perdo sempre". Ma la partita dell'arte la vinse largamente.

LE CANZONI NAPOLETANE
Di Vittorio De Sica attore e regista si sa tutto. Meno nota è la sua frequentazione della canzone napoletana, che lo portò a incidere dischi ('O mese d' 'e rrose, Munastiero 'e Santa Chiara) e addirittura a partecipare a un Festival, in veste di paroliere. La sua Dimme che tuorne a mme!, musicata dal figlio Manuel, nel 1967 fu interpretata da Nunzio Gallo e da Luciano Tomei. Disse Dino Falconi, autore di riviste: "Nessuno meglio di me può assicurare che Vittorio De Sica cantava come soltanto un napoletano sa cantare". Nella maturità, incise Signorinella di Bovio. Fece in tv un duetto con Mina in A marzo quando piove. Per la collana Raccolta o Recital dedicò album a Di Giacomo, Ernesto Murolo, Galdieri, in cui interpretava canzoni e recitava poesie. L'ultima incisione avvenne nel 1971: De Sica anni Trenta, realizzata con il figlio Manuel.