La cavalletta Gaia che imparò a volare

– di Federica Aratari

L’isola che c’è, un luogo dove tutto può accadere.
Fissata su una stele la favola del piccolo insetto.
L’aiuto di una nuvola e il trampolino di una tenera foglia d’albero. Smarrimento e sogno. Il miracolo di un volo che non è ancora finito.

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200603-6-2mSe penso ad un’isola, il mio immaginario comincia a viaggiare restituendo fotografie sempre diverse: simbolo di paradiso incontaminato dalle devastazioni dell’uomo, oasi amena meta di turisti, rifugio per naufraghi di tutti i tempi. Fiabe, canzoni, romanzi, film tutti affascinati dall'”isola”.
Si è parlato, inneggiato all'”isola che non c’è”, a Peter Pan e alla fedele Campanellino. La fantasia sembra aver bisogno di sognare. Se vi dicessi che tutto ciò che pensiamo può essere realizzato?
Sconvolgente vero? Bisogna avere la forza di “pensare di pensare” e di riconoscere in tutto quello che ci viene in mente, anche se apparentemente privo di sostegno razionale e di stato di realtà, un gancio per l’anima curiosa di conoscersi, di dipanarsi nella vita e di scuotere le radici delle nostre certezze.
E’ per questo che vi parlerò dell'”isola che c’è”.
L'”isola che c’è” è il luogo in cui tutto può accadere, il luogo in cui l’impossibile abbraccia l’inimmaginabile che, insieme alla passione, muove la volontà e si trasforma in miracolo. L’indicibile miracolo della vita riposto in ogni anima in questa fantastica isola che vuole essere perlustrata, vissuta da ciascuno se scoperto degno dall’amore.
La storia che sto per raccontare si svolge sull'”isola che c’è” in cui la natura è, l’amore è, l’emozione è, senza che nessuno si chieda il perché, dove tutti si lasciano vivere dalla vita e dalle sue trasformazioni.
Approdando in questo “non-luogo”, c’è solo una stele a darci il benvenuto. La “Stele Sacra” su cui si legge, scolpita nella pietra, la storia di una cavalletta, simbolo venerato da tutti coloro che qui hanno lasciato la loro traccia. Oggi le cavallette si spostano da un luogo all’altro devastando voraci il futuro alimento dell’uomo. Forse una forma di ribellione alla sua arroganza? Forse un messaggio della natura stanca di essere depredata?
Non so. So solo che un tempo, sull'”isola che c’è”, le cavallette erano innocue, forti nella loro fragilità e soprattutto curiose.
La cavalletta di cui narra la “Stele Sacra” si chiamava Gaia e saltava seguendo delle traiettorie apparentemente lineari. Che cosa la rendeva originale? La sua insensata voglia di volare. Ogni mattina, al risveglio, sgranchiva le zampette cimentandosi in una ginnastica di riscaldamento ad occhi chiusi immaginando di vedere dall’alto il mondo con tutti i suoi paesaggi, colori e odori.
Seguire quel suo rituale mattutino la caricava incredibilmente, la entusiasmava a tal punto da sentire d’avere le ali di una austera ed imponente aquila. Così cominciava la sua quotidiana prova di salti, sperando di azzeccarne uno giusto che le avrebbe consentito di librare nell’aria il più a lungo possibile. In passato provò a seguire le più diverse e complicate tecniche, cercò disperatamente una scuola di volo per cavallette. Tutti vani tentativi. Un giorno sconsolata e depressa venne svegliata da un raggio di sole e tutta la natura intorno sembrava accarezzarla con amore. Senza alcuna velleità di volare si lasciò prendere dalla curiosità di esplorare il versante opposto della montagna in cui viveva. Il viaggio si presentava avventuroso.
Che cosa ho da perdere?, disse a se stessa e, abbandonandosi alla guida del suo istinto, iniziò il cammino. Il desiderio di volare faceva di tanto in tanto capolino, ma, visti gli scarsi risultati di tutti i suoi sforzi, pensò solo a saltare.
Il viaggio durò mesi pieni di insidie ma anche di curiosità soddisfatte. Mancava l’ultimo salto per vedere che cosa ci fosse al di là della montagna, quando il sole, che sorgeva in quel momento, la investì di nuovo con tutto il suo calore e la sua luce. Dimenticando chi fosse, si abbandonò e saltò. Il vento accarezzò il suo corpicino teso, morbido, elastico. Mai aveva raggiunto quella altezza. Fu il salto più alto che avesse mai avuto la gioia di fare.
Passò del tempo quando Gaia, tornando in sé e soprattutto ricordandosi di essere una cavalletta, cominciò a irrigidire le zampette per prepararsi all’atterraggio. Quella fase era un po’ delicata. In passato aveva rischiato di non riprendersi dall’impatto con la terra. Insomma tutto era pronto, ma, anziché scendere, Gaia si alzava sempre più in alto, librando nell’aria. Disorientata, impaurita, scossa, tentò di farsi pesante, saltò su se stessa per scendere di quota. Improvvisamente, tutto fu bianco intorno a sé e avvertì una sensazione di benessere mai provata.
Pensò fosse il Paradiso. In tal caso valeva la pena morire. D’un tratto, udì una voce: “Ciao, sono la nuvola che ti tiene sospesa, ma lo sai che sei bellissima?”
La cavalletta, un po’ stizzita, rispose:”Nessuno te lo ha chiesto, comunque grazie tante. Credevo fosse opera mia. E, poi, perché bellissima? Mi stai prendendo in giro? Anzi no, peggio: mi fai sentire ridicola. Tu, bella, senza forma, eterea, bianca, che disegni il cielo con le tue amiche, dici a me bellissima prendendoti perfino gioco dei miei limiti”.
Nel frattempo la cavalletta continuava a volare tra discussioni e baci virtuali. Virtuali perché la nuvola era impalpabile. Gaia giocava e non si accorgeva che, in tutto quel giocare e saltare in aria, il bianco della nuvola aveva varcato i suoi confini pervadendola dentro e fuori.
La piccola cavalletta ricordò appena la vita lasciata sulla Terra, le insidie per arrivare in cima alla montagna, i limiti, l’angoscia. Ora la sua normalità era proprio quella nuvola. Ciò la rendeva felice, ma la terrorizzava allo stesso tempo. Avvilita pensò tra sé: “Se mi lascia, cadrò nel vuoto perché io non so volare”.
La nuvola sentiva anche il non-detto e le sorrise rilassandola nella mente e nel cuore al momento giusto. I giorni trascorrevano lenti e veloci insieme. Tempo e spazio, inutili convenzioni umane. Un bel dì, la cavalletta si svegliò colma d’amore per quella sua meravigliosa compagna di viaggio. L’idillio durò un istante lasciando il posto ad un’improvvisa malinconia.
“Non si possono amare una cavalletta ed una nuvola. Voglio toccarla e non posso”. Una lacrima le disegnò il viso.
Quella lacrima densa d’emozione sfiorò i milioni di goccioline di vapore della nuvola che cambiò forma liberando l’inerme cavalletta che cominciò a precipitare a grande velocità. La terra si avvicinava sempre più, ma Gaia non sentiva paura perché il disegno della sua esistenza le si palesava.
Chiuse gli occhi, l’impatto era imminente, quando sentì sotto le sue zampette la foglia di un albero elastica come un trampolino. Lei era leggera, talmente leggera che rimbalzò una, due, tre volte sul posto, ma sempre più in alto finché come uno shuttle si catapultò nel cielo di nuovo.
Che meraviglia! Salutò superando la nuvola. Non c’era più nessuno a sostenerla, stava volando libera.
Che cosa accadde da quel momento, non so. La cavalletta ancora non torna sulla Terra e forse ci tornerà solo per farsi catapultare più in alto. Da qualche parte, però, esiste una foglia di albero, sacra agli isolani, su cui è scritto: “Se vuoi volare, impara prima a saltare. Se vuoi toccare il cielo oltre le nuvole e più su, non dimenticare la terra ed i suoi trampolini”.
Fu così che la cavalletta trovò il cielo sulla terra dell'”isola che c’è”.

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