La macchia rossa di Pupetto di Sirignano

– di Vittorio Paliotti

La straordinaria esistenza del principe di Caravita tra donne e motori, ultimo protagonista della bella vita caprese.
Il record di un matrimonio e di un divorzio fulminei.
Il tavolino fisso in Piazzetta e l’amore duraturo per Anna Grazioli.

Il vanto di quel segno sulla nuca che si arrossava nel giorno del miracolo di San Gennaro e che gli faceva proclamare d’essere discendente del patrono di Napoli.
Un prodigio che aveva marchiato tutti i maschi della sua Casata.

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200404-16-2mSi proclama a gran voce discendente diretto di San Gennaro, esibendone perfino una sorta di documentazione corporea, ma a differenza del patrono di Napoli, scapolo e casto, lui sì che si sposò, e almeno un paio di volte. Anzi Francesco Caravita principe di Sirignano, detto Pupetto, di donne ne conquistò a più non posso. Sul finire degli anni Cinquanta, il suo tavolino nella pizza di Capri, sua patria estiva, era una calamita per ragazze e ragazzine, signore e signorine: “Ciao Pupetto, che fai stasera?”. E lui, per dare a intendere che già aveva un impegno con un’altra donna: “Eh, purtroppo stasera mi tocca rimanere al Castello”. Si denominava “il Castello” la splendida villa che il principe possedeva a Capri.
Ricchissimo, proprietario di vaste tenute in provincia di Avellino, il principe di Sirignano, nato a Napoli nel 1908, trascorse un’adolescenza e una giovinezza brillantissime, sempre in giro per il mondo, ospite di famiglie patrizie e di club elitari. Nel 1929 detenne il primato mondiale per il numero delle corse automobilistiche da lui vinte. Nel 1933, però, l’aristocrazia napoletana individuò in lui il detentore di un altro tipo di primato: quello relativo al più veloce matrimonio e al più rapido divorzio.
Infatti, trovandosi a bordo di un transatlantico diretto in America, conobbe una diciottenne miliardaria che si innamorò di lui. Allo sbarco a New York, il principe di Sirignano riuscì, nel giro di ventiquattr’ore, ad ottenere la cittadinanza americana e a sposare la ragazza. Ma quattro giorni dopo entrambi gli sposi chiedevano, a un tribunale della stessa New York, il divorzio per incompatibilità di carattere.
Più ponderato fu, invece, il matrimonio che Pupetto contrasse nel 1940 anche perché la nuova moglie, Anna Grazioli, condivideva a pieno la sua passione per Capri.
Autore, in età matura, di un libro di memorie che fu un autentico bestseller e in cui ironicamente si definiva “un uomo inutile”, il principe di Sirignano non perdeva occasione per rivendicare la sua presunta discendenza da San Gennaro. Sosteneva, peraltro, di possedere sul suo corpo le prove di quella parentela: una macchia rossa, lunga quattro o cinque centimetri e alta un centimetro, che compariva sulla sua nuca il 19 settembre di ogni anno, nel momento stesso in cui, nella Cattedrale di Napoli, si ripeteva il miracolo della liquefazione del sangue attribuito al santo patrono. Quella macchia rossa, a detta di Pupetto, indicava il posto preciso della nuca ove, nel 305 dopo Cristo, si abbatté la spada del legionario romano che decapitò San Gennaro.
Ma come si sarebbe articolata questa presunta nipotanza? Secondo quanto Pupetto asseriva, tre secoli fa un suo avo e precisamente quel Tommaso Caravita, vissuto tra il 1670 e il 1744 che fu prima giudice della Vicaria e poi illustre autore di testi giuridici, sposò una certa signorina De Gennaro, napoletana benestante, che era considerata, da tutti, l’ultima discendente della “gens Juanuaria”. “Che io sappia”, mi raccontò il principe, “da allora, da quando cioè i Caravita di Sirignano si imparentarono con i De Gennaro, iniziò a verificarsi un evento prodigioso. Sulla nuca dei maschi della nostra casata, nel giorno del miracolo di settembre compare una macchia rossa la quale, evidentemente, vuol rievocare la decapitazione del santo patrono di Napoli”.
Il padre di Francesco, Giuseppe, ebbe anche lui la macchia sulla nuca nel giorno del miracolo, e di questo fatto furono testimoni i più celebri fra i suoi contemporanei. Presidente della Banca d’Italia, deputato liberale e successivamente senatore del Regno, amico personale di Gabriele D’Annunzio, il principe Giuseppe sbalordì tutti per quella macchiolina rossa che gli si rivelava sulla nuca; e benché evitasse il più possibile di metterne al corrente i conoscenti, era costretto spesso a dover mostrare il collo a qualche ministro o a qualche principe di Casa reale.
Tutto questo mi fu personalmente detto da Francesco Caravita. Il quale aggiunse: “A me, la macchiolina comparve per la prima volta quando avevo dodici anni, e cioè esattamente il 19 settembre 1920. Nel momento stesso in cui i miei genitori, che già da anni aspettavano ansiosi quel segno, mi porsero uno specchietto e me lo fecero osservare. Quasi quasi svenni per la paura”.
Negli ultimi anni della sua vita, il principe di Sirignano spese e sperperò a Capri, in fiabeschi ricevimenti, molti dei soldi che guadagnava con una pollicoltura che aveva impiantato nell’Avellinese. Morì mentre rileggeva, come si disse, un’ingiallita lettera d’amore. Capri perse, con lui, un altro dei suoi incredibili connotati.

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