La ragazza di Marechiaro

– di Pietro Gargano

Storia di Nunziatina Chiarelli divenuta Mirna Doris, una delle voci più belle di Napoli.
Il singolare debutto in uno spot musicale per il negozio di un italoamericano a New York.
Scoperta e lanciata dal poeta musicista Salvatore Mazzocco. Il nome d’arte e l’affermazione strepitosa. I Festival e la tournee in America.
Oggi abita a Posillipo e ha lanciato un appello appassionato: “Salviamo Marechiaro”.

200407-6-1mMirna Doris è nata in una casa di mare dalle volte a cupola, odorosa di sale, aperta a venti leggeri e a righe di sole. Quand’era Nunziatina Chiarelli, secondo anagrafe, laggiù si sentiva in villeggiatura perenne. Marechiaro era splendida, senza tempo, vicina-lontana alla città.
Zia Rachele, dolce vicina, l’aveva aiutata a crescere snella e forte dandole, lattante ancora, pasta e fagioli, zuppa di castagne, spaghetti spezzettati con la forchetta. Così, pur piccola da doversi levare in piedi sulla sedia per dare e ricevere baci, era solida abbastanza da accompagnare papà a pesca, appena spuntata l’alba.
Aveva imparato i segreti della lenza e della rete minima, sapeva fare il nodo a otto e il mezzo collo. Intere giornate a dondolarsi sulle onde.
Nelle sere d’inverno stava attorno al bidone americano mutilato e colorato da papà a mo’ di braciere. Gli anziani contavano gli eterni “cunti” di Marechiaro, sempre uguali, sempre diversi. Lei preferiva quello delle sette streghe invisibili imbarcate con un ramo magico di pepe: dicevano la formula magica “vola vola per sette”, la barca saliva in cielo e per rotte misteriose raggiungeva la Cina. Una volta la barca non volò, restò ferma nelle acque placide di Marechiaro e non ci volle molto a saperne il motivo attraverso gli inciuci marini: una delle streghe era incinta di chi sa chi, perciò la formula non valeva più, avrebbero dovuto dire “vola vola per otto”.
Le streghe non cantavano, ma le sirene sì. La futura Mirna ne era certa. Decifrava le loro voci nel vento, qualche canto l’avevano certo imparato da Virgilio il poeta mago, onnipresente tra i ruderi della villa romana. I marinai ancora sanno a memoria i suoi versi in latino, pur non conoscendo neppure l’italiano.
Altre sirene la futura Mirna le ascoltava alla radio, la più amata Maria Paris, l’idolo del Pallonetto di Santa Lucia, altra figlia della Napoli città di mare con abitanti che non sanno nuotare giacché troppo occupati a inseguire il loro destino di pietra. Non erano sirene, e tuttavia sapevano cantare, nonna Maria e zia Mariella, che le insegnarono le canzoni di Elvira Donnarumma e Gilda Mignonette, di Ria Rosa e Lina Resal. In altre parti di Napoli le hanno dimenticate, a Marechiaro no, qui non si perde neppure un frammento piccolo di memoria.
E Nunziatina futura Mirna cantava quando nessuno poteva udirla e nelle feste allegre di famiglia. Nelle serate di bonaccia cantava pure sotto la fenestella digiacomiana, pazienza se le biografie vere a volte coincidono con l’oleografia. Non cantava solamente quando veniva ospite zio Peppino Anepeta, direttore d’orchestra famoso, e si chiudeva in una stanza con le carte da musica da riempire di note: di lui si metteva vergogna e non voleva approfittare della sua raccomandazione, essendo ammalata di fierezza.
Una volta cantò nel ristorante “La Fenestella”, in omaggio alle Ondine di “Sport Sud”, ragazze belle e brave a nuotare, come tutte le ragazze di Marechiaro. Cantò “Arrivederci Roma” e si fece tutta rossa. Fu un esordio con lo scorno.
Cantava spolverando mobili e lustrando pavimenti, ci potevi regolare l’orologio sulla puntualità del suo canto. Un minuto prima dell’inizio Frank Russo usciva dalla casa vicina con la seggiola di paglia, si sedeva all’incontrario, poggiava le braccie sulla spalliera e chiudeva gli occhi.
Frank veniva dall’America, là teneva supermercati gonfi di “buatte” di conserva, vermicelli, aglio, olio e provoloni; teneva un socio prestanome, Johnny Lombardo, e teneva pure qualche segreto che non si doveva mai sapere. Una mattina bussò a casa Chiarelli e disse a mammà: “‘A piccerella tene ‘na bella voce, mo m’a porto ‘America”. “Ma qua America e America, quella tiene da studiare” rispose mammà.
Ma Frank capatosta tornò, accompagnato dalla sua signora piccolina, un bisquit. Disse che in America la pubblicità era l’anima del commercio e lui doveva per forza portarsi a “Bruclinne” almeno un disco con la voce di Nunziatina che, cantando, doveva dire quant’era buona la roba che lui teneva nel megastore. Quella volta non gli dissero no.
Giorni dopo, accompagnata da Frank e da severe parenti, la ragazza entrò nello studio d’incisione della Phonotype Record in via De Marinis angolo Mezzocannone. Quella Casa sta lì dal 1901, prima in Italia: uno di quei primati da Napoli dimenticati, dovunque, ma non a Marechiaro. Alle pareti fotografie incorniciate della Donnarumma e della Mignonette, sorrisi remoti e rappresi. Neppure il tempo di stupirsi e le misero davanti una specie di microfono. Con il foglietto della parole steso sul leggio, la ragazza cantò la più brutta canzone mai cantata: “Se al supermarket di Johnny Lombardi tu andrai / tutte le marche italiane avrai / e l’Italia ricordar potrai”. Faceva schifo, portò fortuna.
Alla Phonotype, un musicista poeta di nome Salvatore Mazzocco, acclamato nei Festival, ascoltò per caso il disco acetato di quell’orrenda cantilena. “Chi è ‘sta guagliona che canta?” spiò. Gli diedero l’indirizzo e andò. Nunziatina stava per diventare Mirna Doris.
Fu pigmalione inflessibile, Mazzocco. L’addestrò, le fece leggere Kafka e recitare Shakespeare oltre a Eduardo. Le insegnò il rigore. Come la sentì pronta, la presentò al concorso per Voci Nuove di Castrocaro Terme, ancora col suo nome vero. Ottava fra centinaia di concorrenti, vinse Eugenia Foligatti, Milva fu quarta – le giurie non hanno mai capito niente – ma i giornali parlarono molto di lei, della “ragazza di Marechiaro”. Era il momento del nome d’arte, Mirna da Mirna Loy attrice famosa, Doris perché suonava bene. Esordì nel 1963 al Festival di Napoli, e non si mosse più. Con i primi risparmi comprò una barca e la chiamò “Duie giuramente”, come la canzone di Mazzocco cantata in abbinamento con Sergio Bruni, la più venduta dell’anno. Si faceva fotografare vicina alla barca e azzeccava la fotografia nell’album. Continuò a investire così i soldi dopo ogni brano di successo, fino a realizzare una piccola flottiglia. Musica e mare, mare e musica.
Nel fatale Sessantotto vinse il Festival con “Core spezzato”, l’avrebbe meritato da tempo. Fu il risarcimento di una delusione: Mazzocco l’aveva scritta ispirandosi al perduto amore della cantante per un ragazzo milanese che veniva a villeggiare a Marechiaro finché non svanì nel nordico smog. Con gli uomini Mirna ha un conto aperto, dice che solo la voce non l’ha tradita.
Si sentì male per l’emozione, ma si riprese in tempo per dare l’assalto a Sergio Bruni che voleva rubarle la scena. Il temperamento non le è mai mancato. Dopo le votazioni, a Marechiaro i clacson suonarono a festa. Sotto casa le fecero trovare uno striscione: “Viva la sirena di Marechiaro”. Dove altro festeggiare?
L’anno dopo concesse il bis con “Preghiera ‘e na mamma” e si concesse il primo giro d’America. A New York l’accolsero da regina. Il resto si sa, fino allo straordinario ritorno di popolarità nel televisivo salotto della nostalgia curato da Paolo Limiti che per lei coniò il neologismo “talentosa”. Fu la madre di Limiti a “raccomandarla” al figlio: doveva essere un’apparizione, diventò una presenza fissa.
Come il sole ha schiarito i capelli bruni (“sembra una svedese” disse una volta Paolo Villaggio), così il tempo ha solo levigato la voce e il sentimento: Mirna non canta, interpreta. Dopo aver lanciato tante canzoni nuove, di vasta eco nei vicoli scuri, si è dedicata al repertorio più antico, degna curatrice di tanta ricchezza.
Ha casa sulle rampe “arravugliate” di Posillipo, ma se vuoi trovarla di sicuro devi scendere a Marechiaro. Sta lì, nella casa avita dove più forte è il ricordo dell’amato papà, la “colonna vertebrale” della sua vita. Se ne ha voglia, salta sulla barca del fratello e va a prendere il sole e ad ascoltare le antiche sirene che ora non hanno più niente da insegnarle. Dice: “Il mare mi appartiene, mi scorre nel sangue: è l’elemento della natura col quale ho un rapporto carnale”. Già, carnale è il suo aggettivo preferito.
Però, da qualche tempo, Marechiaro le fa pure male. La sente umiliata dall’incuria degli uomini, invasa dalle auto, dal fumo opaco e dalle barche di vacanzieri senza rispetto, punteggiata dai cassonetti dei rifiuti, rapinata di vongole e cozze da banditi venuti dalla Puglia. Non tollera la vista del Tempio della Fortuna che piange lacrime di pietra cadente. Odia scoprire il blu trapuntato di plastica e di cartacce. Allora ha preso la penna – non le chiedete che cos’è un computer – e ha scritto al “Mattino” per invocare la salvezza di quel piccolo mondo che è suo, ma dovrebbe appartenere a tutto il mondo. La lettera cominciava come un “cunto” delle sere invernali: “C’era una volta Marechiaro”. Si chiudeva con “Marechiaro c’è sempre, bellissima, ma è in fin di vita. Aiutiamola”.
Le autorità farebbero bene a starla sentire, perché quando Mirna s’ingrifa è come il suo mare ingrifato davvero.

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