La roccia dei pirati davanti Porto Venere

– di Francesca Giacché

Tino, nell’arcipelago delle tre isole prospiciente il borgo ligure, fra leggende e racconti di corsari.
Un fitto bosco di lecci e di pini, le alte pareti di roccia calcarea, le gallerie naturali. Il santo eremita che inventò la vela latina.
Il marinaio fatto conte da Napoleone che divenne pirata. Un ospite illustre, il falco pellegrino. Un’isola rifugio di contrabbandieri e scenario cinematografico immortalato in alcuni film degli anni Sessanta.
Zona militare, ma anche Parco naturale.

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200605-12-2mIl Tino, piccola isola dell’arcipelago prospiciente il borgo di Porto Venere, estrema punta occidentale del Golfo della Spezia, è rimasta fino ad oggi inaccessibile in quanto zona militare, unica eccezione il 13 settembre, festa di San Venerio, patrono del Golfo e protettore dei fanalisti. Questo fatto, insieme alle leggende sul santo eremita Venerio, che qui visse e morì, ed ai racconti di pirati e corsari che nel tempo si sono intrecciate tra sacro e profano nella storia dell’isola, ha contribuito a mantenere vivo, per molte generazioni, un senso di mistero, l’idea di una realtà segreta che l’isola pareva celare sotto il fitto bosco di lecci e pini, protetta dalle alte pareti di roccia calcarea su cui si aprono a strapiombo gli affacci delle gallerie attraverso le quali, durante la seconda guerra mondiale, scorrevano su binari le pesanti artiglierie contraeree.
Oggi questa isola, ancora proprietà militare, è anche Parco naturale, ed è proprio grazie ad un accordo tra Marina militare e Parco naturale regionale di Porto Venere che è possibile sbarcarvi e respirarne l’aria salmastra di mistero frammista ai profumi di macchia mediterranea.
“Aveva notato, Venerio, che la vela usuale ai pescatori del Golfo di Luni era poco maneggevole contro le raffiche improvvise, quelle raffiche a ricciolo così temute nel doppiar delle punte e dei promontori. Suggerì la sostituzione della vela grande con la triangolare e l’albero portato più a prora, per poter meglio reggere la lunga antenna della vela. Era la vela latina, che a tutt’oggi è usata su molti mari, e che forse egli aveva notata al passaggio di qualche nave fenicia o, più probabilmente, aveva scoperto per diretta ispirazione. Volle che ne fosse fabbricato un modello per una piccola imbarcazione; disegnò lui stesso la vela e diede le misure esatte proporzionate con giusto equilibrio fra l’albero e l’antenna; e da solo, nelle dure giornate di scirocco o di aquilone, più volte mostrò a quei marinai come si potesse doppiare con minor sforzo e più sicurezza le punte del Corvo e del Mesco, famose per i loro naufragi. La sua vela fu accettata da tutti e molte vite ed averi furono salvati.”
La leggenda attribuisce l’invenzione della vela latina a San Venerio, monaco anacoreta nato e cresciuto sull’isola Palmaria e poi ritiratosi in eremitaggio sulla vicina isola del Tino. Certamente, se non l’invenzione, a lui si deve il suggerimento dell’impiego di tale tipo di vela, testimoniato, tra l’altro, da un frammento di pietra tombale in marmo di Carrara, sul quale è appunto rappresentata a sbalzo, rinvenuto sull’isola e risalente al XII secolo.
Tra 500 e 600, epoca in cui visse il santo, i monaci sono già presenti sull’isola Palmaria, presso il villaggio di San Giovanni in seguito scomparso, e Venerio, cresciuto tra pescatori e monaci, prende i voti in giovane età, ascendendo ben presto i gradi della gerarchia ecclesiastica. Divenuto abate, esercita la sua professione di fede tra i marinai e i pescatori di queste terre e, prima di ritirarsi in eremitaggio, riporta i monaci di Porto Venere, che stanno scivolando verso l’eretismo, all’osservazione della regola di San Benedetto, quindi si trasferisce sull’isola del Tino, dove, salvo un breve periodo trascorso in Corsica, per fuggire gli eccessivi onori resigli in virtù dei suoi miracoli, vivrà sino alla sua morte, avvenuta nel 630. Sull’isola si ciba di bacche, radici e frutti selvatici, beve acqua piovana negli incavi delle rocce e riceve, di tanto in tanto, visite da quei marinai tra i quali era sempre vissuto; marinaio e pescatore lui stesso, il suo pensiero è sempre con loro e nella notte accende fuochi sulla scogliera per indicare la rotta da seguire.
Dopo la morte del Santo, tra il 650 e il 680, sul luogo della sua sepoltura, fu edificata dal vescovo Lucio una piccola cappella, utilizzando materiali di probabile origine romana presenti in loco, ma bisogna attendere l’XI secolo per avere notizie certe della vita religiosa su quest’isola. E’ databile a quest’epoca infatti la costruzione del monastero benedettino di cui numerosi documenti attestano l’importanza: in seguito a ripetute donazioni i monaci erano divenuti infatti proprietari delle tre isole dell’arcipelago, Palmaria, Tino e Tinetto, oltre che di numerosi terreni sulla terraferma intorno a Porto Venere, diffondendo in queste terre non solo la fede, ma anche metodi di coltivazione, in particolare quelli della vite e dell’olivo, di cui ancora oggi vi sono evidenti tracce.
Racconta Alberto Cavanna nel suo libro “Bacicio do Tin”, edizioni Mursia: “Alla metà di maggio Bacicio fu dunque fatto Conte del Tino, investito di quel piccolo feudo, promosso Capitano della Marina Imperiale e decorato con la Legion d’Onore. Lo sbarco sull’isola avvenne alla fine di maggio del 1809. L’improvvisata processione partì da Porto Venere con un lancione riccamente decorato e si recò fin sotto il Lanpo per raccogliere tra il tripudio popolare il neo conte accorso con tutta la flottiglia di stanza nel borgo e nelle isole. [… L’isola per centinaia di anni gestita poveramente dai monaci era stata abbandonata dopo espropriazione da parte delle autorità francesi; solo un campanaro, non volendo abbandonare il luogo dove aveva vissuto per anni, restò a fare il guardiano. Il Tino non era desiderabile: nessuno lo aveva mai reclamato. Le sole ricchezze erano le cave per l’estrazione del marmo portoro, la concessione di una piccola tonnara e quella della posta per la pesca delle acciughe fuori del Tinetto. Il patrimonio immobiliare era costituito dal monastero abbandonato e in procinto di rovinare, dalla vecchia torre cadente sulla cima dell’isola e da alcuni alloggi miseri, occupati da un mezzadro e dai lavoranti delle cave. Per quanto riguarda la terra, la Contea del Corsaro si riduceva a uno scogliaccio di quattro chilometri di perimetro, coperto da un bosco fitto, a parte qualche ulivo e pochissime vigne, insufficienti ai bisogni stessi della poca popolazione ossia i lavoranti delle cave da stipendiarsi, ovviamente a cura del Conte.”
Le avventure di “Bacicio do Tin” sono storie d’invenzione che si snoda tuttavia su un impianto storico e su uno scenario geografico reali. Marinaio di Porto Venere, corsaro di Napoleone e infine pirata “in proprio”, terrore dell’Alto Tirreno, spaziano dal Mediterraneo all’Atlantico, ma è sempre alla sua terra che Bacicio fa ritorno, prima a Porto Venere, poi all’isola del Tino di cui Napoleone l’ha nominato Conte dopo una schiacciante vittoria su due navi inglesi che lo avevano abbordato. Come possiamo intuire dal brano riportato, ricevere il Tino come feudo per Bacicio allora non fu un grande affare, ma chissà oggi in quanti lo invidierebbero.
Le incursioni dei pirati che si spinsero fino all’Alto Tirreno sicuramente coinvolsero anche il Tino. E probabilmente anche le scorrerie corsare dell’Ottocento toccarono le sue rive, mentre, in epoca più recente, pare che l’isola abbia offerto un buon rifugio ai contrabbandieri, che sfruttarono le gallerie scavate nelle alte falesie rocciose per nascondere le loro merci. Queste gallerie, o meglio i loro affacci sul mare, aperti a strapiombo sulle ripide pareti di roccia calcarea, negli anni Sessanta costituirono una perfetta scenografia anche per la realizzazione di alcuni film.
Doppiata Torre Scola, costeggiando la costa orientale dell’isola Palmaria, la sagoma del Tino si staglia nell’abbaglio azzurro del sole e, dopo la Punta della Ziguela, s’inizia a delineare più chiaramente: la torre del faro svetta tra il verde intenso dei pini, e sotto, la scogliera, il molo d’approdo (l’unico dell’isola), il piccolo Santuario di San Venerio, la zona sacra, sulla punta più prossima al Capo dell’isola Palmaria i vecchi manufatti militari, semidistrutti, utilizzati un tempo dai cavatori di portoro, il prezioso marmo nero con screziature d’oro che è possibile trovare solo su queste isole. Sulla Palmaria, dalla Cala del Pozzale fin sul Capo dell’Isola, le cave hanno scolpito il paesaggio con imponenti scenografie: blocchi, spianate, colonne, finestre immense da cui l’azzurro prorompe di luce, uniche digressioni in queste terre dove natura e antropizzazione si sono sviluppate in quasi totale armonia, tanto da non apparire, ora che le cave sono dismesse, ferite inflitte alla roccia, ma immense sculture degne del paesaggio sublime in cui sono calate. I gabbiani reali le hanno elette a loro dimora dando origine sull’isola Palmaria ad una delle più grandi colonie del Tirreno, mentre sul Tino si libra alto il falco pellegrino.
Il canale tra le due isole viene scelto dai pescatori della “Costa dei Pirati”, che è la costa occidentale del Golfo della Spezia comprendente le borgate di Marola, Cadimare, Mezzano, Le Grazie e Porto Venere. Vi si buttano alla fonda per pescare orate o lacerti che qui passano abbondanti.

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