La vendetta di Moby Dick

– di Teodoro Lorenzo

Il capolavoro di Herman Melville fu un fiasco colossale, accolto dalla critica come il delirio di un pazzo. La fortuna letteraria dello scrittore americano declinò di colpo. I diritti d’autore si ridussero drasticamente condannandolo alla miseria e a una vita di impiegato delle Dogane. Alla sua morte appena tre righe di necrologio su un solo giornale.

Ogni mattina un uomo compassato, dalla barba quadrata, appesantito e stanco nonostante l’età ancora giovane, si prepara per andare al lavoro. Vive nella città che lo ha visto nascere, New York, la sua casa è modesta, una facciata giallo sporco e dentro vecchi mobili di mogano. Un’ultima occhiata alla baia di Napoli, una stampa appesa nell’entrata, ricordo di un viaggio lontano e l’uomo è già fuori; l’andatura è lenta, d’altronde non ci vuole molto per arrivare fino al fiume dal numero centoquattro della ventiseiesima strada. Come la casa anche il suo impiego è modesto; fa l’ispettore delle Dogane, siamo nel 1866, l’uomo ha appena 47 anni, un’età che per molti può significare un inizio. Ma non per quell’uomo, lui è alla fine. Il suo nome è Herman Melville. Terrà svogliatamente quell’impiego fino al 1885, trascinerà la sua esistenza fino al 28 settembre del 1891, ma la luce era spenta da tempo. Si dirà che la colpa è stata sua, quindi nessuna compassione: chi è causa del suo male pianga se stesso. C’è del vero, c’è sempre del vero nella saggezza popolare, eppure non si può non riconoscere una grandezza morale in quella sua scelta e inchinarsi di fronte ad un tale incrollabile rigore. Leggete la sua storia e poi mi direte se non vi verrà voglia di aspettarlo sotto casa, mettervi sottobraccio e accompagnarlo lentamente fino all’Hudson. Era stato uno scrittore di successo, ammirato e benvoluto. I suoi primi libri erano stati accolti con entusiasmo dalla gente e dalla critica. La sua vena sembrava non doversi mai esaurire, più di un libro all’anno in una felice catena di montaggio. “Taipi”, uno sguardo alla vita della Polinesia. “Omoo”, la narrazione delle avventure nei mari del sud. “Mardi” racconti di viaggi e avventure. “Redburn”, il primo viaggio in mare. “Giacchetta bianca”, esperienze su una nave da guerra. Bastava che chiudesse gli occhi e spiagge assolate, mari sconfinati, calde immagini e magiche avventure affluivano alla sua mente. Non doveva che riportare sulla carta quel calore. Niente di più facile per lui che metteva a disposizione dei lettori quello che aveva vissuto in prima persona negli anni felici della giovinezza. Le stampe del padre, commerciante agiato prima del tracollo finanziario che lo portò alla malattia psichica e poi alla morte, i suoi libri pieni di navi da guerra e velieri immensi avevano suscitato nel giovane Herman la curiosità di viaggiare, il desiderio di scoprire il mondo, di verificare se quella realtà di carta che leggeva ogni sera corrispondesse al vero. Di giorno vedeva a Manhattan indecifrabili stranieri con una sacca sulle spalle e uomini dalla pelle bruciata dal sole, sicuramente marinai. Dove andavano con quella andatura caracollante, come se non si trovassero a camminare sulla terraferma ma continuassero a seguire il beccheggio della nave, cosa si nascondeva in quelle loro sacche misteriose? Anche lui bramava l’avventura, anche lui voleva il mare. Aveva appena vent’anni, qualsiasi nave e qualsiasi mansione andavano bene per il primo viaggio. Così si imbarca come mozzo su un mercantile diretto a Liverpool.

Ma una nave mercantile e la placida rotta verso l’Europa non potevano certo placare la sua ansia di avventura. Ecco allora, appena un anno dopo, l’occasione che aspettava; una baleniera, non più mozzo ma marinaio e rotta verso i mari del sud. In quel viaggio conosce, nelle isole Marchesi, una tribù di cannibali, i Taipi, presso cui rimane quattro mesi. Quando si imbarca di nuovo su una baleniera, questa volta australiana, l’equipaggio si ammutina. Melville è tra i rivoltosi e a Tahiti viene arrestato dalle autorità inglesi. Evade e si rifugia nell’isola di Eimeo, oggi isola di Moorea. Qui ottiene il suo terzo e ultimo imbarco su una baleniera, di Nantucket, con cui arriva fino alle Haway. A Honolulu si licenzia e lavora saltuariamente come garzone e uomo di fatica. Si arruola infine nell’equipaggio della nave da guerra “United States” e torna a casa; le sue avventure marinaresche erano finite. Dal primo viaggio (1839) all’ultimo (1843) Melville naviga per cinque anni accumulando tante esperienze, avventure e ricordi da riempire decine di libri. Li comincia a scrivere l’anno dopo, nel 1844, a venticinque anni, riscuotendo un successo immediato.
Anche la sua vita personale è felice. Nel 1847 si sposa con Elizabeth, nel 1849 gli nasce il primo figlio, maschio, come lui desiderava. Considerando gli anni tristi dell’infanzia a causa delle difficoltà economiche della famiglia dopo il fallimento del padre e gli anni angosciosi della maturità, Herman Melville fu felice solo in questa terra di mezzo: dal 1839 al 1849. Poi arrivò il fatale 1850 e quella prima frase: “Chiamatemi Ismael”. Già, è l’inizio di “Moby Dick”, l’inizio della fine. Melville si butta a capofitto nella sua stesura, ci lavora giorno e notte, è come divorato da un’ansia febbrile, quasi non mangia. Il libro è un combattimento corpo a corpo che dura dal febbraio del 1850 fino all’estate del 1851, un combattimento lungo 1.500 pagine.

Quando lo inizia è in buona salute, sereno e soddisfatto; quando lo termina è un’altra persona, esausto, svuotato di ogni energia, debole e impotente. Se si fermasse per via una persona qualsiasi e le si chiedesse di indicare un libro di mare la risposta sarebbe scontata: “Moby Dick”. Ma “Moby Dick” non è un libro di mare, questo è il paradosso. In quelle 1.500 pagine non vi è una sola descrizione del paesaggio; il mare non si vede, non si respira, non si odora, rimane laggiù, sullo sfondo, come una quinta di teatro. Non c’è vento, non c’è spazio in “Moby Dick”, non vi sono orizzonti sconfinati da contemplare, ma solo una discesa verso il basso, negli inferi dell’animo umano. Il pensiero non si allarga, non prende fiato, ma sprofonda in un imbuto sempre più stretto fino a concentrarsi in un solo punto: l’ossessione. Il mare è solo un pretesto, rimane ai margini, a volte ci si dimentica di lui. In realtà “Moby Dick” è un libro sul mistero del male, il male che si nasconde dietro un’apparenza candida, e sulla brutalità malvagia della natura. La balena bianca è il male, l’energia bruta dell’esistenza cieca, fatale, schiacciante, la persistente forza distruttiva. E Achab è lo spirito dell’uomo, piccolo e debole ma risoluto, capace di impegnare senza paura la sua pochezza contro quella potenza. In questo Melville non è Leopardi, che accetta come un destino eterno e immutabile la forza immane della natura matrigna e ad essa si piega subendola con dignitosa sofferenza. Melville non accetta una rassegnata capitolazione, la resa non fa parte del suo essere, non si inchina e non subisce, ma si ribella, lotta e combatte. Si erge maestoso sulla prua della vita urlando la sua ribellione e se da questa lotta uscirà sconfitto, e lui sa che ne uscirà sconfitto, ebbene lo farà con l’arpione in pugno. In questo Melville rappresenta per intero l’uomo americano che combatte, che ricerca una nuova frontiera, che sposta i suoi confini sempre più in là in una lotta continua contro tutto e contro tutti, padrone assoluto del proprio destino.

“Moby Dick” fu un fiasco colossale. Da parte della critica del tempo fu considerato il delirio di un pazzo. E anche i suoi lettori, un tempo così attenti e affezionati, lo abbandonarono. Non avevano capito nulla di quanto aveva scritto e poi non era quello ciò che si aspettavano da lui. Aveva perduto la sua vena di fantasioso narratore di avventure, non c’era più il sole, il mare lucente, le vele spiegate, il vento sulla faccia. Fu una cosa molto triste e mortificante per Melville. Ma il rimedio era lì, a portata di mano. Bastava tornare indietro e riprendere i vecchi soggetti. Non erano certo le storie e le avventure quelle che gli mancavano dopo le ribalde scorrerie giovanili. Tornare sulla vecchia strada, al fondo della quale ripenserà a “Moby Dick” come un semplice, spiacevole incidente di percorso. E invece no. Alla fine del libro, Moby Dick, di fronte alla nave di Achab, invece di fuggire come sempre aveva fatto, decide di attaccare e si abbatte con tutta la sua potenza sul legno della chiglia. Achab è lì che la aspetta, la sta aspettando da una vita, finalmente il momento era giunto. Scaglia il suo arpione che si conficca nella carne della bestia, la nave affonda ma Achab non molla la presa. Uno scarto improvviso della balena lo imbriglia sul dorso con le corde degli arpioni. Achab non riesce più a muoversi e l’animale si inabissa trascinandolo con sé. Melville è come Achab. Anche lui rimane attaccato a “Moby Dick”. Quel suo libro non lo lascerà mai più e con lui si perderà, facendosi trascinare nell’abisso; giù, sempre più giù. Melville non tornerà più indietro.

Dopo “Moby Dick” non scriverà più di mare e di sole, di spiagge e di vele. Nel 1852 scrive “Pierre o delle ambiguità”, la cui trama include addirittura un incesto. Nel 1855 è la volta di “Benito Cereno”, soggetto la tratta degli schiavi. Nel 1856 dà alle stampe “Israel Potter”, un romanzo storico. Nel 1857 tocca a “L’uomo di fiducia” definito dalla critica come una indebita mescolanza di satira e filosofia. Giù, sempre più giù, legato da mille fili a quel suo libro che non vuole mollare, che non vuole tradire. Non gli interessa il facile successo commerciale, il suo spirito e le sue idee non possono essere oggetto di baratto. Qui sta la sua grandezza morale, la sua indomita coerenza, da qui il nostro affetto. Dopo il 1857 si dedica prevalentemente alla poesia, figurarsi, ispirandosi alla guerra civile, ai viaggi fatti in Italia e in Grecia, ai pellegrinaggi in Terra Santa. Confessa all’amico Nathaniel Hawthorne: “Quel che mi sento di scrivere è proibito, non paga; e a scrivere nell’altro modo non riesco”. Il mare, quel mare che aveva rappresentato la sua vita dal 1839 al 1843 e la sua fortuna letteraria dal 1846 al 1849 non gli interessa più, lo accantona, lo rifiuta. Certo lo ricorda, anche con affetto e nostalgia, ma non è più il centro della sua vita. Così facendo continua a inabissarsi; giù, sempre più giù. Dal 1846 al 1849 Melville ha guadagnato ottantamila dollari di diritti d’autore; dal 1851 in poi ne guadagna ogni anno al massimo un centinaio. Con il suo lavoro di scrittore, di scrittore fallito, non riesce più a mantenere la famiglia. Nel 1866 deve accettare il lavoro di ispettore delle Dogane. In quello stesso momento decide di abbandonare la letteratura; da quel giorno non pubblicherà più nulla, scriverà per sé e per il proprio piacere. Anche la sua vita privata precipita con lui. Nel 1867 Malcom, il primogenito, il figlio tanto amato, si uccide a diciotto anni sparandosi un colpo di pistola, e il secondo figlio, Stanwix, fugge da casa per non farvi più ritorno terminando a San Francisco, ad appena trentacinque anni, la sua vita errabonda.

Giù, sempre più giù. E’ sera. Quando ritorna a casa, dopo le misere occupazioni della dogana, l’uomo ci appare ancora più stanco e appesantito, il passo ancora più strascicato. Le chiacchiere con la moglie Elizabeth e con le due figlie non riescono a colmare il vuoto che sente dentro di sé. Sempre più spesso l’uomo trova rifugio sul balcone. Si accomoda sulla sua sedia di tela e accende la pipa. Quando muore, nelle prime ore del mattino del 28 settembre 1891, Herman Melville è un uomo dimenticato da tutti. Un solo giornale americano riporta la notizia in tre righe di necrologio. Ma noi lo vediamo ancora come quella sera del 1866, seduto sul balcone, tolda di nave protesa sulla sua gioventù. Scruta l’orizzonte, aspetta che spuntino le stelle, sotto di sé non vede grigio asfalto ma schiuma di mare contro la chiglia. E ricorda, ricorda la bellissima Fayaway, la donna che aveva conosciuto durante il suo soggiorno tra i Taipi. “La sua flessuosa personcina era la perfezione, la grazia, la bellezza femminile fatta carne; la carnagione era di un colore oliva caldo e delicato e, quando ne ammiravo le morbide guance, avrei giurato che la pelle trasparente fosse soffusa di un lievissimo color di rosa; il volto era di un ovale quasi perfetto, i lineamenti di una purezza tale che cuore o mente dell’uomo non avrebbero potuto desiderare maggiore…”

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