Le cipolle di Neruda che fecero piangere Alicata

– di Giuseppe Aprea *

Il poeta cileno era ghiotto di gamberi e cipolle viola, ma gustava ogni pietanza
con intensa sensualità.
La singolare sfida caprese con l’esponente comunista napoletano nella casa di via Tragara dove vissero Pablo e Matilde Urrutia.
La cena incipollatissima preparata da matilde che stravinse il confronto.
Amelia, la fedele domestica.
Il rito della spesa e la predilezione per le olive.
Il vino giovane e schietto dell’isola immortalato in una poesia.

200407-17-1m“Più bella di un uccello / dalle piume accecanti, / sei per i miei occhi / globo celeste, coppa di platino, / ballo immobile / dell’anemone niveo / e vive la flagranza della terra / nella tua natura cristallina”.
Se siete tutti convinti che sia stata una grande penna e una grande passione a dare corpo a questi versi, siete nel giusto (è una poesia di Pablo Neruda, uno che di passioni è vissuto e si è nutrito l’anima, uno che le passioni ha cantato, e in un modo sublime). Ma se non riuscite a resistere alla tentazione di scoprire quale sia la donna esaltata nei versi, è bene che vi fermiate un attimo. Siete fuori strada.
Perché non della sua Matilde scrive il poeta, ma di un’altra femmina, che anch’essa per sua stessa natura provoca nell’uomo che l’ama una lacrima. Ma è “l’unica lacrima / non nata da pena”, scrive il poeta. L’unica che si versa con gioia.
Quella femmina è la Cipolla, regina delle stelle e della mensa degli uomini semplici: “chiara come un pianeta, / e destinata a brillare / costellazione costante / rotonda rosa d’acqua / sulla tavola / della povera gente”.
Neruda andava pazzo per le cipolle. E Mario Alicata, l’amico prezioso che aveva intercesso con Cerio perché ospitasse a Capri il poeta cileno e la sua donna, ne fece le spese. Lo sfidò (incauto) ad un confronto gastronomico senza precedenti per stabilire una volta per tutte chi, tra i discendenti del romano Apicio e gli uomini del Nuovo Mondo, fosse il maggiore esperto in materia di cipolle.
Per la cronaca, la tenzone culinaria prevedeva due prove (cene), la prima da svolgersi nella casa in via Tragara, dove vivevano Pablo e Matilde, l’altra dagli Alicata, Mario e la sua compagna Sara Mancuso. La sera stabilita si ritrovarono puntualmente nella Casetta di Arturo, i duellanti, le cuoche e gli integerrimi giudici prescelti per l’occasione. Le pietanze che Matilde aveva preparato furono servite ai commensali da Amelia, la domestica caprese che Neruda chiamava la “signora campestre”, perché adornava la casa dei magnifici fiori che nell’isola crescevano anche sui muri. Erano assolutamente “speciali”.
“Cipolle marinate al vino rosso, insalata alla piuma cipollina, pasticcio fritto incipollatissimo e seviche di gamberi di Capri carichi di cipolla violetta”. La cuoca aveva versato calde lacrime per tutto il pomeriggio, ma prima ancora che la cena finisse fu Alicata a dover fare ammenda. Alzò le mani in segno di resa incondizionata e proclamò seduta stante, tra gli applausi ed i lazzi dei presenti, Pablo e Matilde vincitori della cipollata, dichiarando che la seconda prova, ai fini del verdetto, poteva ritenersi superflua. Anche se quantomeno auspicabile, viste le profumate premesse…
Nella casa di Tragara, la prima che avessero mai avuta tutta per loro, il poeta e la sua compagna trascorrevano una vera luna di miele. Del resto, era stata proprio la luna caprese ad unirli per sempre, in una notte magica e luminosa come un mattino, sotto lo sguardo complice e austero dei Faraglioni.
“Come si poteva amare tanto? Come si poteva essere così felici?” scrive Matilde Urrutia nel suo bel libro di memorie, ricordando quei giorni nell’isola, nel ’52. “Sei la regina della cucina – l’aveva coccolata lui, nell’estasi dell’anitra all’arancia e dei gamberoni del pranzo nuziale – come mi sono accasato bene!…”
Neanche Neruda avrebbe mai dimenticato quei mesi a Capri, isolano tra gli isolani. Le lunghe passeggiate nel sole di Anacapri. Le rocce sferzate dal vento, le mura fiorite, le pergole antiche. La gente dell’isola, che più di ogni altra cosa aveva imparato ad amare. “Ti conoscono i cocchieri e le pescatrici; – scrisse poi – fai parte della Capri nascosta e povera; e sai dove trovare il buon vino che costa poco o dove comprare le olive che mangiano quelli del posto”.
Ecco perché la spesa del giorno era per lui un rito da assaporare con compiaciuta lentezza, un vero sfizio. Lo scopo finale era quello di portare via con sé nella borsa, insieme ai pomodori spugniti e alla farina per le tortillas di Matilde, i volti allegri e la saggezza semplice dell’ortolano e del fornaio. Il rito continuava a tavola, dove gli amici avevano sempre cura di piazzarlo ad un capo, per godere appieno della sua cordialità e della intensa sensualità con cui gustava ogni pietanza. Le squisite aragoste nei ristoranti di Barcellona, così come la minestra maritata ed il sartù di riso delle osterie napoletane.
Per le olive d’Italia, poi, aveva una vera predilezione. Le aveva assaggiate a Frascati, durante una gita ai Castelli Romani insieme a Delia e Antonello Trombadori, nel ’51. “Dolci olive verdi di Frascati / nitide come puri capezzoli / fresche come gocce di oceano /concentrata, terrena essenza!”: così aveva cantato quella meraviglia del palato.
Naturalmente era il vino il compagno ideale di tanto raffinato palato. Matilde aveva cura che non mancasse mai, sulla tavola imbandita del terrazzo della Casetta, un fiasco del buon vino bianco di Capri. Giovane e gracilino, ma schietto e gioioso come i grandi vini del Cile. “Vino color del giorno, / vino color della notte, / vino con piedi di porpora / o sangue di topazio, / vino, / stellato figlio / della terra”, si legge nelle Odi Elementari. “Il vino / muove la primavera, / cresce come una pianta di allegria, / cadono i muri, / rocce, / si schiudono gli abissi, / nasce il canto”.
E il canto, quando è così forte la voce e così caldo il cuore, sublima e rende immortali gli uomini ed i loro amori. “Ti costruii cantando”, scrive all’adorata Matilde in una delle poesie d’amore a lei dedicate. “M’era necessaria la tua bocca, l’arco puro / del tuo piccolo piede, la tua chioma / di cereale tostato. / Io ti chiamai e venisti nella notte, / e alla luce semiaperta dell’aurora / trovai che tu esistevi / e che da me come dal mare la spuma / tu sei nata, piccola dea mia”.
Così cantò Neruda. L’allegro ghiottone di gamberi e cipolle viola. Il sovversivo Neruda. Il pericoloso comunista che il ministro Scelba tanto temeva che lo fece pedinare anche a Capri (e fortuna che i ministri passano – non sempre, ahimè, a volte tornano e ne sappiamo qualcosa – ma la grande poesia rimane…).
Quando a Napoli i poliziotti, che avevano l’ordine di scortare il poeta fino al treno, per eseguire il decreto di espulsione, si annunciarono alla porta con il classico: “Noi siamo della Polizia”, Neruda non batté ciglio. Ma pochi anni dopo, rievocando la scena in versi, e immaginando di rispondere con fierezza a quell’intimazione, scrisse: “Io sono della Poesia”…

* Centro Archivistico e Documentale dell’isola di Capri

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