L’Elba degli anni Cinquanta

C’ERA UNA VOLTA ALL’ELBA

di Maria Gisella Catuogno

Che cos’era l’isola negli anni Cinquanta dopo i disastri della guerra. L’agricoltura e la lavorazione del granito, il turismo nascente, i bastimenti che partivano carichi del vino del Marcianese e i piroscafi diretti in continente. Le ville dei primi ospiti illustri e il Ristorante Pierolli. Le scuole e la vita di tutti i giorni fatta di piccole cose, sacrifici, speranze.

201404-10-1mEra una caldissima giornata d’agosto, quando Irene venne al mondo, dopo un’attesa protrattasi per settimane. Quel nome, che significa pace, l’avevano scelto da subito, senza esitazione, i suoi genitori, come un talismano di serenità, contro le inquietudini private e collettive della vita. Come usava allora, sua madre la fece nascere a casa, non all’ospedale del capoluogo, che dal paesino isolano era lontano trenta chilometri: la “colse” la levatrice del paese, che faceva la spola tra la sua abitazione e quella di un altro nascituro. Il travaglio fu lungo e estenuante ma finalmente la bambina s’affacciò alla luce, una luce e un calore troppo intensi, se poco dopo le venne una febbre che preoccupò non poco puerpera e famiglia. Il padre non c’era, era imbarcato su una nave mercantile che navigava nel Mediterraneo, portando nella sua generosa stiva ogni tipo di merce, dal sale agli animali da circo. Quando il marconista lo avvisò che era stata appena telegrafata la notizia della nascita della primogenita, si trovava al largo della Sardegna: conobbe sua figlia soltanto un mese dopo. Quando Irene aprì i suoi occhi sul mondo, erano i primi anni Cinquanta, la guerra era finita da poco e questo lo si sentiva nell’aria e si avvertiva nelle difficoltà della vita di tutti i giorni, anche se a lei non mancò mai nulla , dall’abbondante latte di sua madre che se la tenne al seno fino all’anno, alle pappine di grano con cui fu svezzata gradualmente.
Ma l’Italia tutta, allora, si leccava le ferite, non ancora cicatrizzate: città come Livorno – dove gli elbani avevano spesso motivo d’andare, per l’ospedale, per il collegio dei figlioli o per il catasto – convivevano giornalmente con le eloquenti testimonianze della tragedia appena trascorsa, quei cumuli di macerie che ingombravano i loro quartieri e che sarebbero in parte sopravvissuti fino agli anni Sessanta. All’Elba non si era sofferto meno che altrove: Portoferraio era stata pesantemente bombardata da tedeschi e alleati, molte famiglie piangevano ancora i loro morti e la perdita di beni e abitazioni; il destino dello stabilimento era gravemente compromesso e il futuro economico dell’isola quanto mai fumoso. Si guardava con grande preoccupazione ai giorni a venire.
Negli altri paesi si andava avanti con altrettante incertezze e patemi d’animo: le miniere offrivano, nella parte orientale, un pane che sapeva di ferro e di sale, guadagnato con fatiche disumane, a volte veramente amaro, ma pur sempre pane. Invece a Marciana, Chiessi, Pomonte, c’era soltanto l’agricoltura: le vigne lambivano quasi la spiaggia o si arrampicavano, con i terrazzamenti, su per le colline, fin dove si spingono le capre, insieme alla zappa testarda del contadino. Nel campese, dove certi litorali erano ancora macchiati del sangue versato durante lo sbarco, quell’operazione Brassard che aveva allontanato i tedeschi dall’isola, ma ad un prezzo altissimo per le violenze perpetrate dai liberatori – era attiva la lavorazione del granito e, grazie alla bellezza delle spiagge, qualche timida forma di turismo.
L’isola era comunque tutta coltivata, “un giardino” dicevano i vecchi, in quanto dovunque si cercava di far fruttare la più piccola zolla di terra o per viverci interamente o per integrare un magro salario: le viti e gli ulivi vestivano i fianchi delle colline, il grano imbiondiva le piane, di giugno, e si mescolava qua e là al rosso dei papaveri, l’aria profumava di zàgare e quei fiori d’arancio servivano alle spose per i loro bouquet.
Dai porti partivano bastimenti carichi del vino del Marcianese e i piroscafi che traghettavano gli isolani in continente e viceversa: il “Portoferraio”, il “Portazzurro”, il “Pola”. Solo nel capoluogo i viaggiatori salivano dalla banchina direttamente sulla nave; negli altri paesi costieri era un barcone a portarli al largo, dove la nave, all’àncora, li aspettava. Fu la scena che più colpì Irene, ancora piccolissima, la prima volta che andò a Piombino. “Mamma, mamma, andiamo addosso alla nave!!! Ho paura!” e scoppiò a piangere. In effetti, la “Laura”, piena di gente, sembrava proprio sfidare quella meraviglia bianca, quasi ferma per la sua grandezza, nel perpetuo moto del mare, e andarle sotto. Irene chiuse gli occhi e si strinse alle gambe di sua madre, sentì poi che veniva presa in braccio e issata sopra: ora era sulla nave, finalmente al sicuro, e il barcone s’allontanava salutando festoso.
C’era povertà ma entusiasmo, voglia di vivere e mettersi alle spalle le tragedie della guerra. Il paese cercava di farsi bello, pur nelle ristrettezze del momento: del resto non era la sede di splendide ville? Non era stato scelto da Remigio Sabbadini, Concetto Marchesi, Filippo Tommaso Marinetti, Georges Simenon per le loro vacanze? Il turismo era scarso, d’élite, le strutture ricettive quasi tutte da costruire ma il Ristorante Pierolli faceva un ottimo cacciucco, qualcuno della Val d’Aosta aveva adocchiato un bel posticino per costruirci la sua casa al mare e la signora Renée, a Capocastello, affittava già le camere. D’inverno Cavo, o meglio Il Cavo, come lo chiamavano i locali, agli occhi di un frettoloso ospite poteva apparire in letargo, rispetto a centri più grandi o addirittura alla città, ma in realtà scorrevano nelle sue vene linfe che lo rendevano vivo e attivo, come un albero che, al sopraggiungere della brutta stagione, si libera delle foglie, riduce al minimo la sua attività, ma pure resiste per sei mesi alle intemperie, fino alla primavera successiva. Anzitutto, c’erano due ordini di scuole, la materna, chiamata da tutti “l’asilo”, e le elementari; poi non mancavano le botteghe di generi alimentari, la macelleria, l’edicola, l’emporio, i bar, la panetteria, il ristorante; senza trascurare i due luoghi per eccellenza dell’aggregazione paesana, la chiesa con la sua parrocchia e “le suore”. Esse infatti gestivano non solo l’orfanatrofio San Giuseppe, fondato da Don Dino, per dare un aiuto a tutti i minori in difficoltà, non necessariamente orfani, ma anche l’asilo, che radunava tutte le mattine i bambini dai tre ai sei anni: Irene lo frequentava insieme a Ida, Katia, Antonella, Mirella, Gabriella, Lucia, Daniele, Giuseppe, Luigi, Paolo, Silverio, Cesare, Lido, un altro Paolo, Enrico, Pierpaolo. I banchini e le seggioline erano verniciati di verde, la lavagna aveva i gessetti colorati, alle pareti erano attaccati i disegni di tutti e immagini di angeli dai volti dolcissimi, i capelli biondi, gli occhi celesti e robuste ali sulle scapole. A guardarli ci si sentiva rassicurati: se ciascuno ne aveva uno, invisibile, alle spalle, era a posto e sarebbe stato uno scriteriato a farlo piangere o addirittura volare via per un peccatuccio da quattro soldi. Le suore erano pazienti e quando qualcuno piangeva, per la nostalgia di casa, per il compagno che gli aveva fatto lo sgambetto, per l’amica pettegola che aveva spifferato segreti segretissimi, se lo mettevano accanto, tenendolo per mano e accarezzandolo, nel camminare, con le lunghe e misteriose sottane nere: da quella prospettiva privilegiata, tutto era diverso, ci si sentiva riverberati della luce dell’autorità, forti e vincenti, cresciuti di un palmo in mezza giornata.
Non si pranzava a scuola, ma a metà mattina ognuno tirava fuori dal suo cestino quello che la fantasia della mamma ci aveva messo dentro: pane e marmellata, pane e burro, pane burro e zucchero, pane e mortadella, quasi mai il prosciutto che era un vero e proprio lusso. Poi, a mezzogiorno, tutti via, a casa: chi stava vicino ci andava a piedi, da solo, gli altri con le mamme, a volte con qualche babbo momentaneamente disponibile, magari sul sellino di una bici o a cavalcioni delle sue larghe spalle.
Irene, da grande, non avrebbe comunque dimenticato i pianti che si faceva, quando la mamma la lasciava, specialmente i primi tempi, ed una foto, in particolare le avrebbe sempre rammentato la propensione ad essere una fontanella: ritraeva il gruppo dei bambini all’aperto, in una bella giornata di sole, e lei in lacrime, per la mano alla suora.
In prima elementare, la maestra era una ragazza giovane e dolcissima, si chiamava Maria Teresa e veniva da Livorno. Prese un appartamento in affitto in paese perché non poteva certo fare la pendolare, la sua città era troppo lontana da quel posto minuscolo e mal collegato al continente. Ma, forse per i disagi, per la solitudine, per la nostalgia di casa, s’ammalava spesso ed era sostituita da qualche supplente. Per Irene quel cambiamento continuo era un autentico tormento: quando arrivava la bidella Gina a dire: “Bambini, oggi la vostra maestra non c’è, verrà la supplente” un nodo le prendeva la gola e faceva uno sforzo tremendo a cacciare indietro le lacrime che le bucavano gli occhi.
“Fontanella” la chiamavano i compagni per la sua propensione al pianto. Ma quando sentiva quell’appellativo che detestava, allora reagiva: inghiottiva il magone, implorava l’orgoglio e, a schiena dritta, affrontava gli ostacoli che si presentavano. Questo miscuglio di forza e fragilità l’avrebbe accompagnata tutta la vita. Dal suo angolo d’osservazione, ogni avvenimento, piccolo o grande che fosse, meritava attenzione e riflessione: non si accontentava di sfiorare l’involucro dei fatti, come vedeva fare a tanti, piccoli e grandi, voleva incidere quella superficie e andare oltre. Così nei rapporti familiari e d’amicizia. Per questo a volte restava come incantata. Finché qualcuno non spezzava bruscamente il filo del pensiero con un – Irene, ci sei!? Sveglia!- che le risultava tanto odioso quanto lo sfregamento d’una ferita.
Guardava tutto quel che la circondava, cercava di decifrarne i segni e gli umori: delle persone, degli animali, della natura. Del mare soprattutto, che era un elemento costante delle sue giornate.

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