Memorie e nostalgia di un maestro d’ascia

– di Francesca Pappacena

Pietro Ricci, 85 anni, che ha lavorato lungamente nel cantiere dell’Olivo a Porto Venere, ricorda in una intervista appassionata il tempo in cui le barche venivano costruite esclusivamente in legno e ne illustra le varie fasi parlando di chiglie, parelle, controdritti, ordinate, emboni, fasciame, dormienti.

C’è una barca in mezzo al mare, ma chi l’ha costruita e come? Ecco cosa mi viene in mente guardando il mare di Porto Venere. Sono nata sul mare e mi accorgo di conoscerlo poco, così decido di fare qualche piccola ricerca e “navigando” sul web cerco informazioni. Tra le varie pagine compaiono parole come patrassa, parella, scure, berta, asciatella, mazzetto, sbozzino, verina da alesaggio, maglio, tendi comando. Non conosco il significato della gran parte di tali vocaboli e negli articoli mancano le relative spiegazioni. Vari trafiletti spiegano il processo di costruzione di una moderna barca in vetro-resina, ma “la barca in mezzo al mare” è di legno e il web non sembra proprio conoscerla. Come pretendo di trovare risposte in un contenitore senza memoria storica?! Meglio correre ai ripari e chiedere aiuto a chi, di mare e legno, si può considerare una vera e propria enciclopedia che potrebbe riempire pagine e pagine di Wikipedia sull’argomento. Incontro il mio “Wiki” in una calda mattina di agosto. Appena gli ho parlato del mio quesito da risolvere è venuto a trovarmi portandosi dietro un quaderno e un album fotografico. Ma di chi si tratta?

Si chiama Pietro; al secolo è Pietro Ricci, classe 1926, una vita di duro lavoro e passione per il mare, uno dei pochi, forse l’ultimo maestro d’ascia rimasto in zona. Abita alle Grazie, a una manciata di chilometri da Porto Venere. Amico di famiglia, spesso è comparso in brevi interviste in tv quando si parla di Liguria e di navigazione. Ha aiutato studenti ad approfondire le loro tesi di studio e tramutato letteralmente la sua taverna in un piccolo museo sull’arte di cultura materiale riguardante i maestri d’ascia e i calafati. Ci sediamo in giardino e Pietro inizia a raccontarmi la sua affascinante storia; quando lavorava nel cantiere dell’Olivo a Porto Venere, com’era strutturato il bacino di carenaggio (dove ora sorge, tra le altre, anche la casa in cui vivo) che un tempo accoglieva velieri a tre alberi da 800/900 tonnellate ed era l’unico cantiere in zona a poter accogliere imbarcazioni di tali proporzioni perché dotato di attrezzatura specifica. Mi mostra le foto della sua taverna, dove sono stata spesso, ma solo ora mi accorgo che l’intonaco alle pareti è quasi invisibile perché coperto dai numerosi attrezzi che, con pazienza e passione, Pietro ha raccolto nel corso degli anni, affinché l’arte dei maestri d’ascia non venisse dimenticata. Nota: i pezzi catalogati sono duemila, ma si raggiunge un totale di circa tremila articoli, ognuno diverso dall’altro.
“Oggi le barche sono costruite in resina e gran parte del processo è automatizzato – mi dice. – Un tempo era il legno a farla da padrone; invece di un computer, a manovrare gli attrezzi era l’esperienza di maestri d’ascia e calafati”. Sfogliando il quaderno in cui ha catalogato i suoi attrezzi, tra di essi vedo anche qualcosa che per me somiglia a un vecchio cavatappi. Il mio interlocutore ride e mostrandomi le foto seguenti, ove sono raffigurati “cavatappi” di oltre 60 centimetri di lunghezza, mi spiega che le verine servivano per praticare fori nel legno. In una decina di esemplari sono racchiusi secoli di storia ed evoluzione tecnica degli arnesi del mestiere. In questo book ci sono un centinaio di pezzi, per non parlare dei nodi, e su ognuno il loro custode potrebbe parlare per ore facendo trapelare la passione di una vita.

Spiegami come veniva costruita la “barca in mezzo al mare”, gli dico. Pietro prende un foglio bianco dal mio album e con una matita inizia a disegnare le varie componenti dell’imbarcazione.
“Si partiva sempre dalla chiglia, il primo ‘pezzo’ dell’ossatura, a cui poi andava fissato il dritto di prua con una parella”. Una che? “Parella, è un incastro o doppia coda di rondine che non richiede né colla, né legature, ma la massima precisione. Le tavole poi venivano fissate al controdritto di prua e a quello di poppa assicurandosi che la barca fosse perfettamente a piombo”. Beve un sorso di aranciata e riprendere a spiegare.
“Il passaggio seguente sono le ordinate, in pratica sono le ‘costole’ della barca e, a seconda del metodo di costruzione, potevano essere rigide o flessibili.
L’operazione di fasciame, ovvero il rivestimento esterno, consisteva in tavole, più o meno pregiate, che venivano inchiodate alle ordinate lasciando dei corsi per inserire gli emboni che ‘tappando’ ogni spiraglio rendevano la barca stagna.
Infine, prima dell’eventuale calafataggio, venivano inseriti i dormienti, le due tavole interne alla barca a cui erano fissati i banchi” Hai parlato di calafataggio, chiedo andando a cercare con la punta della mia 2B la parola citata per esser certa di non sbagliare.
Ne ho già sentito parlare, ma di che si tratta? “Una cinquantina d’anni fa avresti trovato paginate di informazioni sui calafati sfogliando una qualsiasi enciclopedia.
Ora c’è una breve dicitura che li descrive come coloro che inserivano la stoppa nelle navi, – fa notare Pietro con un po’ d’amarezza. -Devi sapere che barche di cinque, sei metri potevano non aver bisogno di calafatura se il lavoro del maestro d’ascia era perfetto. Tale operazione, però, assicurava l’ottima riuscita dell’imbarcazione rendendola impermeabile e più resistente all’escursione termica”.

Lo vedo sistemarsi gli occhiali e sorridere appena.
“Pensa che quando le navi avevano delle infiltrazioni nello scafo, e qui ti parlo di gozzi, i calafati s’immergevano in apnea sotto la carena per ripararle. Essi aprivano dei sacchi di segatura che veniva spinta tra le assi dalla pressione dell’acqua e tappavano l’infiltrazione”. E la pittura?, domando, oggi ci sono barche di ogni colore.
“Si usava la pece prima del varo.
Nei velieri, dove le tavole erano più spesse, veniva passata anche la patrazza per spingere ulteriormente la stoppa nei commenti, dopodiché si passava la pece”.
Ci guardiamo, di cose da dire ce ne sarebbero tante ma io non sono una scrittrice e non renderei giustizia a una storia tanto affascinante quanto articolata. Chiuso il quaderno, l’album e anche il mio blocco, poso la penna.
Pietro ed io ci guardiamo. Ora che so come venne costruita la “mia” barca in mezzo al mare, potrei darmi al modellismo. Con il tuo aiuto non potrei fallire!, scherzo mentre lui armeggia con un pezzetto di carta scarabocchiata.
Ridiamo di gusto e lui, sempre pronto alla battuta, mi risponde: “Va bene, ma prima andiamo a mangiare, ho proprio voglia di una pastasciutta col sugo di muscoli”. Ci alziamo per spostarci verso la cucina, lasciando una barchetta di carta a custodire i miei appunti.

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