Il motoscafino giallo

di Barbara Tarno

Vi racconto il mio mare e la mia isola. Quel “giocattolino” di mio padre che aveva sulla murata il nome “Barbra”, forse un tributo al mito canoro. Da quel primo natante alle gloriose stagioni nautiche sulle tavole da windsurf, sulle canoe, su un catamarano in legno costruito in giardino, sul dinghy “Mia” con le vele granate. Nuotate emozionanti e ormeggi esclusivi.

Ed eccomi qui, il treno ritarda ed io, seduta sulla panchina al binario due della stazione di Torre Annunziata, sono presa d’assalto dalla chiassosa famigliola rom i cui giovani, imberbi ma quanto mai vivaci componenti mi toccano con famelica curiosità e mi alitano sul collo nell’innocente tentativo di sbirciare gli arcani segni che annoto sul fedele taccuino che ho tra le mani. Sotto il fuoco incrociato dei pargoli invadenti e delle domande vaghe dei genitori, ancor più inopportuni, abbozzo un sorriso di cortesia, spudoratamente falso, e continuo ostinatamente a stringere tra le dita la penna al gel, mio unico conforto di questa radiosa mattinata settembrina.
E’ singolare quanto delle cose che in una scala di massimi sistemi consideriamo di scarso valore possano diventare gratificanti; la penna al gel che scivola sulla carta come la cera sulla seta del batik è una di quelle cose per cui disegnare o scrivere costituisce di per sé un’esperienza emozionante, al punto che spesso mi sorprendo a scarabocchiare fogli di extra strong in una sorta di trance grafomane che ha come unico obiettivo consumare inchiostro con eleganza.
La via di fuga è il piccolo lettore mp3 che tiro fuori dal cilindro (e non per modo di dire, ma la mia sacca da barca è proprio un cilindro di tela grossa ricavato da un parannante da chef!) e mi sparo un World to Come IV eseguito da Maya Beiser a tutto volume nei padiglioni auricolari, ed è come iniettarsi 150cc di caffè direttamente in vena. Alone again. Evviva! Ritorno al taccuino con quelle due righe da buttar giù che mi ronzano in testa da ore; eppure mi apparivano così nitide e fluenti questa notte, nel bozzolo accogliente della cuccetta di prua, cullata tra veglia e sonno, erano lì che si srotolavano come il red carpet di Cannes e ora, pas plus!
Poche parole, niente paura, solo poche parole!
Non sono brava con la penna (anche se è quella emozionante al gel), mi esibisco meglio con la matita; proprio quella matita che il mio amico Gian apprezzava, tanto che avrebbe desiderato vederla all’azione a graffiare le pagine di questo prezioso in folio, quando ancora era un embrione della sua fantasia.
All’epoca non mi sentivo pronta a tuffarmi in questa sua ennesima avventura, non avevo capito quanto importante fosse per lui questo progetto, e penso che dal mio rifiuto siano scaturiti i primi silenzi tra noi.
Quella Marlboro da fumare insieme davanti ad una tazza di caffè, che io davo per scontato prima o poi, è rimasta sospesa, emblema di un’occasione persa, ed io provo rabbia e antipatia per me stessa, perché quei silenzi resteranno scolpiti nella mia coscienza. Provo ora a riparare con la mia matita, su queste stesse pagine, con un mio progetto editoriale, ambizioso e deliziosamente inutile (troppe zeta), che immagino sarebbe piaciuto a Roberto.
201404-6-1mOra vi racconterò il mio Mare, la mia Isola.
Ora mi sento pronta. VentunoSettembreDuemilatredici.
Il motoscafino giallo. L’imprinting nautico che ha segnato la mia vita lo devo al motoscafino giallo orgogliosamente posseduto da mio padre negli anni Settanta.
È solo dopo la sua morte che, riordinando carte e documenti, ne ho ritrovato il libretto nautico e, con sorpresa e commozione, ho scoperto che era registrato a nome “Barbra”. Non lo sapevo.
Uomo riservato, mio padre, immagino ritenesse superfluo identificare il natante con il nome dipinto sulla murata, poiché l’insolito colore costituiva di per sé carattere distintivo, così, per noi, è sempre stato “il motoscafino giallo”. A sentimento mi convinco che un fatale errore di battitura dell’addetto dell’ufficio del registro abbia compromesso l’amorevole omaggio di un padre verso la figliola, ma rimane fondato e subdolo il dubbio che quel “Barbra” volesse piuttosto essere un tributo al suo mito canoro. Nei miei ricordi le gite domenicali erano delle memorabili scorribande sottocosta alla scoperta delle marinelle, che elettrizzavano noi bambini, armati di maschere pinne e boccagli e determinati a sfidare il BigBlue; un po’ meno entusiasta mia madre, che per sua natura terricola non amava l’incessante rollio e che mio padre, mosso a compassione, accompagnava a terra in un consolatorio e dispendioso giro di boutique positanesi. E infine lui, col suo berretto da marinaio, in deliquio davanti a un appetitoso spaghetto a vongole, degno epilogo di giornata ai tavoli di Mammato o della Marinella.
Io, bambina timida e un po’ “cagasotto”, in barca non mi separavo mai dai miei braccioli, neanche mentre mangiavo (una delle conquiste dei Settanta è proprio lo sdoganamento dalla scomoda ciambella che ci sottoponeva ad improduttive contorsioni), e, sebbene già allora non amassi le acque blu lontano dalla costa, non disdegnavo affatto le nuotatine esplorative delle piccole baie della Costiera.
Tutto nel volgere di poche gloriose stagioni nautiche. Il giocattolo, su consiglio di mia madre, fu venduto. Ma Navigare Necesse Est e da allora non ho più smesso, di nuotare (senza braccioli!) né di navigare. E da quel motoscafino, nel tempo, ne ho sperimentati diversi di natanti.
In alcune grame stagioni ho persino navigato (o forse è più corretto dire galleggiato) su un pannello di Stirodur , guardata dai bambini in spiaggia con un misto di invidia e curiosità. Avete presente lo Stirodur? E’ un pannello isolante impiegato in edilizia di centimetri cento per cinquanta di schiuma di polistirolo; vallo a spiegare alla mamma del bimbo che frigna che lo stirodur non si compra nei negozi di giocattoli!
Su tavole da wind surf con la pagaia, con la canoa, con il flyng junior d’epoca o il Laser, rigorosamente vintage anch’esso, sul catamarano in legno costruito da Gianmi nel giardino di casa sua o su “Mia”, l’elegante dinghy dalle vele color granata di Gigi, oltre allo Stirodur naturalmente, ho raccolto schizzi e scorci di costa e annotato le emozioni di nuotate e di ormeggi esclusivi. Elemento indispensabile del mio corredo nautico è la piccola borsa a tenuta stagna che custodisce il fedele taccuino, matite, pennelli e colori ad acquerello.
Come molti dei miei progetti si principia dal mezzo. E si procede a balzelli. Ma chi avrà costanza e pazienza nel seguirmi in questo delirante Portolano, alla fine sarà premiato e, come l’album delle figurine, ad ogni uscita si aggiunge un tassello del puzzle.

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