Portovenere

COM’ERA PORTOVENERE AL TEMPO DEI CORSARI

di Arrigo Petacco

Tra il 1250 e il 1283 era un borgo molto attivo, abitato da pescatori, naviganti, mercanti e artigiani, caposaldo della Repubblica genovese a levante. Alla popolazione dei nativi si aggiungevano gli immigrati, in gran parte genovesi, ma anche fiorentini, bergamaschi, pisani, lucchesi, piacentini. La vita di quel tempo ricostruita attraverso gli atti notarili di Giovanni di Giona al quale ricorrevano i corsari per i loro commerci. I mestieri, le scuole, le chiese, le autorità del borgo, i matrimoni. I nomi curiosi dati alle donne. Le attività marinaresche erano la vera ricchezza. Lo scandaloso comportamento dei monaci benedettini e la storia amorosa di Simona de Boso.

201404-15-1mSi chiamava Giovanni di Giona ed è l’unico dei numerosi notai di Portovenere del Duecento di cui è rimasta memoria (poi vedremo perché). Abitava col padre, Giona appunto, anche lui notaio, la moglie Rusteghina e il figlio Montanino, alla metà del carugio, ossia sul confine fra il borgo vecchio di San Pietro e quello nuovo di San Lorenzo. E la sua casa è ancora lì, facilmente identificabile, essendo il nucleo storico di Portovenere rimasto più o meno tale e quale malgrado gli assalti dei pisani e dei saraceni e le insidie più recenti dei cattivi amministratori.
Sappiamo infatti che le finestre dello studio di Giovanni si affacciavano sull’unica microscopica piazzetta, con pozzo centrale in marmo bianco e nero, ricavata dall’unico slargo dell’angusto carugio.
Giovanni di Giona svolse la sua professione a Portovenere nella seconda metà del XIII secolo, all’incirca fra il 1250 e il 1283. Non era il solo, come abbiamo detto, perché all’epoca Portovenere era un borgo molto attivo, abitato da pescatori, naviganti, mercanti, artigiani e … corsari. E costoro per i loro commerci facevano grande consumo di atti notarili essendo il notaio, in quei tempi alquanto confusi, l’unica autorità da tutti rispettata. Ma a differenza dei colleghi, Giovanni ebbe il merito, o la fortuna (ed ecco spiegato il motivo della sua rievocazione) di far giungere a noi i suoi cartulari, ossia i contratti, i testamenti, i compromessi, di varia natura da lui redatti con bella scrittura in oltre trent’anni di attività.
Questi cartulari, conservati all’Archivio di Stato di Torino, potrebbero fornire materiale di lavoro a quei “nuovi storici” (primo fra tutti Le Roy Ladurie, autore di quei due splendidi libri che sono “Storia di un paese” e “Il carnevale di Romand”, editi da Rizzoli) che da qualche tempo trascurano la storia con la “s” maiuscola per avventurarsi nella microstoria col proposito di far parlare un mondo senza memoria. Il mondo cioè della gente minuta che non parla mai in prima persona, ma solo attraverso gli archivi giudiziari, i registri parrocchiali e gli atti notarili.
Naturalmente, i cartulari del notaio Giovanni (di cui devo la scoperta al “vecchio storico” Giorgio Falco che si occupava di queste cose già prima che andassero di moda) non sono sufficienti per ricostruire in maniera completa la vita quotidiana di una piccola comunità ligure del Duecento. Ma ci offrono alcuni importanti riflessi di uno specchio lontano.
Siamo dunque alla seconda metà del XIII secolo. Dante Alighieri è appena nato, la settima crociata si arenata a Tunisi, Manfredi è stato ucciso a Benevento, il trono imperiale è vacante, a Roma regna papa Gregorio X, ma per i portoveneresi il potere risiede a Genova, che domina tutto il Tirreno sotto la dittatura di Oberto Doria e Oberto Spinola.

201404-15-2mPortovenere è infatti da oltre un secolo una colonia genovese. Estremo caposaldo della Repubblica verso levante, è stato trasformato in borgo fortificato sulla base di un preciso piano regolatore. Niente palazzi ma case tutte uguali. Quelle sul lato mare, ancorate alla scogliera (l’attuale calata non era stata ancora costruita) fungono da cortina di difesa grazie ai muri robusti e alle finestre simili a feritoie. L’accesso al porticciolo è consentito dai due soli sottopassaggi ancora esistenti; quello al borgo dall’unica porta. Gli altri lati sono difesi da torri, alte mura e ripide scogliere che nei momenti di pericolo le donne provvedono a rendere scivolose cospargendole di sego.
In questo borgo-fortezza Giovanni di Giona svolge il suo lavoro occupandosi dei negozi più diversi, dal matrimonio di Advenante, figlia di Bulliono con Bonifacio da Confortino (che incamera davanti al notaio la dote della futura sposa) all’accordo fra il prete Francesco, ministro della chiesa di San Pietro, e Rollandino, figlio di Francesco Lombardo, il quale prende a soccida una scrofa con tre lattonzoli. Ma si occupa anche di questioni più serie, come la suddivisione del bottino fra un gruppo di portoveneresi che con i loro legni si sono improvvisati corsari e hanno catturato una nave (la “San Francesco”, di certo Bonfante da Ischia) e che l’hanno poi rivenduta per 130 lire a certo Pillade di Barcellona. O ancora la nomina del capitano di un altro gruppo di legni che si accinge ad andare per mare in corsa, ossia in cerca di preda.
Dagli atti di Giovanni di Giona emerge uno spaccato, sia pure frammentario, della società portovenerese. A capo del borgo stanno tre castellani, locali o genovesi, che dovrebbero riunirsi nel castello, ma che preferiscono svolgere il loro ufficio nella più comoda casa di Fauli de Nariga. La popolazione è di provenienza assai varia: i nativi vivono nel borgo vecchio di San Pietro, gli immigrati in quello nuovo si San Lorenzo. Questi ultimi sono in gran parte genovesi, ma ci sono anche fiorentini, sarzanesi, bergamaschi, cremonesi, piacentini, pisani, lucchesi e alcuni che praticano il culto ebraico.
I mestieri sono vari: c’è un maestro, alcuni medici (tutti ebrei), molti calzolai, barbieri (tutti bergamaschi), filatori, un armaiolo, muratori, sarti, calafati, maestri d’ascia, un mugnaio, scalpellini e un buon numero di speziali e di tavernieri. Le arti si trasmettono di padre in figlio: solo raramente il notaio è invitato a stendere contratti di apprendistato, come quello del giovane Paganino mandato a bottega dal calzolaio cremonese Guido che si impegna a tenerlo per sei anni offrendo in cambio vitto e alloggio.
Il più vicino centro culturale è Sarzana. E da Sarzana giunge il maestro Deteguarde per insegnare nell’unica scuola che, curiosamente, non è né pubblica né religiosa, ma privata. La gestisce Giovanni Naso di Portovenere il quale paga al maestro uno stipendio di 20 lire l’anno e incassa le rette degli allievi. I quali sono di Portovenere, ma anche di località molto lontane e quindi si presume vivano collegialmente presso la scuola stessa.
Nella zona di Portovenere, oltre le chiese di San Pietro e San Lorenzo, c’è quella di San Giovanni sull’isola della Palmaria e il monastero di San Venerio nell’isolotto del Tino.
Anche se non mancano i luoghi di culto, la fede dei portoveneresi è tuttavia alquanto scossa per via del comportamento dei monaci benedettini dell’isolotto del Tino. Costoro, a quanto risulta dagli atti, ne combinano di tutti i colori. Dilapidano i beni del monastero, mantengono amanti, giocano ai dadi, si azzuffano, organizzano baldorie alimentati dal buon vino della zona e “si immergono temporaneamente nel fango della lussuria, somministrando il necessario ai figli – testimoni della loro incontinenza -, coi beni del monastero”. Questi beni non sono pochi: chiese, terre, ville e vigne lungo tutto l’arco del golfo, in Lunigiana e anche in Corsica e Sardegna.
Quando l’eco del comportamento scandaloso dei monaci giunge a Roma, il Papa ordina la cacciata dei benedettini e manda a sostituirli i monaci mortariesi. Ma fra i due ordini scoppia un lungo conflitto ora con veri e propri assalti al monastero, ora con atti legali e notarili. Conseguenza della lite, la rovina spirituale e temporale del monastero di San Venerio che nei secoli precedenti era stato un importante centro culturale e religioso. Le donne di Portovenere portano, nel XIII secolo, nomi di buon augurio. Si chiamano Venturosa, Savorita, Caracosa, Vezzosa, Porporella, Verdetta, Fiore, Fiordirosa, Mirabilis, Olezzosa e anche Bella e Bellissima. Ma ci si imbatté qualche volta anche in nomi che rivelano il dispetto di un padre desideroso di prole maschile, come Scalonna o Sempredonne.
È uso costante che il matrimonio delle ragazze venga deciso dal padre che assegna la dote (da poche lire a un massimo di settanta) e che stipula dal notaio il contratto nuziale. Il marito, da parte sua, si impegna a far donazione alla moglie di una somma uguale alla dote e a lasciarla, morendo, padrona di tutti i beni “purché non si risposi”. Il regno della donna è naturalmente la casa che però non risulta essere arredata con particolare ricercatezza. Negli atti del notaio si parla sempre di suppellettili molto modeste, di lenzuola di lino, di sacconi di materassi e molto raramente di tovaglie ricamate. Un certo lusso si nota soltanto nei capi di vestiario, costituiti da tuniche lombardesche e fiorentine e da qualche capo di bordo di pelliccia di coniglio o di agnello. Non capita quasi mai di incontrare oggetti d’oro, al massimo qualche cintura d’argento. Indumenti e cinture vengono speso usati per prestiti su pegno. Le fonti di ricchezza sono la vite e il mare. La coltivazione delle vigne risulta molto fiorente nell’isola Palmaria e nei dintorni del borgo; meno sviluppata è quella dell’ulivo e del castagno. La proprietà terriera non è molto diffusa. La maggior parte del terreno coltivato appartiene ancora al monastero del Tino, ma posseggono poderi anche il nostro notaio Giovanni di Giona, il notaio Taravacio, Gogo di Marino, Francesco Lombardo, Gerardo Corso, donna Villana, donna Bianca, donna Rochexana, donna Frixia e altri, tutti artigiani e bottegai.
E’ il mare, comunque, quello che offre maggiori possibilità. Mare significa costruire navi, armarle, commerciare e, qualche volta, pirateggiare. Questa è la pagina più viva e interessante della Portovenere del Duecento. I contratti relativi alle attività marinaresche sono quelli che danno maggior lavoro a Giovanni di Giona. Ora redige l’atto per la costruzione di una galliota, stabilendo il numero di maestri d’ascia, dei calafati, le dimensioni, i termini di pagamento e consegna; ora tratta la spedizione delle merci, che consistono in grano, vino, bestiame sardo, ferro, carbone, tessuti e armi. Abbondano i contratti di noleggio, i prestiti ai padroni di navi e un lungo intreccio di negozi svariati.
Le navi portoveneresi, galee, galliote, taride, pegorare, sono solitamente di modeste dimensioni e destinate al piccolo cabotaggio. Generalmente non escono mai dal Tirreno e portano nomi di santi o di donne. Solo alcune, forse quelle armate per la corsa, hanno nomi minacciosi: Falcone, Leone, Leoncello. A bordo, con i marinai, si imbarcano spesso anche i proprietari del legno o del carico. Chi non manca mai è lo scriba, incaricato di registrare le spese e gli introiti per conto del padrone o del noleggiatore. Gli equipaggi sono spesso formati anche da forestieri: lombardi, romani, qualche moro non meglio identificato. Ma i comandanti sono sempre di Portovenere, come Abbaino, Allegretto, Benanno di Bosco, Bonensegna Bulferico, Rolandino Bigarato e Deloguarde Druello.
La vita di bordo deve essere molto dura. Ogni viaggio si corre il rischio di perdere, se non la nave, la mercanzia per colpa dei nemici di Genova, dei pirati e così via. Purtroppo il cartulario di Giovanni di Giona è avaro di notizie più giornalistiche: si limita a rapidi accenni di agguati, naufragi, riscatti, lasciando il resto all’immaginazione.
I testamenti contenuti nel cartulario consentono di lanciare qualche sguardo all’interno delle famiglie, di ricostruire un ambiente, di percepire le amarezze e le soddisfazioni di una vita compiuta. C’è chi chiede di essere sepolto in San Pietro, chi in San Lorenzo, chi nel monastero di San Venerio, in cambio di lasciti in favore degli istituti religiosi prescelti come ultima dimora. I più abbienti aggiungono offerte di letti o di denaro per il lebbrosario di Servarezza, presso Sarzana, o di quello di San Lazzaro in Genova. C’è anche chi ricorda le proprie malefatte e dispone risarcimenti. In particolare sono ricordati nei testamenti le concubine con i figli illegittimi di cui, a quanto sembra, Portovenere abbonda. Il testamento più interessante è forse quello di Gogo di Marino, personaggio ricco e influente che ci consente per un attimo di uscire dalla microstoria per entrare in quella con la “s” maiuscola. Le ultime volontà di Gogo hanno infatti un respiro più ampio. Oltre il lascito alla moglie Ramunda, al figlio Ninolosio e al figlio bastardo di questi Gogarello; oltre alle solite donazioni a chiese e ospedali locali e a una decina di donne che il notaio Giovanni definisce eufemisticamente amiche, Gogo di Marino dispone anche che l’erede debba ospitare una volta l’anno gli ospitalieri del Santo Spirito di Roma e della beata Vergine di Roncisvalle. Poi passa ad elencare le sue relazioni con i grandi del tempo e il contenzioso con loro. Rivendica feudi in Sardegna, terre in Lunigiana e crediti con l’ammiraglio di Federico II, fAnsaldo de Mari. Segnala infine di avanzare cento soldi dalla domina Simona Aurie, moglie finora ignota di quel Michele Zanche, vicario di re Enzo di Sardegna, che, fra qualche anno, Dante incontrerà nel suo inferno. Ma torniamo alla nostra microstoria portovenerese. E precisamente nella casa di Bonifacio de Rogerio dove il notaio di Giona è accorso per raccogliere le ultime volontà di Simona de Boso. La morente non lascia sostanze, ma solo una testimonianza d’amore.
Simona ha vissuto per anni con Bonifacio come legittima sposa e gli ha dato tre figli. Poi, per non meglio precisati “motivi canonici”, il vescovo di Genova ha annullato il matrimonio, e Simona ha dovuto sposare certo Buliono. Ma il suo cuore è ancora pieno di amore e devozione verso colui – come essa dice – “che credevo essere il mio legittimo uomo”. Chi era questo Bonifacio tanto amato da Simona? Di che natura saranno stati i “motivi canonici” che li separarono?
E perché troviamo Simona morente in casa di Bonifacio invece che in quella del suo secondo marito Buliono? Questi interrogativi nascondono certo una lontana vicenda d’amore che forse tutti a Portovenere conoscevano. Per questo Giovanni di Giona non ha ritenuto necessario raccontarla per intero.

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Un commento su “Portovenere

  1. sono nato a 100 metri da dove abita ora arrigo petacco. ho letto tutti i suoi libri e sono felice che sia dei nostri.per la casa ove abita ora e’ divenuto “da gesia ” io ero sampedellino gli altri erano chiamati “ciasoli “. tre fazioni che non giocavano ma si facevano la guerra con sassate,fionde e qualche residuo di guerra. ci fu anche qualche incidente per fortuna grave ma non gravissimo. forse era l’effetto del sangue, puro o misto tramandatoci dai nostri avi.grazie grande arrigo per averci dato la gioia di leggere e di conoscere.e.lombardi

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