Primavera nell’Alta Murgia

di Alessandro Robles

Una promessa di bellezza in uno splendore di spighe e papaveri, di ampi spazi incolti, pinete e querceti. La macchia mediterranea è sparsa come un condimento sulla morfologia irregolare dell’altopiano. L’antica pastorizia trasmigrante da L’Aquila a Taranto lungo i tratturi delimitati da muretti a secco o dalle erbe spontanee. Un paesaggio amato dai poeti bucolici e il canto ”a braccio” di chi conduceva il bestiame. Tutta la natura parla, anche le pietre. Le scoperte delle prime passeggiate.

I prati hanno profumi di timo e origano, mentre i cardi sorridono di rosa nei boccioli di spine. L’Alta Murgia in primavera è una promessa di bellezza che non teme la minaccia dell’arsura. Camminare per i territori scalettati della Puglia e della Basilicata è uno splendore di spighe e papaveri. 201404-9-1mLe pietre sono sommerse da un manto eterogeneo, denso e pungente. Così, i passi sono miracoli di equilibrio fra le asperità della terra. È usanza della stagione dei risvegli e delle giornate lunghe incedere in gruppo per sentieri già battuti o nuovi tracciati da scovare fra le rocce appuntite. La macchia mediterranea è sparsa come un condimento sulla morfologia irregolare dell’altopiano. Il terreno ha un manto di vegetazione bassa interrotto da oasi di foresta.
Si alternano ampi spazi incolti a pinete e querceti. Si cammina con gli occhi persi fra le frasche e i bouquet di foglie vive. Di frequente si prosegue in fila indiana per seguire il solco già tracciato dalla guida. Sembra di fendere le zolle con i piedi, facendo parte di un’ipotetica lama umana in silenzioso cammino. Erbe spontanee e aromatiche sono il contorno odoroso di lucenti scarpinate. Il giorno stende le sue braccia fino a sfiorare la sera di stelle con il soffio di una brezza leggera.
L’estate è già nei sogni dei grilli insistenti e degli amanti svagati. Un velo fine di nuvole accarezza l’orizzonte e il cuore pulsa negli arbusti in fiore. I pensieri più irrequieti si placano al vento nuovo di pollini e petali, il tepore scalda d’invisibili stille le emozioni mai spente. Questa è la stagione che meglio appaga i desideri di chi percorre le piane ventose site fra i monti e il mare. Una somma di seduzioni pronte ad assalire i sensi bisognosi d’incanto.
Oggi le passeggiate di tipo escursionistico si chiamano trekking, perché ogni pratica tradizionale si veste di termini nuovi, perlopiù d’origine anglosassone, legati alla tendenza globale, a sua volta regolata dai martellamenti mediatici. Gruppi più o meno organizzati si danno appuntamento per ardire chilometriche esplorazioni, muniti di scarpe col carrarmato e attrezzature tecniche. I bastoncini sono gambe ausiliarie per non perdere l’equilibrio e le cartilagini delle ginocchia.
Durante le mezze stagioni, è meglio dotarsi di tessuti antipioggia in nylon. Un temporale improvviso può cogliere di sorpresa l’escursionista più previdente, amplificando il contrasto dei colori offerti dalla natura. La pioggia fa salire rapidamente effluvi multisensoriali. Così, antichi ricoveri per allevatori diventano rifugio per i viandanti del nuovo millennio. Fare trekking è chiudere un percorso circolare, un’isola giornaliera da circoscrivere con forza di piedi e riserve di fiato. È il recupero del senso di appartenenza alla terra che ci ha nutrito e che merita attenzioni sempre maggiori, una madre pregna di ingiustizie e rifiuti, ridotta a solitari appezzamenti. Eppure, questa crosta cava di calcare e argille sostiene i passi e custodisce la memoria di lontanissime orme umane e animali. Le lastre della Puglia hanno segni e sapori arcaici. Fossili di dinosauri e Neanderthal sono stati scovati dagli speleologi del territorio carsico. Ma in superficie è tutto un proliferare di piante autoctone. Lentisco, viburno, ginestra, olivastro, ginepro. Fili di barboncino e asfodelo mediterraneo, pennacchi di scilla marittima e ciocche di lino delle fate annuale. I colori che spuntano in mezzo a distese di leggeri filamenti, sono regali di orchidee selvatiche e un concerto di fiori di campo. L’aspetto della vegetazione in questi altipiani è stato modificato in modo irreversibile fino a identificare, in tale trasfigurazione, la natura stessa dei luoghi. Il volto scarno dei territori un tempo era ricoperto di querceti. Oggi ci sono solo tracce sporadiche, testimoni di un passato lontanissimo. Pochi alberi antichi regnano in famiglie di fusti che allungano lentamente la cima per raccogliere gocce di luce dall’intreccio di fronde, mentre le pseudosteppe ricoprono larghe estensioni di terreno. Sono il risultato di secoli di pastorizia trasmigrante lungo il reticolo di tratturi estesi da L’Aquila a Taranto.
Moltitudini di pecore e capre sono state condotte in Puglia con metodo atavico, tramandato per intere generazioni. Tale pratica fu tutelata dalla Costituzione Normanna, facilitata dai circuiti commerciali ai tempi di Federico II di Svevia e, dopo un periodo di crisi con gli Angioini che preferirono le coltivazioni agricole, diventò un settore trainante per gli Aragonesi. Al di là della terra, questo spostamento di bestiame segnò per sempre la vegetazione sotto il cielo sincero del sud. Al di là di quel cielo, la terra si macchiò di vello biancastro, invasa dalle greggi nelle giornate di clima mite. I tratturi, delimitati da muretti a secco o solo da erbe spontanee, sono segni preziosi di un’antica attività e sono usati dai contadini o da chi si avventura armato di scarponcini e curiosità.
È il paesaggio amato dai poeti bucolici, dai cantori della natura nel corso lento dei pascoli. Sin dagli antichi Greci, scrivere versi curando e controllando il bestiame si risolveva in una gara canora. L’assolata campagna mediterranea diveniva teatro di confronti e tenzoni amorose. Un genere che attraversa oltre duemila anni di storia umana fino a giungere alla civiltà contadina del secolo scorso. In centro Italia, fra Abruzzo e Lazio, ancora oggi è coltivata la tradizione del cosiddetto “canto a braccio”, un’improvvisazione a otto endecasillabi. L’arte poetica dei cantori sta nel concatenare il senso dei testi nel botta e risposta senza mai perdere il filo e la rima. È una tecnica precisa da acquisire con pazienza, padronanza della lingua e infinita immaginazione.
A Borbona, in provincia di Rieti, si ricorda Sabatino Circi, abile poeta contadino del primo Novecento, che ha lasciato un’eredità non scritta, un corposo repertorio lirico da ricostruire a memoria di emozione.
Ma la poesia non è solo canto gioioso e declamato. Per chi vive a contatto con le sue origini semplici ma segnate dal destino, può anche essere riflessione, dolore, denuncia. Ci sono luoghi polverosi del mondo dove nessuno penserebbe di trovare tanta dignità e integrità nel cuore. Il linguaggio scarnificato di Humberto Ak’Abal, figlio di sciamani di etnia maya k’iche’, ne è una prova esemplare. Il poeta centroamericano nasce come umile pastore e, in quelle terre variopinte e amare, diventa un Tessitore di parole. E libera messaggi di purezza attraverso la voce secca della sua mente errante. Perché «tutta la natura parla, anche le pietre: il poeta è colui che sa ascoltare». Per sperare in un futuro migliore è necessario preservare i segni delle sofferenze passate, tutta quella gamma di percezioni che i luoghi dell’esistenza hanno offerto ai ricettori più profondi della nostra anima. E quando Fernando Pessoa, in un momento di ispirazione, diventò dentro di sé il “maestro” Alberto Caeiro, scrisse: «Sono un guardiano di greggi / Il gregge è i miei pensieri / e i miei pensieri sono tutti sensazioni»
La primavera è il dolce imbrunire sulle strade del sud, quando il sole lascia spazio alle viste sulle luci soffuse. Il paesaggio si satura di morbidezza come in una favola di bambino o un sogno diradato e malinconico di adulto. Il villaggio immerso nelle campagne brulle riemerge ogni volta nel ricordo di passeggiate festive e festose. L’odore del pane fresco e della focaccia rende saporite e croccanti le abitudini e accende nuovi sorrisi.
Sono i primi assaggi di azzurro dopo mesi di clausura cittadina. Passaggi di stormi nel cielo e una cristallina voglia di tenerezza. Mandorli imbiancati e rovi spontanei ai margini delle strade sterrate. Le domeniche hanno nuovi slanci oltre i cieli velati di nostalgia. E quando si cammina per i sentieri di terra, di giorno o di notte, acerbe visioni prendono forma. Singoli fotogrammi di vera felicità tornano a comporre un nastro danneggiato dalle peggiori abitudini. L’indifferenza e la monotonia si dissolvono, vengono giù le maschere imposte dalla società incattivita. Si lasciano al grigiore urbano, i sotterfugi tossici della mediocrità. Le scampagnate sono sempre state un rifugio nel desiderio incontaminato di bambini. Indossavamo salopette di velluto e pedule scamosciate. Avevamo le mani bramose di strappare un ciuffo d’erba. I segni verdi sui vestiti erano tracce indelebili di libertà. Si andava fuori per conoscere la natura e respirare aria pulita come le nostre anime. Si usciva all’aperto per dare la mano ai più grandi, pronti a fuggire in un attimo di disattenzione. Lo sguardo dell’infanzia sul mondo naturale è un’isola nelle età della vita, nel fluire costante e impassibile del mondo. Si salpa con l’entusiasmo e un improvviso guizzo di fantasia per non perdere il minimo risveglio della realtà. Si parte. L’istante è innamorarsi di un volo di falco o del fruscio dei rami piegati dal vento. Si è pastori dell’unica innocenza, del non pensare. E su quel territorio desertificato fiorisce un’intera valle di emozioni che risuoneranno per sempre negli antri e nelle pieghe seminascoste del tempo.

Pin It

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *