Quando Napoli perse il pino delle cartoline

– di Vittorio Paliotti

Fu abbattuto nel 1984, ormai vecchio e ammalato.
Aveva resistito 129 anni, ritratto da pittori e fotografi fino a diventare il simbolo della città.
Un disegno di Giacinto Gigante, senza il pino, permette di stabilirne la data di nascita sul declivio prossimo alla chiesa di Sant’Antonio a Posillipo

200706-10-1m

200706-10-2m

200706-10-3mSono in pochi a saperlo, ma poteva addirittura fregiarsi di una denominazione scientifica che è quella, poi, con la quale viene catalogata nei libri di botanica: pinus pinea. Che significa, press’a poco: pino da pinoli, pinoli commestibili (‘e pigniuole in dialetto).
Chiamato anche “pino domestico”, o “pino italico”, questo bellissimo albero appartiene a una specie coltivata fin dall’epoca dell’antica Roma e diffusa in tutto il bacino del Mediterraneo, dalla Spagna all’Asia Minore. Quando è giovane, avvertono i manuali, è a forma di piramide, ma da adulto è a guisa di ombrello. Può raggiungere un’altezza di trenta metri e può vivere fino all’età di oltre centoventi anni.
Quello di Napoli, quello che per lustri e lustri comparve, in primissimo piano, su milioni di cartoline illustrate, fino al punto di caratterizzare un’intera città, veniva definito, semplicisticamente “il pino di Posillipo”.
Sembrava che ombreggiasse tutto il golfo, dal Vesuvio fino a Sorrento e a Capri e che desse frescura a chi navigava, quel mitico e indimenticabile pino. Esso in realtà si elevò, fino al 1984, da un declivio prossimo alla chiesa di Sant’Antonio a Posillipo, praticamente accanto a una curva dell’attuale via Orazio. Là, con le spalle alle sue radici e quindi al panorama, andavano a farsi fotografare gli sposi il giorno delle nozze; oggi, in mancanza del pino, vanno a farsi ritrarre dinanzi alle vetrine di abbigliamento e di calzature in piazza dei Martiri.
E meno male che di quel pino è, se non altro, possibile ricostruire la storia: ci provo io. Il punto di partenza non può essere che un attento esame di quella corrente pittorica legata al vedutismo che, in auge fra il 1820 e il 1855, va sotto il nome di Scuola di Posillipo.
È necessaria, a questo punto, una premessa. Fin dal Seicento non furono rari i pittori che, accanto a opere ritenute allora più impegnative, eseguirono magari soltanto a scopo di lucro, dipinti aventi per oggetto scorci del golfo di Napoli: azzurre marine punteggiate di vele e di barchette. Fra questi pittori vi fu pure il grande Salvator Rosa, coadiuvato dal ragazzo di bottega Marzio Masturzio. “Andavano ambedue in barchetta disegnando belle vedute della deliziosa riviera di Posillipo”, scriverà nel 1744 lo storico dell’arte (ancorché inaffidabile) Bernardo De Dominici. Nel Settecento, poi, si cimentarono nel vedutismo, lasciandoci notevoli opere sul golfo di Napoli, pittori inglesi, francesi, tedeschi e svedesi. Il mare di Posillipo, di Mergellina, della Gaiola, fu certamente reso celebre nel mondo dalla pittura prim’ancora che dalla canzone.
Ma è appunto intorno allo scadere del secondo decennio dell’Ottocento che si assiste, a Napoli, al fiorire della Scuola di Posillipo. E il merito è da attribuire a un olandese arrivato a Napoli nel 1816: Anton Smink van Pitloo. Anni dopo gli si affiancherà il napoletano Giacinto Gigante.
Pitloo e Gigante possono essere considerati, pur autonomi l’uno dall’altro, i veri capostipiti della Scuola di Posillipo. È con essi che il vedutismo, precedentemente appannaggio di pittori commerciali, assurge a dignità d’arte. Fra i maggiori esponenti della Scuola di Posillipo, vanno ricordati Teodoro Duclère, Salvatore Fergola, Pasquale Mattei, Gabriele Smargiassi e Frans Veruloet. C’è da chiarire che all’inizio la denominazione di “Scuola di Posillipo”, coniata da pittori accademici dediti per lo più a raffigurazioni mitologiche, voleva essere sminuente, anzi spregiativa. Ma quando fu chiaro che i nuovi paesaggisti erano i soli pittori che viaggiavano confrontandosi con gli artisti di tutta Europa e che dipingevano ciò che vedevano con i propri occhi, non ciò che faceva bella ma statica mostra di sé nei musei, quell’appellativo divenne sinonimo di un elogio. Perché, tuttavia, i pittori della Scuola di Posillipo ottenessero una piena rivalutazione, bisognerà che trascorra un secolo e che, cioè, si arrivi ai primi anni Trenta del Novecento.
Le opere vedutistiche della scuola di Posillipo costituiscono oggi (è qui che volevamo arrivare) anche un prezioso documento circa lo “stato dei luoghi”del Napoletano negli anni di metà Ottocento. Comprese le condizioni paesaggistiche di Posillipo.
È da quei quadri, appunto, che si possono desumere fondate informazioni circa il pino di Posillipo, quello delle cartoline, quello che, per un gioco di prospettive, si stagliava netto e imponente sul mare di Napoli.
La data di avvio, quella che ci permette di ricostruire la “biografia” del pino, sta in un disegno di Giacinto Gigante, uno dei due capiscuola, rimasto inedito fino a quando lo storico dell’architettura Roberto Pane, non lo pubblicò in un suo libro intitolato Napoli imprevista, uscito nel 1949 presso Einaudi. Ebbene in quel disegno, che Gigante stesso chiamò “Panorama da Sant’Antonio a Posillipo”, il pino non c’è, assolutamente non c’è. Considerato dunque che i pittori della Scuola di Posillipo praticarono il paesaggismo fino a non oltre il 1855, anno dopo il quale ciascuno di essi sarà preso da altri interessi (Giacinto Gigante diventerà “internista”, cioè raffiguratore di luoghi chiusi) si arriva alla conclusione che quel pino che poi sarà reso celebre dalle cartoline, fu piantato, o almeno diventò adulto dopo il 1855.
Questa data combacia perfettamente con il prosieguo della vicenda: sappiamo che, ammalatosi, il pino di Posillipo fu abbattuto nel 1984, e i centoventinove anni di differenza sono, grosso modo, pari alla possibilità di vita di un albero di quella specie. Promosso al rango di simbolo di Napoli dai fotografi cartolinistici negli anni a cavallo fra Ottocento e Novecento, quel ramificato pino fece anche da cornice a una costa: quella appunto che, scapolato il Vesuvio, inizia dal capo di Posillipo e che prosegue, in un susseguirsi di grotte, di spiagge solitarie (ove una volta erano i porticati, le piscine e le esedre delle residenze romane), di strapiombi rocciosi, di macchie con avaghi e fichi d’India, di ville ottocentesche, e che è certamente una delle più rigogliose e affascinanti del Mediterraneo. Il promontorio di Trentaremi, gli scogli della Gaiola, lo specchio di Marechiaro concludono, al limitare di Mergellina, la costa di Posillipo.
È ricchissima, questa costa, di riferimenti storici. Ecco, venendo da Mergellina, il palazzo Donn’Anna che sorge venezianamente dall’acqua: fu costruito da Cosimo Fanzaga per le nozze di Anna Carafa col vicerè Ramiro de Guzman, avvenute nel 1637. Ecco la settecentesca villa progettata da Stefano Gasse per la duchessa di Gerace, diventata nel 1835 garçonniere del principe Luigi di Borbone, quindi acquistata da lord Roserbery che nel 1932 la donò a Mussolini il quale a sua volta la regalò allo Stato ed è ora residenza estiva del presidente della Repubblica. Ecco la dirupata casupola di Marechiaro la cui finestra ispirò nel 1886 a Salvatore Di Giacomo una canzone diventata celebre. Ed ecco la magica incantevole insenatura della Gaiola, parola che in dialetto significa “gabbia”.
Perpendicolare, in prospettiva, allo storico pino, la Gaiola merita qualche riga in più. Anche per un motivo che, come presto vedremo, la collega strettamente e fatalmente proprio al pino di Posillipo.
Secondo un’incontrollata leggenda, i ruderi che qua e là contraddistinguono la Gaiola, sono ciò che rimane di una villa ove ebbe la sua sede una scuola di magia fondata dal poeta Virgilio. Sulla base di testimonianze di Plinio e di Cassio Dione, sembra però che fu proprio quella la villa che Vedio Pollione, un crudelissimo e ricchissimo cittadino romano, aveva donato all’imperatore Augusto. Secondo Svetonio, questo Pollione aveva commesso, nella villa della Gaiola, una serie di efferatezze, compresa quella di aver ordinato di dare in pasto alle murene vaganti in un vivaio un suo servo che, per sbadataggine, aveva fatto rompere dei bicchieri.
Magia, fantasmi, crudeltà storiche vere o supposte. Ce n’era abbastanza per sbrigliare la fantasia dei napoletani. Molti di essi, passando da quelle parti, facevano degli scongiuri. La più recente storia della Gaiola si apre con le sregolatezze che, nell’Ottocento, commise Oscar Wilde in villa Paratore, sorta nella zona dell’antica residenza romana. Verso il 1910 l’intero complesso della Gaiola venne acquistato da una società svizzera che nel 1920 lo vendette a due tedeschi, Otto Gruenback e Hans Braum. Il primo morì suicida, il secondo fu ucciso a colpi di pistola. Nel dopoguerra, la Gaiola fu comprata dallo svizzero Maurice Sandoz: anche lui si suicidò. Successivamente, dopo essere stata proprietà del tedesco Paul Karl Langheim e poi di Gianni Agnelli, la Gaiola fu acquistata dal miliardario americano Paul Getty. Una parentesi felice e poi di nuovo guai.
Nel 1978 comprò l’intero complesso il finanziere napoletano Giampaolo Grappone. Il quale, però, fu ben presto travolto dai debiti sicché la villa, su istanza dei creditori, nel gennaio del 1984 fu messa all’asta. Nel giorno stesso in cui il finanziere perdeva la villa, sua moglie periva in un incidente stradale.
Vinse la gara la Regione Campania.
E da allora tutto andò bene, forse perché la Regione resiste a ogni cataclisma. Solo che il pino, il pino delle cartoline, il pino che stringeva il golfo in un abbraccio, il vecchio caro pino di Posillipo, in quello stesso 1984, si ammalò e bisognò abbatterlo. Vittima, forse, anche lui di un oscuro destino.

Pin It

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *