Settembre a Otranto

– di Carlo D’Andrea

Passata la “furia” dell’estate, è il mese in cui si può godere a pieno la bellezza della suggestiva località leccese. Il mare prende un colore azzurro smagliante, i profumi sono intensi, la cittadina ritorna ai suoi ritmi placidi. La luce abbagliante della prima tramontana. I racconti di Cosimino, 90 anni, l’ultimo vero pescatore. I preti della Cattedrale. Antonio il macellaio. I bambini vanno a scuola a piedi, piccolo corsari scalmanati. Il silenzio fascinoso del porto, la quiete dei vicoli, l’eco di voci allegre.

Amo settembre. Come al solito mi sveglio molto presto. Come sempre, prima d’ogni cosa, esco sul terrazzo e guardo fuori. Otranto è sempre lì, non si è svegliata ancora. La mia casa si affaccia su una piazza proprio in centro. C’è silenzio. Amo il silenzio. C’è qualcosa che mi affascina e mi incanta misteriosamente. Sono i profumi. Impossibile descriverli e tentare di spiegarli, o forse sono i colori. Quelli di settembre sono davvero i colori più belli, quelli più veri. E c’è il mare. Amo il mare, saggio, eterno, silenzioso mare, che da sempre coccola e accarezza dolcemente Otranto, custodisce gelosamente la sua storia e sembra quasi che ne vada fiero.
Il mare di Otranto ha un azzurro intenso e incontaminato, stamattina approfitta del vento di scirocco per dormire ancora un po’ e non svegliarsi. E’ pigro il mare di Otranto, proprio come sono pigri gli otrantini e lo scirocco è l’alibi di sempre per fermarsi ancora un poco a meditare, che in fondo poi c’è sempre tempo e conviene un po’ aspettare…
Amo la pigrizia, amo farmi accarezzare anch’io dal vento, a occhi chiusi, prima di decidermi a darmi un po’ da fare. Amo Otranto che dorme ancora e non si sveglia. Amo le sue finestre chiuse e quei lampioni accesi che qualcuno avrà scordato, forse per riuscire a trattenere ancora un po’ la notte e il suo silenzio. Amo settembre.

Se ne sono andati i turchi, vandali di agosto. Hanno seminato panico, violenza e cappuccini al bar. Hanno consumato in fretta orecchiette e ” il grande senso di ospitalità dei salentini”, illudendosi d’aver capito tutto di quest’angolo di terra, del suo sole, de lu mare, de lu ientu. Se ne sono andati, portandosi il ricordo “de lu mieru e de la pizzica” che ti fa ubriacare e non ti fa pensare a niente. Ma settembre è un’altra storia.
Se ne sono andati e Otranto ritorna a respirare. Amo respirare e all’improvviso mi sorprendo anch’io, come per incanto, a cambiare umore, mi ritrovo per la prima volta, nella vita, ad essere geloso.
Fino a ieri sera ero incupito, irascibile e nervoso. Non riuscivo a rassegnarmi a tutto quel vociare per le strade fino a tardi, a quel via vai di camerieri tra i tavoli dei bar, a tutta quella gente in coda per entrare in pizzeria e alla violenza di quei flash improvvisi, per banali e stupide fotografie. E poi il frastuono, le risate a squarciagola, forse più violente e più crudeli di quegli enormi massi che qualche secolo fa, dalle loro navi, i Turchi catapultarono su Otranto per tentare di espugnarla. Stamattina tutto è finito, il delitto si è compiuto, regna sovrana finalmente la pace.

Dal mio terrazzo guardo Otranto, come fosse una donna che ritorna a casa stanca a capo chino, dopo il tradimento. E la perdono, perché ne sono follemente innamorato. E poi c’è sempre il mare. Il mare di Otranto e le sue onde, altezzose e fiere, quando il vento all’improvviso gli regala una carezza di tramontana. Allora vedi che si sveglia dal torpore, tira fuori una rabbia che non sospettavi e non riesci più a placarlo, perché gli viene un’improvvisa voglia di parlare, di cantare e raccontare al mondo tutte le inquietudini e i segreti che si porta dentro. Mare di tempesta e notti insonni a lottare contro il vento, mare di burrasca che ti fa paura, mare che decide chi comanda e non rinuncia più ad imporre la sua forza e le sue leggi sugli inganni e le miserie, sulle ingiustizie e sulle ipocrisie di questo mondo che si arrende ogni giorno di più, tristemente, con rassegnazione e senza ormai più dignità alle sopraffazioni e all’arroganza di chi ha più voce e più denaro per comprarsi l’anima e la mente. Mare di tramontana. Amo la tramontana, che ti fa sentire vivo, vero, senza inganni, che ti libera dal conformismo e dall’ipocrisia di tutti i giorni, che riesce a regalarti l’orizzonte e tanta luce, come fa un amore vero, quando ti innamori, senza chiedere in cambio niente.
Amo settembre, che riporta tutto in ordine e restituisce identità ai luoghi, alle stagioni e agli uomini. Come d’incanto scompare finalmente quel disordine e la confusione che mi aveva devastato, che mi portavo dentro. Settembre si sbarazza del frastuono e lentamente tutto sembra ritrovare il posto giusto e la sua vera dimensione.

Mi ritorna il gusto di uscire per la strada a perder tempo, la voglia di tornare a passeggiare per il lungomare e magari incontrare il mio caro vecchio amico Cosimino, l’ultimo vero pescatore di Otranto, sempre pronto a raccontarmi un’avventura nuova, ad inventarsi una storia che probabilmente non ha mai vissuto, ma che superati i novant’anni, ha il diritto di spacciar per vera. Novant’anni di mare, di pesca, di vecchia barca a remi in balia di onde e notti intere senza stelle, per riuscire a guadagnarsi un po’ da vivere o forse, in fondo, con l’alibi di doversi guadagnare un po’ da vivere. Perchè quando a novant’anni hai trascorso più del tuo tempo in mare che per terra, non riesci proprio a fare a meno dell’azzurro, del profumo, del silenzio e di un orizzonte senza limiti e senza tempo. Scruta sempre il cielo, Cosimino, e se glielo chiedi è sempre pronto a dirti come cambierà domani il vento e il tempo, con quell’aria furba di chi alla sua età ancora la sa lunga e continua a divertirsi, a sfidare e ad anticipare i giochi del destino e del padreterno.

“Caro professore” ogni volta che lo incontro mi saluta sempre con un bel sorriso che a fatica si fa strada tra le rughe e i segni di quel viso consumato, di quel volto che racconta tutta la sua vita in mare, sotto il sole e contro al vento. “Caro Cosimino” gli rispondo a voce alta e mi piace pronunciare quel suo nome, che era il nome di mio padre, perché così ho l’impressione e l’illusione di evocarne, in qualche modo, ancora la presenza. Anche mio padre amava Otranto. Quelle rare volte che veniva a trovarmi, gli piaceva andare in giro tra la gente, nella vie del centro, intavolare un dialogo con chiunque avesse avuto voglia di perdere tempo, con il sagrestano che gli raccontava dei preti che si erano succeduti nella Cattedrale, con Antonio, il macellaio che si era trasferito a Otranto da Alezio, suo paese di origine, di cui era follemente innamorato, con la vicina di casa, che a dispetto di quel lutto sempre addosso, sembrava attendere ogni mattina solo un pretesto per dar corso alla sua grande voglia di parlare e pettegolare con chiunque gliene avesse offerto l’occasione; e mi piaceva vederlo andare in giro con quell’aria compiaciuta, come se riuscisse ad assaporare fino in fondo l’atmosfera di serenità e di pace che riesce a infonderti Otranto a settembre. Quando la mattina usciva di buon’ora, quasi di nascosto, lo seguivo a volte senza farmi accorgere e sapevo già che era diretto al molo, ad aspettare con pazienza le barche di ritorno dalla pesca, per potersi accaparrare e aggiudicare il pesce fresco, con l’orgoglio e il vanto di un trofeo da riportare a casa e regalarmi, con soddisfazione.

Anch’io ero felice di riuscire a regalargli finalmente l’opportunità ed il piacere di una passeggiata senza meta. Solo a Otranto, lo vedevo capace e felice di deporre le sue armi e lasciarsi andare alla poesia, alla spensieratezza e alla leggerezza, quella che avrei voluto che riempisse un po’ di più, un po’ più spesso, tutti i suoi giorni. Solo a Otranto lo vedevo libero di abbandonarsi ad una sorta di inusitata allegria che, a dire il vero, un po’ mi sorprendeva, ora che finalmente riuscivo a guardarlo con gli occhi di un adulto, ora che riuscivo ad essergli un po’ più amico e per la prima volta riuscivamo tutti e due ad assaporare la complicità di un’intesa giunta forse troppo tardi, ora che sembravano ormai lontane, inconcepibili o addirittura mai esistite tutte quelle incomprensioni e quei conflitti che per tanto tempo avevano segnato i nostri giorni. Spesso i figli addossano ai propri genitori la colpa e la responsabilità di un mondo che non concede spazio al sogno, alla poesia e alla ribellione; spesso i genitori invidiano ai figli il coraggio di riuscire a rinunciare ai compromessi, l’entusiasmo e la determinazione di chi a vent’anni ritiene impossibile arrendersi e accettare una sconfitta e un’ingiustizia. Sul mio pianoforte conservo una sua foto, di quando era studente ed ha negli occhi un’espressione che non ricordo di avergli visto mai, in tutta la mia vita. In quello sguardo ci sono i sogni, le avventure e le illusioni che spesso mi rimproverava, ma che forse, senza nemmeno accorgersene, proprio lui mi avrà probabilmente tramandato.

“Caro professore” e mentre mi sorride mi accorgo che naturalmente Cosimino ha gli occhi azzurri, se non gli avesse avuti glieli avrebbe colorati il mare, ” Caro Cosimino, hai visto stamattina che scirocco ? “, ” Si ma crai cangia lu ientu, rria la tramuntana, comu stae la Stefania ? ”
Stefania è mia moglie, più otrantina di me, che lo sono diventato d’adozione. Lei ha vissuto la sua infanzia ad Otranto e questo forse, inconsciamente, gliel’ho sempre invidiato. Ogni tanto me la sono immaginata da bambina, con i suoi codini biondi e il grembiulino nero che andava a scuola accompagnata dalle sue sorelle. Otranto è uno di quei pochi posti in cui, ancora oggi, è consentito ai bimbi andare a scuola a piedi, soli, con lo zaino sulle spalle, senza dover essere accompagnati ogni mattina da frenetici ed ansiosi genitori con l’auto fino al portone o senza dover subire quella sorta di deportazione in uno di quei tristi scuolabus che ogni tanto incontri nel traffico in città, con quei visini sorridenti e senza denti che si affacciano dal finestrino a salutarti . I bambini di Otranto vanno a scuola ancora a piedi e sembrano fiori colorati che infondono allegria e gioia per la strada, sono piccoli corsari scalmanati, disordinati, scaltri e furbi. Mi piace osservarli mentre attraversano la strada, ridono e si sfottono; sono belli, allegri, consapevoli di non essere più sotto vigilanza, sembrano volerne approfittare e godersi quel tragitto sino a scuola in completa libertà ed anarchia, almeno sino a scuola, perchè una volta giunti lì, la festa finirà e ci sarà qualcuno, in classe, che imporrà l’odiata disciplina degli adulti. “Sta bene la Stefania, oggi è andata a Lecce che ha ripreso a lavorare”. Così, dopo esserci salutati, rimaniamo un po’ in silenzio, tutti e due a guardare il mare. E mi piace quel silenzio che ha il sapore di una amicizia vera, senza trucco, che ha il profumo di sincerità, di essenzialità e di semplicità, che le parole a volte sono ingombranti, inutili e se ne potrebbe fare a meno e molto spesso complicano lo stare al mondo di noi uomini.

E’ un giorno normale, come tanti, di un settembre pigro che non ha pretese, non c’è proprio niente di straordinario. Guardo il mare e al mio fianco c’è il mio amico Cosimino che non fa domande. Non ho idea di che ora sia e non me ne frega niente. C’è un silenzio meraviglioso, colonna sonora scritta da Dio. Penso che dovrebbe essere sempre così, dovrebbe non finire mai, i miei tempi dovrebbero essere dettati dal capriccio, dal desiderio, dai colori, da ciò che mi viene in mente un po’ all’istante, dal clima che mi circonda, dagli incontri casuali. Saluto Cosimino e lentamente mi avvio verso il porto, dove c’è sempre qualche amico al bar ad aspettarmi. C’è un tavolino fuori dove il caffè profuma sempre un pò d’oriente, di terre lontane e misteriose che mi riprometto prima o poi di visitare. Non ho comprato neanche il giornale, intenzionalmente, per prendere le dovute distanze dagli intrighi e dalle dinamiche delle misere vicende quotidiane. Di fronte a me, come un lontano ronzio di api, c’è l’antipatico vociare del mondo in continuo fermento, gente che si agita senza senso, barche che arrivano e che ripartono, frenesie bizzarre di vacanze che ormai stanno per finire e che non son servite a niente, gente che già litiga, che urla, che il mare restituisce in questo periodo puntualmente, saggiamente e definitivamente alla terra, alle città ed al loro traffico infernale. Eccoli lì, già pronti a rituffarsi freneticamente nelle loro quotidiane guerre di competizione, di carriera e di nuove abbronzature da ostentare, eccoli lì i naufraghi esausti di una vacanza ormai finita e da dimenticare!

Mi fermo ad ascoltare, mi fermo ad osservare… Quanto siamo distratti, quante volte, non abbiamo più un momento per restare zitti ad ascoltare, ad osservare, per guardarci un po’ negli occhi e non far rumore, quante volte non abbiamo ormai più tempo per riuscire a perder tempo! Settembre a Otranto è un romanzo da sfogliare lentamente, pagine da accarezzare ed annusare, sogno da vivere in silenzio, vicoli in cui smarrirsi in un pomeriggio sotto il sole, voce dolce di donna dai riccioli neri che canta dal terrazzo, mentre mette i panni ad asciugare, il saluto ed il sorriso di un vecchio pescatore, specchio in cui riflettersi, smarrirsi e finalmente, forse un giorno…ritrovarsi.

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