130 anni, e non li dimostra: cin cin alla Piazzetta

– di Giuseppe Aprea

Un certo giorno del 1873 anche Capri ebbe la sua breccia di Porta Pia. Ma non furono i bersaglieri ad aprirla, bensì un esercito di scalpellini, muratori, picconatori, mastri fabbricatori. Fu l’esercito di operai che buttò giù una casa e aprì al respiro del mare il piccolo largo dove si “spacciavano le fave ed alcuni frutti, qualche volta i maccheroni, ma la carne quasi mai.” E il piccolo largo divenne la Piazzetta. Eccone la storia oggi che il salotto di Capri compie 130 anni da quel giorno del 1873.

Tutto cominciò quando un giorno, (il Settecento era agli sgoccioli) non potendone più delle poltroncine damascate e delle luci soffuse del colto salotto di madame de Stael, i cervelli più brillanti della vecchia Europa scelsero di farsi un regalo. Erano stanchi di trascorrere le serate in un luogo chiuso e un po’ tetro.
“Basta! – esclamò una sera il più audace, un còrso un po’ bassetto che frequentava casa de Stael soprattutto per le belle donne. “Ci vuole un salotto nuovo. Un salon grand comme une ile! Ciel et mer partout!”. Un salotto grande come un’isola (il còrso amava molto andar per isole, ma l’ultima, Sant’Elena, gli fu fatale). Dappertutto cielo e mare. Ma dove trovare un’isola così, un luogo dove fosse possibile chiacchierare e bere en pleine air?
Il còrso, che di tutti era il più attivo, divenne nel frattempo generale. Venne in Italia in cerca di isole e, dopo una breve ricerca, trovò quella che faceva al caso suo. C’etait Caprée. Quell’isola era Capri. Seduta stante incaricò il suo uomo di fiducia di liberare il luogo da qualsiasi ospite indesiderato e Gioacchino, si chiamava così il suo braccio destro, si diede da fare immediatamente. Fidati informatori napoletani gli riferirono che i capresi ne avevano le tasche piene degli inglesi residenti. Erano ordinati, silenziosi, pure educati in verità, ma così dannatamente noiosi! E quell’Hudson Lowe, il comandante, te lo raccomando, con quella prosopopea… Da qualche anno si era messo in testa di trasformare l’isola di Augusto in una piccola Gibilterra, una rocca inviolabile dove far sventolare in eterno la bandiera di Albione. E con quale risultato? Nel 1806 Capri era un gigantesco cantiere: mura, fortini, avamposti e cannoni. Tanti, possenti cannoni. Un numero tale da far paura a chiunque avesse tentato di sfidarlo faccia a faccia, il comandante.
Ecco, appunto, faccia a faccia. Murat si guardò bene dal farlo. Finse di sbarcare alla grande marina, concentrò su poche navi l’attenzione degli inglesi e inviò il grosso della sua flotta sul lato opposto dell’isola, verso Anacapri, ad arrampicarsi sulle scogliere di Orrico. Era l’ottobre del 1808. La beffa fu così clamorosa da finire immortalata in una lapide sotto l’Arco di Trionfo, a Parigi, dov’è tuttora. Per la vergogna, Lowe si nascose a Sant’Elena finendo per fare il carceriere del còrso caduto in disgrazia.
E, per la cronaca, gliela fece pagare.
Non durò molto il soggiorno dei francesi a Capri, giusto il tempo di far conoscere ai contadini del posto la coltivazione delle pommes de terre, le patate. Del progetto del salotto nuovo non si parlò più.
L’isola aveva una piazza, piccola si, forse un po’ scura, ma così silenziosa, così intima. Pittoresca, la definivano i forestieri, specialmente quando le popolane la trasformavano nell’allegro mercatino del paese. E allora era tutta una festa di colori, di profumi e di voci di donna. Anzi, di tanto in tanto, si udivano persino degli squilli di tromba. Era il banditore che chiamava i cittadini alla vendita straordinaria della carne: questo quando per tragica fatalità accadeva che una vacca precipitasse da uno scoglio…
Ai capresi la piazza piaceva così com’era. Ma quella strana idea del salotto in piazza aveva cominciato a rodere come un tarlo qualche testa, sull’isola. A metà dell’Ottocento, la piazza di Capri era sì il quadrato quasi perfetto che è anche oggi, ma il suo lato nord, quello dove si trova il campanile, si chiudeva del tutto, unendosi alle case che salivano verso il castello, quello che i capresi chiamavano Castiglione. Era insomma una piazza senza vista sul mare, chiusa e un po’ diffidente, come in attesa di nemici che non c’erano più. Era la piazza di un’isola che aveva vissuto un lungo assedio, ma che cominciava a credere che dal mare potessero giungere non più solo dispiaceri, ma anche qualche turista in cerca di emozioni. Perché no. Del resto, qualche ammiratore la Grotta Azzurra l’aveva già. Tedeschi, per lo più. I loro cavalletti da pittore erano tanto grandi da bloccare le stradine dell’isola. E poi, si entusiasmavano così facilmente! Quattro passi in groppa a un ciuccio e pochi passi di tarantella, e andavano in estasi. E come era dolce per gli isolani sentirli raccontare che l’isola era il luogo più incantevole che essi avessero mai visto!
Fu così che qualcuno (qualcuno che contava) ripensò a quell’idea balzana della piazza-salotto. Quale miglior modo di accogliere gli ospiti, se non farli accomodare in modo confortevole e offrir loro qualche cosa da bere? La strada che avrebbe condotto i ricchi viaggiatori in piazza, da Marina Grande, era quasi pronta; l’altra, quella per Anacapri, già finita. Cos’altro rimaneva da fare? Ma perbacco, bisognava aprire la porta, così come si deve quando arriva un amico atteso a lungo!
Nel caso della piazza di Capri, però, la cosa non era così facile, perché “la porta” che la chiudeva sul lato nord, laddove iniziava la “via nuova” (la futura via Roma), era nientemeno che un edificio di due piani. Era un vecchio fabbricato di proprietà del Comune e faceva parte del sistema difensivo dell’isola, in quanto era letteralmente appoggiato alle mura che da tempo immemorabile proteggevano la cittadina. A pianterreno si trovava il carcere, composto da una cella per gli uomini e una per le donne: entrambe in verità non molto frequentate, in quel periodo. Al piano alto, cui si accedeva direttamente dal sagrato della chiesa di S. Stefano, si trovava invece la farmacia, una delle prime farmacie private dell’isola, gestita in quel 1873 da un certo dottor Porzio.
Finì che un giorno, in quello stesso anno, le case più vicine alla piazza si risvegliano avvolte in una densa coltre di polvere bianca. Gli uomini balzarono dal letto, le donne corsero alle finestre. I più stravolti erano i vecchi del paese. Ne avevano viste tante, ma mai avevano assistito ad uno spettacolo come quello. Un’intera squadra di operai, guidati da un giovane ingegnere napoletano, stava demolendo a colpi di mazza e piccone quella vecchia casa, lì nell’antica piazza. La Provincia, che dirigeva i lavori, aveva espropriato il fabbricato e ne aveva ordinato la distruzione. E ora che ne sarebbe stato della farmacia? E le carceri, come poteva un paese vivere sereno senza almeno un paio di robuste celle? E tutto questo can can per aprire un salotto in piazza!
Man mano che il lavoro procedeva, i curiosi aumentavano. Ma era vero, era proprio vero quel che si andava dicendo? Alla fine tutti videro ciò che c’era da vedere: al posto di quella vecchia casa ora c’era il cielo, e, in fondo, si vedeva il mare. La luce del sole penetrava dovunque; l’isola aveva una piazza nuova. Ora non rimaneva che farla diventare il salotto “buono”. Per gli ospiti di riguardo. Così qualcuno rifece il pavimento (che per la verità non c’era mai stato), un altro si occupò del look dei palazzi tutt’intorno: il municipio, l’ex vescovado, il campanile. Altri ancora pensarono all’arredo: poltrone, comode, fresche, in vimini. E ancora ombrelloni per il sole, dai colori più sgargianti possibile. Altri infine pensarono alle bibite, al caffè, alle granite al limone. Il salotto di Capri era pronto per accogliere il mondo. E il mondo intero venne a sedersi in Piazzetta.

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