A caccia di cefali nel mare di Pantelleria

– di Nicola Dal Falco

La pesca in apnea sotto il cimitero di Scauri, il fucile puntato contro le lappane e gli scorfani. Gran corridori i cefali: girano in cerchio, a dozzine. L’inseguimento a un gruppo di saraghi pizzuti: spariscono dopo avere cambiato bruscamente rotta. Lo spettacolo del fondo marino. Un incontro misterioso nella caletta, tonda come un seno, al riparo della Punta delle Tre Pietre.

200903-11-1mMacinavamo chilometri con le pinne, la maschera Pinocchio e il fucile, seguendo la riva dalla punta del bunker all’ingresso del porto di Pantelleria, fin sotto il cimitero di Scauri. Lì, la costa si alzava rapidamente per più di 200 metri, culminando in una collina tonda, mangiata a metà dalla cava di pozzolana.
Antiche frane avevano messo a nudo gli strati geologici che dal giallo sfumavano nel rosso e nel grigio. Sembravano piaghe che risalivano il fianco dell’Isola. Su, in cima, dentro la cava era stato sistemato il cimitero e accanto una colata ferrosa indicava il punto della discarica. Per decine di metri, rimanevano impigliati agli arbusti e adagiati su precari balconi di terra reti metalliche, cucine economiche, scaldabagni e altre cose vecchie, inutilizzabili.
In basso, lungo quel tratto di costa, inaccessibile via terra e regolarmente bombardato di pattume, il fondo del mare era seminato di sassi tondeggianti, di tutte le dimensioni; con l’acqua trasparente dei giorni di bonaccia, pareva un grande selciato sommerso.

L’impressione era accentuata dal velo di alghe gialline che ricopriva, come una calza, la faccia dei sassi esposta ai raggi del sole. Fino ad una profondità di otto-dieci metri, il paesaggio ad incastro non mutava aspetto, oltre, invece, abbassandosi, iniziava la sabbia in una semioscurità crescente.
Non ci spingevamo quasi mai laggiù per non uscire dallo specchio di mare protetto tra due punte, superato il quale, la più indolente delle brezze arricciava la superficie, disturbando l’osservazione con la maschera. Giunti sulla sabbia, l’ombra del fondo tingeva di blu l’acqua e si vedeva, chiaramente, il punto in cui la luce si arrestava senza potere avanzare di un palmo. Il confine tra sassi e sabbia era annunciato da un brivido generale di freddo, provocato dal netto cambiamento di temperatura dell’acqua. La pesca in apnea si svolgeva, quindi, sotto costa, dove le prede erano, a seconda dei casi, delle lappane, dei cefali e qualche scorfano, rosso di bile.
Ci vendicavamo sulle prime quando i tentativi con i secondi andavano a vuoto. Lo scorfano poneva, come si vedrà, qualche problema.

Le lappane spuntavano immobili da dietro un sasso, occhieggiando verso l’alto. Balisticamente, rappresentavano un bersaglio del tutto simile all’orso del tiro a segno delle fiere. L’unica difesa che escogitavano era quello di abbassarsi di 90° e puntare lentamente, signorilmente verso l’ombra più vicina. Solo un’ossigenazione affrettata che abbreviava l’immersione poteva salvarle, una volta puntato il fucile.
Per i cefali, grandi corridori, era diverso. Li vedevi girare in cerchio, a dozzine, sotto la verticale della discarica. I sassi caduti offrivano tane sicure con moltissime uscite. L’unica tattica era quella di andarli a trovare a casa o di farli avvicinare, trattenendo il respiro, aggrappati a un sasso e sparare al volo. A quel punto, era la gittata del fucile a fare la differenza. La prima estate da sub mi mangiai il fegato per il catenaccio che ero riuscito a farmi comprare. L’anno dopo, passai al Mares Midi, rifiutando per pudore il Maxi. Le cose migliorarono, ma non radicalmente. Dalla spiaggetta di lava alla zona sotto il cimitero ci volevano a nuoto circa venti minuti, altri trenta per tornare, considerando le immancabili onde contrarie. Sommando a questo due ore di pesca, ritornavamo a casa completamente cotti, coperti di lividi e di sale.

Al porto, trovavamo sempre il filo arrugginito per riunire i pesci catturati. In acqua, invece, si improvvisava: dopo aver sfilato il pesce dal tridente, lo mettevamo nel costume. Non ne ho mai perso uno grazie al modello aderente in voga quegli anni; era di tipo agonistico, in naylon, con un cordino bianco che si annodava in vita. Difficilmente, riempivamo il costume con più di tre, quattro prede.
A parte gli scorfani che facevano il viaggio di ritorno, infilzati all’asta del fucile per essere liberati all’asciutto, lappane e cefali dimostravano una grande vitalità, dimenando la coda e alzando la pinna dorsale. Non ci fermavamo, ma continuavamo a nuotare, aspettando che il ballo nel costume finisse.
La prima preda era la più imbarazzante.
Il peso relativo non riusciva a insaccare il costume e il disgraziato scivolava sul fianco e, poi, davanti, segnando con gli aculei la sua pietosa marcia. Riacciuffato, lo sistemavamo di nuovo ben in fondo alle chiappe. Se mi chiedessi che impressione facesse, la risposta è: «Nessuna». La stanchezza accumulata fungeva da calmante e la crudeltà era così concentrata da trasformarsi in un evento senza precisi contorni.
Ci limitavamo a consumare energie, infilzando pesci e tremando di freddo per l’eccessiva durata del bagno. Alla fine, si trattava di una fatica rinnovabile all’infinito, rivolta verso l’esterno e verso nessuno. Tuttavia, poteva capitare di superare il fatidico confine fra sassi e sabbia. Se succedeva era nel vano inseguimento (così vano da diventare accademico) di un gruppo di saraghi pizzuti che si inabissavano lenti e sicuri, offrendo il fianco argentato con la stessa aria beffarda di una ragazza che mostri le gambe e nasconda gli occhi.

Erano momenti strani, di confusa eccitazione. Accadeva tutto con il ritmo e la semplicità del sogno.
I saraghi cambiavano rotta, si avvicinavano a riva per poi sparire. Li riconoscevi da lontano mentre brucavano su di un sasso, mantenendo il corpo quasi in verticale. Brillavano a tratti come coltellate, vibrate dentro un portone. Un chilo, un chilo e mezzo, forse due, belli, con l’aristocratica gobba, il muso fine e due labbra che si congiungevano, disegnando un becco. La punta di una scarpetta orientale.
Provavo a seguirli, ma le mie intenzioni erano subito scoperte e la distanza che ci separava diminuiva appena. Cercavo anche di girargli intorno, ma senza successo: si spostavano quanto basta.
Sembrava che giocassero, trainandomi non so dove, legato a un filo. Mi sentivo a disagio, imbelle di fronte alla provocazione, con un pensiero fisso che non trovava le frasi adatte e i gesti. La stessa frattura tra l’idea di abbracciare una donna e l’eloquenza di un abbraccio, il desiderio e l’emozione dissipata.
Avevo allora quindici anni e più che cedere al piacere (uccidere il sarago, tenere una donna avvinta) precipitavo, pensando a come fosse. Quel galleggiare col naso all’ingiù, ai limiti delle baia, corrispondeva perfettamente alle possibilità di un adolescente, fiero del suo sguardo e nulla più. Spiavo il corpo di donne più vecchie, golosamente ricche di profumi e sapori speziati. E non succedeva niente, il sarago lucente voltava le spalle, scivolava senza sforzo nel buio, finché la caccia non rischiò di trasformarsi in un corpo a corpo.

Uno di quei pesci di fondo salì a galla con l’intenzione di annusarmi: aveva forse quarant’anni, una treccia nera e lo sguardo che indugiava dolorosamente sulla mia vanitosa goffaggine.
Mi invitò a fare il bagno nell’ora più dolce, in una caletta profonda cinque, sei metri, tonda come una seno. Col mare a scirocco, la Punta delle Tre Pietre ci riparava meglio di un paravento di broccato. Nella conca profumata di mare, piastrellata di corallo, nuotavo in un’acqua speciale, levigatissima, leggera e carezzevole, unta di una dolcezza che colpiva come una accesso di febbre.
Quel corpo, bianchissimo e nero, che dominavo in altezza e che mi attirava come un gorgo di pieghe, si muoveva accanto toccandomi con esemplare saggezza, con un pudore dagli effetti travolgenti. Il pensiero smise di ondeggiare con la stupida rassegnazione delle alghe e assunse l’aspetto di una concretissima possibilità.
L’immaginazione, per la prima volta, trovò la via dei sensi spalancata.
Tutto diventava più naturale e il divario tra ambizione e mezzi cominciava lentamente a colmarsi.
Non ci fu altro, perché, a volte, come mi è capitato in seguito, l’attenzione che creiamo non ha bisogno di conferme oggettive, di specchiarsi in un fatto da soppesare.

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