A Capri li sposò la luna piena

– di Giuseppe Aprea

Lei piccola, i capelli color rame; lui col basco e la pipa.
I versi immortali del poeta e i manicaretti cileni della donna. Ospiti di Edwin Cerio nella Casetta di Arturo.
Il cagnolino Nyon. Le escursioni su Monte Solaro.
Quando la cameriera gettò nella spazzatura un intero poema sulla Cina e su Mao. La seconda casa in via Li Campi.
La meraviglia davanti al mare dei Faraglioni e la sera della semplice, felice cerimonia a Tragara.

200406-16-1m

200406-16-2m

200406-16-3mQuesta è una storia d’amore. Di quelle che un semplice cronista può solo tentare di raccontare. Perché le parole, quelle giuste, quelle che vanno dritte al cuore, le ha prese tutte il poeta. Che quella storia ha vissuto in prima persona. A Capri, nel 1952.
L’isola di pietra e di muschio / risuonò nel segreto delle sue grotte / come nella tua bocca il canto, / e il fiore che nasceva / tra gli interstizi della pietra / con la sua sillaba segreta / disse mentre passavi il tuo nome / di pianta bruciante.
Era gennaio ed era freddo quando Pablo Neruda e Matilde Urrutia giunsero nell’isola. Una carrozzella li condusse in alto, verso il paese che si lasciava appena intravedere, nel buio. Edwin Cerio in persona li attendeva nel salone della sua Casetta di Arturo, in via Tragara, davanti al fuoco allegro di un caminetto. “Qui siete nella vostra casa”, disse proprio così, accogliendo gli ospiti. Comincia così, la storia.
Una casa, una vera casa in cui rifugiarsi e vivere era il vero sogno di Matilde, la cantante cilena che amava, riamata, Pablo Neruda. L’aveva desiderata sempre più intensamente, nel corso di quegli anni trascorsi a rincorrersi, tra incontri furtivi (Neruda era sposato dal ’36 con un’altra donna, Delia del Carril) e dolorosi addii. Ora era sola con colui che più amava al mondo, in una casa bianca e fiorita, nell’isola dell’amore e della magia. Cos’altro era, se non la felicità? Anche il poeta era felice. Mai avrebbe pensato di esserlo così intensamente.
Come sembrava lontano (erano trascorsi solo pochi giorni) quel viaggio in treno da Napoli verso la frontiera svizzera in compagnia di Massimo Caprara, il segretario di Togliatti, e dei due poliziotti della scorta. Espulso. Il ministro Scelba aveva firmato per lui il decreto di espulsione dall’Italia.
Era quindi in viaggio verso la frontiera svizzera quando il suo treno si fermò a Roma. Mai e poi mai avrebbe pensato di trovare ad attenderlo alla stazione Termini la folla festante e rumorosa che lo accolse. Alberto Moravia, Elsa Morante, Carlo Levi, il pittore Guttuso e tanti, tanti altri amici e ammiratori. Erano talmente tanti, che il capo del governo, De Gasperi (l'”austriaco”, come lo chiamavano gli avversari), fu praticamente costretto a ritirare il decreto appena emesso nei confronti di quel “pericoloso” cileno. Poeta, comunista e sovversivo. Da tenere d’occhio comunque, ma con discrezione, fu l’ordine impartito alle forze dell’ordine. La cattiva fama, in verità, avrebbe continuato a perseguitare Neruda anche nell’isola, malgrado il fatto che, già dopo qualche giorno i capresi, presa confidenza con quella coppia garbata e sorridente così spesso seduta ai tavolini della piazzetta, avevano cominciato a chiamare lui “professore”. (Anche se non mancarono in seguito altri che, forse per la sua mole, fors’anche per quell’incipiente calvizie, gli affibbiarono seduta stante il titolo di “commendatore”).
Racconta infatti Claretta Cerio, allora giovane moglie di Edwin, che Amalia, la domestica caprese che Neruda aveva soprannominato “Olivito”, perché sembrava “una piccola oliva che si muoveva nelle stanze come spinta da un vento invisibile che soffiava da Marina Grande”, si lamentava spesso di quegli ospiti eccentrici e disordinati e attribuiva le loro presunte stranezze alla loro “riprovevole” ideologia. “Non ne posso più di lavorare nella casa di quei comunisti!” si sfogava con l’ingegner Cerio.
Sotto gli occhi attenti ma comprensivi della polizia dell’isola, i tre comunisti innamorati (il terzo era Nyon, il cagnolino che il poeta aveva da poco regalato a Matilde) si godevano l’inverno di Capri, allora come oggi intimo, silenzioso, musicale. “La vigna nella roccia, le fenditure del muschio, i muri che impigliano / i rampicanti, i plinti di fiore e di pietra: / l’isola è la cetra che fu collocata sull’altura sonora / e corda a corda la luce provò dal giorno remoto / la sua voce, il colore delle lettere del giorno”. Il poeta viveva e descriveva attimo per attimo la magia di quei giorni. Di quell’isola che lo affascinava e della passione per Matilde, alla quale si abbandonava senza freni.
Tutti in paese avevano imparato a conoscere i due amanti che percorrevano i vicoli antichi a testa in su, la mano nella mano: lei piccola, i capelli color rame, una luce intensa negli occhi; lui sorridente con la pipa in bocca e l’immancabile basco. Eccoli inerpicarsi lungo i sentieri verso Monte Solaro, dove la primavera si annuncia anzitempo; eccoli in estasi davanti ai muri di pietra, che a Capri sono piccole serre incantate, verdi di muschio, di piccoli capperi e di felci dentate, con l’azzurro e il bianco di fragili campanule che fa capolino qua e là. Anche le piccole spese erano una gioia, per i due innamorati. Un modo per cogliere e vivere l’anima dell’isola. E sentirsene parte. Nessun altro prima, e nessun altro forse dopo Pablo Neruda c’è riuscito meglio. “Capri, regina di roccia, / nella tua veste / color giglio e amaranto / vissi sviluppando / la fortuna e il dolore, la vigna piena / di grappoli radiosi / che conquistai sulla terra” scrisse in quei giorni nei primi versi della meravigliosa “Cabellera de Capri”, che oggi nobilitano una roccia solitaria e fortunata, lungo la stradina che conduce al mare dei Faraglioni.
Ecco, il mare. Se c’era una cosa, una sola cosa che dell’isola lo sconcertava, era proprio il mare. Troppo placido e addormentato, quel mare solenne dei Faraglioni, e soprattutto meno profumato di quello delle spiagge del Pacifico, che il poeta aveva impresso negli occhi.
Ma Pablo e Matilde vivevano soprattutto la loro storia, trascorrendo nell’intimità della Casetta gran parte delle giornate. Lei spesso alle prese con gustosi manicaretti cileni, soprattutto a base di cipolle (che lui adorava) o guarniti dalle olive verdi, che erano per il poeta un mito da cantare in versi: “Dolci olive verdi di Frascati, / nitide come puri capezzoli, / fresche come gocce di oceano, / concentrata, terrena essenza”.
Neruda alla scrivania, nel grande salone, a comporre. Ispirato, instancabile riempiva fogli su fogli, in un disordine crescente che Amalia “la signora campestre” (arrivava al mattino sempre con dei magnifici mazzi di fiori selvatici), tentava invano di contenere. Una volta, presa dalla foga, “Olivito” gettò nei rifiuti un intero poema di Neruda sulla Cina e su Mao, “Il Vento nell’Asia”, destinato a far parte della raccolta “Las uvas y el viento”. C’è ancora a Capri chi ricorda il poeta e Matilde intenti a frugare per ore nel deposito municipale dell’immondizia. Tutto inutile, il lavoro fu da rifare. “Orrore – ricorderà in seguito Neruda – le immondizie di Capri non formavano solo promontori, ma cordigliere”.
Ma soprattutto il poeta scriveva dell’amore e della sua donna. A Edwin e Claretta, che abitavano a pochi passi dalla Casetta, a Villa Lo Studio, inviava tramite “Olivito” bigliettini su carta color fucsia pieni di amicizia e gratitudine e confidò un giorno il suo proposito di raccogliere in un libro le poesie d’amore dedicate a Matilde. “Los Versos del Capitan”, ripubblicato nel 2002 in occasione del suo cinquantenario, uscì infatti quello stesso anno, anonimo, perché Neruda voleva evitare di offendere la sensibilità di Delia.
Si avvicinava intanto il giorno fissato per il trasloco dalla Casetta di Arturo, che Cerio aveva precedentemente affittato per l’estate. Matilde si occupava dei preparativi: la coppia si sarebbe trasferita in via Li Campi, al numero 5, per trascorrervi ancora qualche mese. Aspettava un bambino, da poco ne era certa. Era raggiante.
Neruda ordinò allora per lei, da una vecchia e abile tessitrice dell’isola, una stoffa a righe verdi e nere “illuminate da fili dorati”. E con quello ordinò ad una sarta di cucire per lei un abito da sposa. Il pomeriggio del giorno prescelto per il matrimonio, i due innamorati brindarono con “Olivito” e la congedarono.
Matilde si diede ai fornelli e preparò la sua famosa anatra all’arancia, più molti altri piatti a base di pesce e gamberoni in salse diverse. Lui decorò la casa con rami di ginestra, fiori di campo e grandi scritte, formate da lettere di carta colorata, “Matilde ti amo”.
Poco a poco la sera scese su Tragara. Una luna piena e radiosa dominava il cielo. Stretta nell’abbraccio del suo compagno, Matilde nel suo vestito da sposa a righe verdi e nere uscì sul terrazzo. Fu allora che il poeta parlò alla luna, la grande musa dei poeti innamorati. Le chiese serio di unirli in matrimonio, per l’eternità. Poi infilò al dito di lei la vera d’oro in cui aveva fatto incidere una dedica, “Capri, 3 maggio 1952. Il tuo Capitano”. “Vedi la bocca della luna? – disse a Matilde – è grande come la tua, e sta ridendo”.

Pin It

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *