A Maracaibo per cercare la figlia del Corsaro Nero

– di Mino Rossi

Pensavo a una mora esagerata con i lunghi capelli neri dopo che il cinema mi aveva deluso proponendo la bionda svedesina May Britt nella parte di Jolanda.
Una mia compagna di liceo era decisamente più adeguata. La meraviglia del lago, grande quando la Campania, e del ponte di nove chilometri che lo scavalca, costruito da un italiano. Le case colorate di Calle Carabobo e il Barrio Santa Lucia.
Un sensazionale calendario delle più belle miss venezuelane.

200804-12-1m

200804-12-2mLa volta che andai a Maracaibo non è che mi illudessi di trovare la taverna “El Toro”, dov’era stato il
Corsaro nero, corsaro e signore di Ventimiglia, e nemmeno di incontrare i due fidi luogotenenti, il biscaglino Carmaux e l’amburghese Wan Stiller, tantomeno Morgan, l’allievo prediletto. Ma ci andai con l’idea fissa di Jolanda, la figlia del Corsaro, una infatuazione da ragazzo nata sui libri di Salgari.
Di Jolanda don Emilio mi aveva lasciato una descrizione poco soddisfacente.

Qua e là aveva scritto che era una formidabile spadaccina, degna erede del padre, e che era una bella fanciulla bianca con grandi occhi neri, e aveva una voce armoniosa. Sul Corsaro, invece, era stato prodigo di dettagli, la statura slanciata, il viso romanticamente pallido, la fronte attraversata da una ruga profonda, e poi l’elegante casacca di seta impreziosita di pizzi e con i risvolti di pelle, i pantaloni anch’essi di seta e attillati, stretti in vita da una cintura con le frange, più il cappello di feltro a falde larghe e con una piuma.
In qualche modo avevo pensato a Jolanda come a una bella mora, magari anche un po’ meticcia, in ogni caso soavemente bruna con i lunghi capelli neri. La delusione me la dette il cinema quando Carlo Ponti, volendo fare un film su di lei, Jolanda la figlia del Corsaro nero, andò a pescare in Svezia una biondina di diciotto anni, esile e maliziosa, che lavorava in uno studio fotografico di Stoccolma e, insieme a Mario Soldati, decise che quella svedesina sarebbe stata Jolanda sullo schermo. Il film uscì nel 1952 e, sinceramente, ci rimasi male. Jolanda non poteva essere assolutamente bionda. Al terzo liceo avevo avuto una compagna di scuola che avrebbe potuto fare Jolanda meglio della svedesina May Britt scoperta da Ponti a Stoccolma. La mia compagna di scuola era una ragazza straordinariamente mora, con un carattere da maschiaccio, e teneva a bada tutti noi che facevamo i filibustieri per portarcela un giorno tra le ginestre del Vesuvio e dichiararle la nostra passione.
La compagna di scuola mi rafforzò l’idea che Jolanda non poteva che essere una mora esagerata, diciamo una Monica Bellucci di oggi con la grinta di Vittorio Gassman.

A quei tempi non c’era una attrice ideale che potesse fare Jolanda come io la immaginavo. A volere esagerare ci avrebbe potuto provare Maureen O’Hara, ma era irlandese e aveva i capelli rossi (poteva tornare buona per la figlia del Corsaro rosso), però aveva fianchi memorabili. Esclusi da subito che potesse fare la parte di Jolanda quella smargiassa e prorompente di Sophia Loren che, semmai, poteva fare direttamente la parte del Corsaro nero.
Dunque, avevo questa idea precisa di Jolanda quando andai a Maracaibo, sicuro di scovarne una a modo mio, una ragazza del posto del tipo Marjorie Olivares, la Miss Venezuela famosa per avere perso il tanga sfilando a Caracas, oppure un’antillana di passaggio, comunque una caraibica calorosa.
Andai a Maracaibo per giunto inseguito dal tormentone estivo del 1981, quella canzoncina che si chiamava proprio “Maracaìbo”, con l’accento sulla “i”, cantata dalla milanese Luisa Colombo, in arte Lu Colombo, chitarrista scatenata e brunetta tutta pepe, e scritta con David Riondino che faceva: “Maracaìbo mare forza nove, fuggire sì ma dove”, e parlava di una ragazza che “balla al Barracuda, sì ma balla nuda” e Pedro “l’abbracciava sulle casse di nitroglicerina”. Cose così sino alla fantastica conclusione: “Se sarai cortese ti farà vedere nella pelle bruna una zanna bianca, come la luna”.

Mi piazzai, sotto il sole, alla Plazuela de el Convento, ma non passò nessuna Jolanda che mi convincesse perché molte erano proprio bionde, naturali, come May Britt, e molte altre erano tinte. Maracaibo è la seconda città più grande del Venezuela e si dice di lei che è “la tierra del Sol amada”, ma col clima torrido e tropicale, 43 gradi all’ombra, il sole più che amarla la squaglia. Non immaginavo che stesse di fronte a un lago, il Lago di Maracaibo, che è un’immensa laguna, grande quanto la Campania, dove confluiscono le acque dei fiumi Catatumbo, Santa Ana e Chama, ed è un lago ricco di petrolio e minacciato dalle alghe, con un canale che comunica col Mare delle Antille e un ponte immenso, spettacolare, costruito da un italiano, il ponte più lungo che abbia mai visto che scavalca il lago e collega Maracaibo col resto del Venezuela.
In effetti, Maracaibo sta proprio alla strozzatura del lago prima del Golfo del Venezuela sul Mar Caribico. Lo straordinario ponte lungo quasi nove chilometri, sostenuto da piloni alti 86 metri, con campate di 253 metri, a ventisei metri sul livello del lago, che consentono il passaggio delle superpetroliere, è un’opera di alta ingegneria che reca la firma dell’ingegnere romano Riccardo Morandi, le cui audaci realizzazioni sono in tutto il mondo. Lo spettacolo del ponte mi distrasse per qualche tempo dal pensiero di Jolanda. Bighellonai per la Calle 93 e per l’Avenida Libertador. La skyline di Maracaibo è fantastica, punteggiata da grattacieli di venti piani.

A Maracaibo si parla il castigliano e ci si dà del “voi”. C’è molto barocco, e case basse e colorate, come nella Calle Carabobo, e barrios che è meglio evitare, come il Barrio Santa Lucia, e grandi strade, chiese straordinarie, monumenti, e poi c’è la Tranvia di Maracaibo che non è un tram, ma un convoglio di autobus gialli e rossi come se ne vedono, però più piccoli, alle giostre.
Sono stato davanti alla basilica di Nostra Signora del Rosario di Chiquinquirà, ma non è successo nessun miracolo. Non ho visto nessuna Jolanda che potesse trasformarmi in un ardente Morgan.
Mi davano notizie di personaggi importanti come Wilson Alvarez, un lanciatore mancino della Lega di baseball, e Betulio Gonzales, che aveva fatto il pugile, ma di Jolande neanche a parlarne. Del Corsaro nero, a Maracaibo, avevano idee confuse e che il truce Van Gould gli avesse ucciso i due fratelli minori nessuno sapeva nulla. Tutti volevano solo mostrarmi la città e parlarne con passione perché Maracaibo è “muy nobile e leal”, ed è la “città petrolera”, ed è “città di indipendenza di pensiero”, e gli abitanti, i maracuchos, sono tutti esperti nuotatori e ottimi subacquei. Mi parlavano poco delle donne, di Jolanda niente.

A una edicola di giornali della Vereda del Lago, che è un delizioso viottolo per passeggiare attorno al lago, comprai un interessante calendario di miss venezuelane con la storia di Alicia Machado, che arrivò al titolo di Miss Universo avendo seri problemi di peso e rischiando perciò di perdere la corona mondiale, e poi c’erano le foto di Ly Jonaitis, “”màxima expresiòn de la belleza”, di Mònica Spear, “la mujer màs bella del paìs”, di Vanessa Peretti, “simpatica y carismatica”, e di Claudia Suarez, “con su melena rubia y un cuerpo cautivante”, praticamente una vamp bionda (melena vuol dire chioma e rubia vuol dire bionda come già saprete). Ragazze sicuramente fantastiche, ma nessuna di loro mi parve Jolanda.
Non sono più tornato a Maracaibo.
La figlia del Corsaro nero è rimasta un sogno. Sono andato a cercare la mia compagna di scuola, ma abbiamo convenuto che era passato del tempo e non era più il caso che io facessi Morgan e lei Jolanda andando fra le ginestre del Vesuvio.

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