A Punta Meliso l’incontro fra l’Adriatico e lo Ionio

– di Anna Montefusco

Viaggio in Salento. Prima tappa a Marina di Ugento. Il borgo antico di Otranto e la festa in onore dei Martiri tra il profumo delle mandorle tostate e le luminarie. Santa Maria di Leuca, il santuario e il faro alto 50 metri, l’approdo di Enea e la suggestione in un punto “dove finisce la terra”, case bianche davanti all’infinità del mare. Quel che resta delle splendide ville ottocentesche.

Scegliere di trascorrere le vacanze estive nel Salento, in pieno agosto, è un azzardo non da poco per chi di solito ama tirarsi fuori dalla pazza folla. Azzardo aumentato a dismisura giacché intorno a questo territorio si è venuta a creare un’attenzione che è andata via via crescendo negli anni, fino a farne, ahimè, anche una meta di tendenza. Ma è anche vero che per i più, e mi ci annovero, ricavarsi due settimane di ferie consecutive, significa doversi “assoggettare”, gioco forza, al famigerato ottavo mese dell’anno. Quello degli esodi di massa, per intenderci. E dunque, dopo innumerevoli anni passati a girovagare tra le coste greche e turche, quest’anno abbiamo scelto di giocare in casa, battendo le battutissime rive del tacco della nostra penisola. Desiderio esaudito dopo numerose e brevi gite consumate negli anni, quando sul limitare del brindisino ormai bastano poche ore per completare il più classico dei minitour pugliesi, di quelli che comprendono masserie, grotte, trulli e Zoo Safari. Sempre per intenderci.

L’orario di partenza del 10 di agosto non è stato di quelli cosiddetti “intelligenti”, ma le immense distese di olivi secolari, che ci hanno accompagnato lungo tutto il tragitto, hanno disteso anche gli animi predisponendo alla pazienza. E ce ne sono volute sette, di ore di pazienza, per raggiungere il Salento leccese, e precisamente, Marina di Ugento. Il giorno dopo l’arrivo a destinazione, lo Ionio ci accolse con il vestito buono della domenica, schierando orgoglioso la sua gamma di colori al completo. Invitanti premesse per le prime agognate bracciate in acqua. Anche se, dimenticate le solitarie calette greche, bisognò da subito abituarsi a condividere le suddette bracciate con tante altre bracciate, tutti insieme a misurare le medesime distanze. Distanze limitate da un cordone di galleggianti piazzato per la sicurezza dei bagnanti, la tranquillità dei bagnini issati sui loro trespoli di legno, e per dare libero sfogo alle immancabili scorrerie dei surfisti oltre la linea.
Irrinunciabili, a tal proposito, divennero i bagni fatti nel primo pomeriggio, nelle ore deputate al riposino di grandi e piccoli, nel più assoluto silenzio, con il mare sempre più impegnato a regalarci nuove sfumature di colori ed un tenue Maestrale intento ad increspare l’acqua e a far danzare in perfetta sincronia gli orli degli ombrelloni bianchi.
Come di consueto, dopo i primi giorni di riposo, aprire e chiudere la cartina del Salento per scegliere i posti da visitare, fu piacevole esercizio. Il vecchio e affezionato evidenziatore giallo sembrava scegliere in piena autonomia, pensando bene di cerchiare da subito Otranto. Come non assecondarlo!

Otranto la visitammo di pomeriggio, avendo deciso di non farne una tappa balneare. Poco più di un’ora di viaggio tagliando trasversalmente alcuni paesi, nel pieno silenzio della “controra”, intervallati dalla oramai familiare figura degli ulivi attorcigliati e da fichi d’india di vedetta sul ciglio di interminabili stradine interne. La città si presentò ornata di luminarie e profumata di mandorle tostate. Senza saperlo eravamo capitati nel pieno di un evento antichissimo: la festa in onore dei Martiri d’Otranto. Cinque giorni di festeggiamenti, dall’11 al 15 di agosto, in un susseguirsi di manifestazioni religiose e civili. Comprese, esposizioni e degustazioni di prodotti tipici a riempire file di bancarelle disposte sul lungomare. E una prima buona attenzione fu dedicata proprio alle mandorle, assecondando da subito i palati allertati dal profumo. Poi, seguì l’incanto di fronte ai colori dell’Adriatico e al Piazzale degli Eroi che vi si affaccia direttamente. Entrando da una delle porte antiche della città, accedemmo al borgo antico. Un dedalo di viuzze pulitissime, lastricate di antiche pietre e pullulanti di negozietti con merce esposta ovunque, anche sui muri. Pullulanti anche di turisti, naturalmente. Un bagno di folla rapita dal fascino del borgo e rallegrata dalle note festose della banda musicale inserita nei festeggiamenti di quel 14 di agosto. Prevedemmo di completare il camminamento con una visita, seppur veloce, alla Cattedrale dove sapevo di trovarvi un interessante mosaico pavimentato e un grande rosone. La passione che nutro verso queste due specifiche forme d’arte, ritenuta ossessiva, mi ha reso oggetto di affettuoso scherno in famiglia. L’imponente rosone rinascimentale sovrasta il portale di questa antichissima chiesa. Fu aggiunto dopo la liberazione di Otranto dai turchi, quando la stessa fu danneggiata dai bombardamenti e necessitavano opere di riparazioni. Ha una forma circolare ed è composto da sedici transenne che convergono al centro. Davvero molto bello, così come il mosaico pavimentale che occupa tutta la Cattedrale: migliaia di tesserine policromatiche a formare scene bibliche, animali mitologici e un’infinità di simboli e allegorie difficili da interpretare. Pare che ancora oggi non si sia riusciti a decifrare tutta l’opera, e questo la rende ancora più affascinante aumentandone il mistero. Opera iniziata, stando all’opuscolo prontamente consultato in loco, nel 1163 e terminata nel 1165, per mano di Pantaleone, un monaco presbitero. Una visita che avrebbe meritato senza dubbio un maggiore approfondimento, ma dovendoci attenere agli orari fissati per la cena, ci toccò abbandonare il campo. Facemmo in tempo a dare uno sguardo alla Cappella dei Martiri dentro la quale sono custoditi, in teche di vetro, i resti dei martiri trucidati dai turchi; dietro l’altare, si conserva anche il masso sul quale furono decapitati.
Il percorso a ritroso, fatto a passi più lenti, ci consentì di ammirare al meglio le case basse costruite in varie epoche, i balconcini, gli scorci panoramici e i … souvenir. In Piazzale dei Martiri un sole calante iniziava a striare di rosso il cielo, ammorbidendo i colori dell’ele-gante piazza.

Con quest’immagine romantica impressa negli occhi e nell-‘obiettivo della macchina fotografica, lasciammo Otranto.
Al rientro ci colse l’imbrunire. Nella scarsa luce, finimmo per disorientarci girando a vuoto ripetutamente prima di imbroccare il viale d’accesso del nostro villaggio. Per nostra fortuna, ci soccorse la benevolenza dei nostri amici milanesi, i quali ci risparmiarono la corsa all’agognato tavolo all’aperto occupandolo in anticipo anche per noi. Mai gemellaggio nord-sud risultò più affettuoso e opportuno. A dire il vero un “opportunismo” reiterato da parte nostra per l’intera vacanza, anche se commesso in buona fede, ma grazie al quale si riusciva a cenare tutti insieme e sempre in postazione strategica. Quest’amicizia è nata l’estate scorsa in Sicilia e proseguita, consolidandosi, quest’estate in Puglia. I nostri appuntamenti sono praticamente mediati dal mare.

Per la seconda escursione, il giallo dell’evidenziatore andò a cerchiare Santa Maria di Leuca, estrema propaggine del Salento. Una volta partiti, non perdemmo mai di vista il mare, meravigliosamente piatto e brillante in quelle prime ore pomeridiane. Tanto che le imbarcazioni ancorate a largo sembravano adagiate su uno specchio. Superammo alcuni paesini noti per le antiche torri di avvistamento, dalle quali, tra l’altro, prendono il nome. Il traffico si intensificò solo in prossimità dell’ingresso in Leuca creando un serpente di auto che si snodava lento. Visitammo prima la marina di Leuca, girovagando sul lungomare per ammirare le famose ville ottocentesche, quelle poche ancora in piedi, e per addentrarci poi negli stands di un mercatino multietnico, dal quale uscimmo, al solito, frastornati e adorni di chincaglieria colorata. Continuammo per il promontorio per raggiungere il Santuario di Santa Maria de finibus terrae e l’altissimo Faro di Punta Mèliso, dove sembra sia stato stabilito il punto di incontro fra le acque del Mar Adriatico e quelle dello Ionio.
Arrivammo in vista del piazzale antistante la basilica dopo un insperato colpo di fortuna che ci consentì di parcheggiare l’auto in tempo, prima di essere costretti a fare un rassegnato dietro front: il serpente di auto in fila, infatti, si era allungato a dismisura in questo tratto in salita. Qui ci accolse il famoso faro, alto circa 50 metri, svettante e bianca sentinella posta a 100 metri sul livello del mare a irradiare una luce visibile da 50 km di distanza. Ineguagliabile, dal promontorio, la visione dall’alto, che ti offre in un sol colpo d’occhio il porto turistico puntellato di barche a vela ancorate in rada, il borgo di case bianche, alle spalle, e l’infinità del mare dove lo sguardo si perde. Rimane forte la percezione, o forse la suggestione, di trovarsi in un punto dove finisce la terra. Finibus terrae, appunto. Si avverte la magia di un luogo che è stato punto d’approdo per i popoli del Mediterraneo fin dall’an-tichità. La leggenda vuole che questo sia stato il primo approdo di Enea, e si narra anche che San Pietro, proveniente dalla Palestina, abbia iniziato proprio da qui la sua opera di evangelizzazione. Intanto, una convenzione nautica, meno arcaica ma non meno affascinante, pone proprio a Punta Mèliso la congiunzione dell’Adriatico con lo Ionio, obbligando a focalizzare lo sguardo verso un’ipotetica linea all’orizzonte. Il pensiero dell’auto, parcheggiata alla meno peggio, spezzò l’incanto, obbligandoci ad affrettare il passo. Ci muovemmo in direzione del santuario per una visitina all’interno, ma dovemmo arretrare di fronte a gruppi di persone che ne uscivano alla spicciolata. La loro eleganza tradiva il motivo della festosa adunanza sul sagrato; ma fu soprattutto la comparsa degli sposi, alle loro spalle, a darne conferma. Sembra che il nome di Leuca derivi dal greco leucòs, bianco, come il vestito bianco della sposa che prese a svolazzare leggero sotto i colpi dispettosi del vento. Un bel fermo immagine in una calda luce pomeridiana; un’altra bella suggestione da conservare.

Quella stessa sera, gli amici milanesi sedevano puntuali al solito tavolo apparecchiato anche per noi. Cenammo facendo come sempre il resoconto dei luoghi visitati. La presenza di un bambino di sei anni e di un altro di pochi mesi impediva loro di aggregarsi a queste passeggiate. Ascoltarono di mercatini sul lungomare, di Ville in decadenza, di promontori sospesi sul mare e di veli bianchi come il bianco di un intero paese. Ascoltavano intanto che un gruppo di ragazzi passò vociante davanti al nostro tavolo; la loro età riassumeva la spensieratezza dell’adolescenza, consumata allegramente tra facili scoppi di risa. Riconobbi la risata di mio figlio prima ancora che gli sguardi si incrociassero. Beata gioventù! E sempre quella stessa sera, un gruppo di giovani suonatori riempì l’aria con le frenetiche e ossessive note della pizzica salentina. Ci sentivamo più stanchi che tarantolati, ma ci lasciammo trascinare ugualmente: quando la magia delle vacanze volge al termine, val bene la pena costringere delle “carcasse” arruginite a fare un po’ di straordinario.

Pin It

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *