A Rimatara, in cargo ai bordi del mondo

– di Valeria Serra

È una delle minuscole cinque isole, pianeggiante e sabbiosa, in una laguna pescosa, dell’arcipelago di Tubuai nei Mari del Sud.
Ci arriviamo su un vecchio mercantile norvegese che porta la posta e i generi di sopravvivenza, ma anche la “merce del progresso”.

La prima parabola satellitare è arrivata meno di due anni fa e la tv ha aperto una breccia in un mondo in cui solo la natura nutriva il corpo e l’anima.

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200708-10-2mLontano, non è solo, e forse non è più, una distanza di ventimila chilometri; o un tempo scandito da dodici fusi orari. Lontano è là dove un aereo non è mai atterrato e il resto del mondo si conquista via mare, in un numero imprecisato di giorni.
Per cercare un lontano ne’ teorico o soltanto geografico, mi sono spinta mille chilometri a sud di Tahiti fino all’isola di Rimatara nell’arcipelago di Tubuai, il profondo sud dei Mari del Sud. Un’isola sulla quale le schede elettorali piovono dal cielo: le paracaduta un Falcon della Marina militare francese, l’unico aereo che una volta ogni cinque anni la sorvoli.
Un lontano reale, una terra per la quale qualcosa di palpabile del mondo si vede e si sfiora una volta al mese, quando per poche ore il cargo “Vaeanu” fa scalo sul basso fondale dell’isola. Sì, non esiste neppure un porto in questa scheggia del Pacifico abitata da 930 polinesiani, di cui la maggior parte non ha mai superato l’orizzonte che la circonda meraviglioso e inesorabile. Il “Vaeanu” è uno di quei mercantili di basso tonnellaggio cosiddetti “tramp”: costruito in Norvegia nel 1965, non appartiene più a nessuna grande compagnia di navigazione. Malconcio e arrugginito finisce i suoi giorni tra Tahiti e le sue isole remote per portare posta e viveri nelle isole dell’emisfero sud.
Non è più cosa facile trovare un luogo abitato, isolato quanto l’arcipelago di Tubuai che prende il nome dalla sua isola maggiore e più “civilizzata” e che riunisce cinque isole minuscole (Tubuai, Rimatara, Rapa, Rurutu e Raivavae) che tuttavia, quanto a entità territoriale, sono una pura invenzione francese. Distano l’una dall’altra, centinaia di chilometri su un arco di oceano di oltre mille. Unite soltanto dalle espressioni di una natura superba, da lagune che strapperebbero il primato alle celebri Moorea e Bora-Bora, e da un’indicibile solitudine.
Dove, se non qui, venire a cercare l’ultima brezza di verginità, o al contrario, tentare di capire a che velocità il mondo, anche il più defilato e inaccessibile, cede al richiamo e alle lusinghe della modernità e del superfluo?
Nell’affannoso incedere del vecchio cargo che sulle ripide onde di questa latitudine non riesce a superare i quattro nodi di velocità, l’attesa di vedere terra non riesce a disegnare alcuna ipotesi verosimile. La domanda che ricorre nelle lunghe giornate di viaggio è proprio questa: come si vive nel dimenticato satellite di un Territorio d’Oltremare francese? Nel rovescio misconosciuto di quella Polinesia che un secolo fa rappresentava per l’occidente un peccaminoso sogno di evasione, e che oggi incarna l’icona suprema del pianeta della vacanza estrema? Quali sono le verità oltre a quelle incontestabili dei languori marini e degli azzurri assoluti?
Per vederci chiaro bisogna mettere da parte un po’ di romanticismo, saper fare a meno delle suggestioni letterarie e pittoriche e tentare di guardare la nuda realtà, pronti a riconoscerne debolezze e contraddizioni.
La contraddizione appunto: è la grande rivelazione di quest’isola che pianeggiante e sabbiosa, grande quanto Montecristo, ha preso forma oltre il ponte del postale “Vaeanu” in un mattino terso di un novembre del nuovo millennio. Un isolano su una piroga a bilanciere si accosta alla fiancata del cargo, come a voler toccare con mano l’unico segno tangibile del mondo.
Il carico di merci destinato all’isola viene estratto dalla stiva e calato con un paranco sulla baleniera di bordo, una scialuppa lunga sei metri che sarà l’unico cordone ombelicale con la riva. In equilibrio incerto su quella precaria scialuppa, sono stipati in vari turni di sbarco i seguenti “generi di sopravvivenza”: quattro tank di carburante, due pallets di prodotti alimentari in scatola e sei di birra Hinano, un tetto prefabbricato in vetroresina, alcuni sacchi di riso e farina, una ruspa, una vecchia Vespa Piaggio, tre televisori Sony ancora imballati e cinque antenne paraboliche. Il tragitto verso terra, poche centinaia di metri, deve oltrepassare una stretta passe tra i coralli difficilmente accessibile a causa dei cavalloni che frangono sul reef. “Talvolta – racconta il capitano Tavalnau, – un’onda più forte delle altre, rovescia la scialuppa e tutto il carico, compresi i passeggeri”.
Prima ancora di posare piede a terra dunque, un carico appeso ad una gru di cargo, ha cominciato a raccontare Rimatara più della sua laguna pescosa, o dell’affaccendarsi indolente dei suoi abitanti su quelle spiagge luminose.
Ma è una rivelazione che disorienta.
Cosa centra la parabolica con la piroga? E il tonno in scatola con la nassa piena di aragoste posata sulla riva? Cosa centra poi, quella ruspa nuova fiammante, in un’isola di sabbia e corallo che ti accoglie con mezzo paese schierato sulla spiaggia? Cosa centrano gli schermi ultrapiatti della Sony, con il “fumo purificatore”, ovvero, il rituale e obbligato passaggio – a cui mi sottopongo volentieri – sotto un tunnel di fumo di burro di cocco che resiste, unico e ultimo al mondo, dall’epoca delle grandi epidemie ottocentesche? La risposta è una domanda a cui non è facile rispondere.
Il calore umano dei polinesiani però, è quello proverbiale: all’arrivo di uno straniero, che qui è una vera rarità, il benvenuto si esprime col dono di una collana di frutta e verdura: ti ritrovi con un multicolore e profumatissimo ornamento al collo fatto di gardenie, zucchine, peperoni rossi, spicchi di pompelmo e basilico. E mentre t’inebri e ti ricredi sulla ruspa e il tonno in scatola, si avvicina una bambina con un fiore fra i capelli, vestita in pareo e scarpe Reebook che ti chiede se conosci il nome dell’attrice protagonista della telenovela “Terra nostra”. Si mescolano meraviglia e smarrimento. Forse, Tehenao Tipaea la mia occasionale guida, nonché gendarme, notaio, sindaco e meteorologo dell’isola, può aiutarmi a capire di più. Ha fatto i suoi studi alla scuola secondaria a Tubuai, isola capogruppo dell’arcipelago, la stessa scuola frequentata oggi dal figlio quindicenne. “Un giornalista qui! È la prima volta – dice. – Ma siete arrivata in ritardo: qui da due anni è cambiato tutto. Da due anni è arrivata la tivù”.
Tehenao ci tiene subito a farmi sapere che come la maggioranza degli abitanti delle isole Tubuai, anch’egli fa parte del partito indipendentista polinesiano, il Tavini Huiraatirai di cui il passionale leader Oscar Temaru è diventato un anno fa governatore scalzando l’ex premier Gaston Flosse che era altresì azionista di Tv e giornali della Polinesia Francese. “Sì, ma cosa centra la Tv con la politica, non siamo mica in Italia” sto per dire. Ma la sua premessa è interessante, anche agli antipodi, e se pure lui ora vorrebbe mostrarmi le spiagge, i pescatori che usano ancora gli ami intagliati nel legno, o portarmi sulla curva della strada sabbiosa da cui si vedono le balene saltare, preferisco ascoltare, per una volta, una storia, la sua, di una Polinesia che non appare in nessuna cartolina. Di una terra sospesa tra passato e futuro, la cui purezza vera o presunta, si confonde tra omissioni, spiagge bianche, leggende e folclore.
La sua peraltro, è già una storia da leggenda: suo padre, pescatore come tutti qui, è morto quando lui era ancora giovanissimo e fece la stessa fine che poi toccò al cognato e ad un cugino: morì tra le fauci di uno squalo, un tigre probabilmente, l’unica specie davvero temuta. Per questo scelse di studiare e del mare e della pesca non ne volle sapere. Da Tubuai partì ventenne per Tahiti, erano i primi anni ’70 e di colpo si trovò scaraventato nel ventesimo secolo: boutiques, turisti, aeroplani. Per uno abituato a cavarsela con la frutta raccolta in giardino e un cavallo montato a pelo per spostarsi, fu durissima.
Tahiti aveva già quasi centomila abitanti e Papeete era una città caotica e già intasata dalle auto. Lavorò per qualche tempo in un grande hotel di Bora-Bora come addetto alla manutenzione, ma lo stipendio non era sufficiente per poter pensare di metter su famiglia. Già allora la Polinesia Francese era uno dei luoghi più cari del mondo a causa dei costi di trasporto e delle ingenti tariffe doganali.
Fu così che nel 1976 afferrò al volo quella che gli sembrò un’occasione da non perdere: un impiego fisso e lautamente retribuito in un atollo delle Tuamotu: Mururoa. Ci restò cinque anni, fino al 1981, assunto come operaio della CEA, Centre Energie Atomique.
Cinque anni che gli hanno cambiato la vita: capì soprattutto e a ragion veduta, che il miraggio della modernità, l’accondiscendenza alle regole di un colonialismo mai finito, avevano un prezzo troppo alto. Tornò indietro, in quella sua isola sperduta che conservava ancora l’identità della sua origine. Di tutti i distretti della Polinesia, quello delle Tubuai aveva in sé più degli altri le risorse del sogno indipendentista. Un movimento che divenne ufficiale nel 1977, capitanato dal passionale leader Oscar Temarù tuttora alla sua guida. Fino a due anni fa, racconta Tehenao, la gente non sentiva il bisogno di avere un orologio o di trovare le baguettes e il burro bretone nello spaccio del paese. La natura prodiga nutriva il corpo e l’anima.
Ma la tivù, come si sa, induce in tentazione e nessuno o quasi, sa più fino in fondo ciò che vuole. Meno di due anni fa è arrivata a Rimatara la prima parabola satellitare, sbarcata da quel cargo come un oscuro oggetto del desiderio; oggi la possiedono nove famiglie su dieci. E tra una telenovelas e lo spot di un’automobile, nell’immaginario di un giovane di Rimatara, si trovano a convivere in silenzioso conflitto, la fascinazione verso i simboli di consumo occidentali con l’innato orgoglio della propria diversità culturale. “E’ un momento delicatissimo, – mi spiega Tehenao, – nel quale abbiamo capito di essere ancora in tempo per arginare la cultura suicida del consumismo, ma abbiamo pochi strumenti per opporci ad essa”.
A quest’isola dimenticata fino ad oggi e di cui persino la cartografia dei fondali marini è rimasta incompiuta, viene stillato pian piano il desiderio di essere come il resto del mondo. “Oggi – prosegue Tehenao – le donne si guadagnano da vivere raccogliendo conchiglie sulla spiaggia; conchiglie che poi diventano collane per i turisti delle isole-resort: anche noi siamo già un anello del sistema”. Le grandi compagnie alberghiere già sanno che un’isola come Raivavae può diventare con due mani di ruspa e un po’ di marketing, il nuovo intonso paradiso del jet set.
La prospettiva di essere inghiottiti da quel vortice, la paura di ritrovarsi a dover desiderare tutto ciò che il denaro può comprare, mette un freno all’istinto controverso di aprirsi al resto del mondo e quindi all’omologazione culturale. Ma Rimatara non aspira neppure a rimanere l’ombra di se stessa o a diventare il fenomeno da baraccone del Pacifico. Lo sviluppo compatibile, secondo il malinconico Tehenao, notabile tuttofare di Rimatara, può prendere un’altra direzione, non ancora scritta ne’ in verità facilmente immaginabile. Sulla spiaggia, nell’attesa della fragile scialuppa che mi riporti a bordo prima che cali il buio, ho la sensazione che il destino sia segnato. Presto o tardi che sia.
Anche qui, ai bordi del mondo, in quello che ai miei occhi metropolitani appare quasi il paradiso, il dio satellite imporrà le sue leggi: alle ragazze verrà voglia di profumarsi Chanel, ai pescatori di avere ami di acciaio e bombole di ossigeno, ai bambini di diventare un giorno “geò”, per raccontare a qualcuno in un ennesimo villaggio di vacanza, com’era fatta la Polinesia che non esiste più.

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