A Santarcangelo c’è l’arco che smaschera i “becchi”

– di Cristina Gambini

La tradizionale Fiera di San Martino affolla il paese romagnolo avvolto in una nuvola-odore dal messaggio netto: salsiccia e cipolla. L’assedio delle macchine,
le passeggiate a sorpresa, i cantastorie, le infaticabili romagnole delle piadine, il posto dei pittori, il ricordo di Tonino Guerra, la grotta delle foto. Ma è sotto l’arco di piazza Ganganelli che si fa l’esame più temuto.

200412-14-1mFra le tante Fiere di San Martino in Italia, quella di Santarcangelo di Romagna è indubbiamente particolare. Si potrebbe fare un bell’elenco dei diversi appuntamenti ed eventi previsti, si potrebbero nominare una ad una tutte le bancarelle che rivestono il centro del paese, si potrebbero dare le cifre delle presenze relative agli anni precedenti, si potrebbe, infine, misurare le lunghe file di auto parcheggiate intorno alla città.
L’11 novembre è periodo di foschia nella parte bassa della pianura padana, le giornate accorciate e raffreddate rendono la Fiera ancora più invitante dato che è una delle ultime occasioni per stare all’aperto. A Santarcangelo, per San Martino, la sottile velatura autunnale è inspiegabilmente ancora più spessa e, ancora più eccezionalmente, emana odore.
Volendo raggiungere il paese, da qualsiasi punto si parta ciò che si scorge immediatamente è la nube che avvolge il centro, man mano che ci si avvicina dopo aver percorso almeno due chilometri a piedi, viste le file di auto già numericamente evocate, la nube entra nel naso e lascia un segnale netto: salsiccia e cipolla. Un’immensa centrale alimentare che produce e funziona a piada, salsiccia e cipolla. L’intero paese è impregnato di questo vapore e non esiste deodorante d’ambiente capace di sconfiggerlo.
Il maestoso arco di piazza Ganganelli, innalzato in onore del papa Clemente XIV che qui ebbe i natali, in mezzo a quella nebbia un po’ vera un po’ no, assomiglia alla ciminiera dell’impianto industriale da cui fuoriesce l’odore-nuvola. Per non parlare delle persone che hanno tutte lo stesso profumo.
Il problema è che tutta questa situazione sospesa nell’aria innesca un terribile meccanismo a catena: le narici sedimentano il segnale olfattivo, lo stomaco ne viene stimolato, la gola lo richiede e l’impianto lo produce sempre di più. Il cerchio della Fiera si chiude.
Passeggiando si penetra nel cuore della festa e si cominciano a sentire i racconti dei mille cantastorie sul modesto palco nella piazza dell’arco-ciminiera. Sono storie di vita cantate in tutte le inflessioni dialettali italiane, un po’ come fa il rap. Si riprende la passeggiata con l’animo colorato e si passa sotto l’arco-ciminiera curiosi di verificare se si è “becchi” oppure no. Ecco l’esame più temuto di Sant’Arcangelo.
Le corna di bue, che da sempre durante la Fiera penzolano dal colmo dell’arco, danno il verdetto. Se al passaggio della persona restano ferme, si può essere certi che la dichiarata fedeltà della controparte è comprovata. Se, al contrario, dondolano si è certi che di infedeltà e di “becco” si tratta. Data l’altezza delle corna, avvolte nella nube opaca di odore, ognuno vede cosa diversa. Su un unico passaggio infatti le opinioni immancabilmente discordano.
Dopo la passeggiata in piazza, ormai colmi di Fiera, c’è bisogno di un po’ di sfollamento e così si inizia a risalire la scalinata che porta al paese vecchio. Dopo l’ultimo scalino si trova un palazzo, uno come in tanti centri storici, ma al suo interno ci sono delle “zdore”, o meglio, signore romagnole dalle misure generose che, ingrembiulate, lavorano al matterello. E’ “la Sangiovesa”, un ristorante dove c’è tutta la Romagna. E’ un museo del gusto e dei movimenti gastronomici oramai quasi perduti. Oggi, le piadine sono belle e pronte in sacchetti al supermercato, a farle è una macchina impastatrice, a stenderle è un rullo. Hanno tutte le stesse matematiche misure. Alla “Sangiovesa” no. Il movimento delle mani sul matterello non è mai lo stesso.
Vicino alla “Sangiovesa”, sotto un portico, c’è Santarcangelo dei pittori. E’ aperto, si può visitare. Ci sono pittori veri e propri, artisti che spiegano, se si può, lo spirito della linea e del colore. Si viene a sapere di un certo “Circolo del giudizio” degli anni Cinquanta.
Era un gruppo di intellettuali ed artisti che si incontravano per parlare del mondo.
Tonino Guerra era uno del Circolo, uno di Santarcangelo. Era lui che sceneggiava i film di Fellini. E’ un poeta, uno che con la parola illumina l’anima delle cose e te la fa vedere. Con Guerra c’erano anche dei pittori, Moroni per esempio. Mostrano le foto dei suoi quadri, c’è sempre il mare e persone che lo guardano. Invece, nei quadri di Turci, di fronte al mare ci sono delle figure che si allungano per arrivare al cielo. E, poi, parlano dello scrittore Baldini e di tanti altri.
Usciti, ci si sente un po’ più integrati nella comunità. E’ facile farlo, non c’è nulla che sia refrattario. Ogni cosa, ogni persona è accogliente. E’ lo spirito del posto. Si continua a salire per le stradine. Ormai è come una visita ad un luogo dell’infanzia, famigliare e, senza accorgersene, si è inghiottiti dalla grotta delle fotografie.
Forse è la luce metallica del neon, forse sono il bianco, il nero e i grigi delle foto, in ogni modo si è attratti ad entrarci. Un signore che sta qui sempre fa vedere le foto, quelle che ha fatto lui nei suoi viaggi e quelle fatte da altri che a lui piacevano. Le pareti tufacee della grotta sono completamente tappezzate. Seguendo i visi, i luoghi e, al tempo stesso, andando sempre più sotto terra si può viaggiare.
Il signore nella grotta delle foto racconta anche che Santarcangelo è piena di grotte. Il paese sopra è solo una parte, c’è anche quello sotto, quello più buio, più silenzioso in cui ci si potrebbe facilmente perdere. A vedere la piantina delle cavità, si scopre un labirinto scavato sottoterra ancora integro. E’ l’ultima meraviglia, l’ultima scoperta di Sant’Arcangelo di Romagna.

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