All’arrivo del re le campane di Capri suonarono a gloria

– di Giuseppe Aprea

Il sovrano borbonico Francesco I fu il primo ospite per il quale l’isola si mobilito per una straordinaria accoglienza. Ripulita la Piazzetta, ridipinti gli edifici, spazzate le strade e illeggiadrito lo “sbarcatoio” alla Marina Grande con frondosi rami di mirto, due archi di trionfo e un tappeto verde realizzato da improvvisati giardinieri. Il programma della giornata e il corteo delle personalita che ando incontro all’illustre visitatore.

Riassunto delle puntate precedenti
In questa che sembra una favola, ma e una storia vera, si racconta della visita a Capri di re Francesco I di Borbone e della regina Isabella, il cui solo annuncio risveglia la cittadina dal suo torpore. Il sindaco Giuseppe Feola, colto gentiluomo napoletano, diventa il vero regista di un progetto di ospitalita che coinvolge l’intera popolazione. E che consiste nel rifare
il look all’isola intera. La cosa importante e che i fabbri, i falegnami, i muratori e poi le ostesse, le ‘caffettiere’ e le asinaie del tempo, che entrano in azione in quel 1825, compongono a tutti gli effetti il primo nucleo di quella che diventera alla fine dell’Ottocento una vera industria turistica. Anche altri protagonisti del racconto – Angela Maria, la tessitrice di nastrini di seta, e Salvatore, il pescatore di nasse – danno all’evento il loro contributo, che alla fine si rivelera in un certo senso fondamentale.

4. Con la partenza dell’autorevole e temuto Sottintendente dalla locanda di donna Rachele Tedesco, il giorno nove di ottobre, i preparativi per l’arrivo della famiglia reale nell’isola avevano subito un’ulteriore accelera- zione. Ad Anacapri, dove era previsto che il Corpo Decurionale (il Consiglio Comunale) ricevesse gli ospiti attendendoli in pompa magna al loro arrivo a Capodimonte, in cima alla scalinata ‘fenicia’, si era provveduto al riatto della strada che attraversava tutto il paese. Allo stesso modo si era adornato nel miglior modo possibile lo spiazzo accanto alla torre eretta dai Certosini, dove il clero al gran completo avrebbe salutato e intrattenuto Francesco e Maria Isabella, ed i nobili cavalieri al loro seguito prima di unirsi ad essi in solenne processione fino alla chiesa parrocchiale di Santa Sofia. Per la solenne messa di benvenuto. Il programma della giornata prevedeva, a seguire, una passeggiata fino alla Migliera, dove tutto era pronto da tempo per offrire al re un po’ di divertimento in una breve battuta di caccia alle quaglie, e una sosta a San Michele, dove il Paradiso maiolicato di mastro Leonardo Chiaiese era stato tirato a lucido per l’occasione e avrebbe senza dubbio destato l’ammirazione del re e dei suoi amici.

L’ultima tappa dell’itinerario anacaprese di re Francesco sarebbe stata Damecuta: li, piu che la villa augustea, il re era interessato a vedere la marinella di Orrico, dov’erano sbarcati nel 1808 i francesi. Chilli briganti … Cosi come ad Anacapri, anche nel territorio sottoposto al suo sindacato l’attenzione di Feola si era concentrata sui luoghi dove, con maggiore probabilita, gli occhi del re e dei suoi funzionari si sarebbero posati. Uno di questi era sicuramente la piazzetta del paese, dove nei giorni stabiliti si teneva il mercato. Ma prima ancora di essa c’erano le malridotte porte della citta, con quello sgangherato ponte levatoio da tempo bisognoso di qualche aggiusto sistemato. Ebbene, c’era voluto piu di un ducato solo per l’acquisto di due funi di canapa dello spessore sufficiente a sostenere le catene: che sostituissero quelle che c’erano, che non erano altro che libani fatti di erba. Alla fine, comunque, anche le porte erano state rimesse in sesto alla meglio: di certo non avrebbero potuto sostenere un assalto di armigeri, ma al passaggio del corteo reale la loro precaria condizione non avrebbe dato troppo nell’occhio. Alla piazza di Capri, invece, si era fatta indossare la camicia bianca con il colletto nuovo, come fa il contadino la domenica quando va alla messa. Ogni cosa imbiancabile era stata imbiancata. Senza badare a spese. La calce necessaria essendo stata fornita, ad un prezzo da lui stesso definito “di favore”, da Teodoro Fischetti, che oltre a fare il medico ed il chirurgo era proprietario di una calcara, una fornace con cui si otteneva la calce. Erano state ridipinte in men che non si dica la casa comunale, la sede del Giudicato Regio, il carcere degli uomini e quello delle donne, la stessa chiesa di Santo Stefano e gran parte del palazzo vescovile. Subito dopo gli imbianchini – si era ormai arrivati al giorno 12, l’antivigilia dell’arrivo dei sovrani – nella zona erano entrati in azione gli spazzini: l’accordo stabilito con loro, che erano nel numero di tre (!), prevedeva per i tre giorni del re altrettante spazzate accuratissime della piazza. Le scope di saggina nuove a loro consegnate erano invece sei, in ottemperanza al detto antico che sono gli arnesi a fare il masto.

Marziale Desiderio, il bravo fravicatore il cui antenato Marzianiello aveva costruito la chiesa parrocchiale – in paese si diceva che era piu abile lui che l’architetto, che per la cronaca si chiamava Picchiatti – era stato incaricato di piazzare in un angolo riparato ma visibile i grandi quadri con i ritratti del re e della regina, si che i cittadini tutti potessero vederli e rendere loro omaggio. Vincenzo Brunetti e Giuseppe Serena avevano guadagnato qualche grana, somma non trascurabile per loro due che campavano facendo quel che capitava, predisponendo le fascine da accendere all’arrivo della flotta reale: di esse una ventina erano state accatastate davanti alle mura, le altre invece alla marina, in quel piccolo largo molto vicino alla riva del mare dove l’antica sorgente veniva in superficie. Questo quando ne aveva voglia e quando la pioggia le donava un po’ d’acqua da offrire agli assetati.

Il Porto in Legno di Capri
Alle prime luci dell’alba di venerdi 14 ottobre 1825, giorno destinato a rimanere impresso nella memoria di don Giuseppe Feola e di quanti insieme a lui avevano partecipato a quella faticosa ma entusiasmante avventura, non tutto era ancora al suo posto, nella marina dell’isola che guardava verso Napoli. Nella notte si erano dati gli ultimi ritocchi al ponte, alcune operazioni che, per diversi motivi di opportunita, erano state destinate ad essere eseguite o completate all’ultimo momento. Una di queste aveva riguardato da vicino Angela Maria Cimino, la nostra tessitrice, la quale, anche per questa ragione, si era messa in visione dietro il suo finestrino assai prima del solito, quel giorno. In breve, i fatti erano andati pressappoco in questo modo. Una volta ultimato, il pontile era stato minuziosamente ispezionato, oltre che da mastro Domenico il falegname e mastro Raffaele il fabbro, responsabili ognuno per la sua parte, anche dal Sottointendente, accompagnato dal sindaco Feola e dal Decurionato al gran completo. Dalla saldezza di quella struttura dipendeva non solo il successo dell’operazione, ma anche, com’era ormai chiaro a tutti, il destino stesso dell’isola. Al termine del sopralluogo, le opinioni dei tecnici e quelle degli amministratori erano risultate una volta tanto concordi: si erano detti tutti convinti che si trattava di un lavoro eseguito come Cristo comanda. A regola d’arte, insomma. Dunque il pontile-sbarcatoio era solido e funzionale, ma … C’era un “ma”, ed era stato naturalmente il sindaco in per- sona a sollevare il problema. “Ma quant’e brutto! – aveva esclamato dopo averlo squadrato da tutte le posizioni. – E’ spoglio, e scarno questo ponte. Sembra la carcassa di un capodoglio, con tutte le vertebre messe in fila … E poi, con questo mare cosi trasparente che si contano i sassi sul fondo pare ancora piu brutto …!”. “Che ne e della passione, dell’entusiasmo con cui abbia- mo lavorato? – aveva continuato nello stupore generale. – Questa e la prima cosa ‘nostra’ che re Francesco vedra: se vogliamo veramente che il ponte unisca i nostri cuori con il suo bisogna che abbia un po’ del colore della nostra terra e un po’ del calore della nostra ospi- talita!”.

Cosa esattamente Feola intendesse con quelle parole gli astanti lo compresero solo l’indomani, ch’era poi la vigilia del grande evento. A meta mattinata la grande trasformazione da lui voluta era bell’e avvenuta, ad opera di un piccolo esercito di improvvisati giardinieri. Guidati, spronati, incoraggiati ed infine ricompensati, prima con una solenne stretta di mano e poi con una congrua ricompensa, dal loro condottiero e stratega, sempre lui. Il ponte era irriconoscibile. Era un tappeto verde che solcava il mare azzurro, un viale alberato, un sentiero come quelli che cavalcavano il passo dell’Anginola, tra le rocce di Anacapri. Perche decine, centinaia di frondosi rami di mirto ne adornavano i laterali, ne scandivano il percorso, ne ricoprivano e ne ingentilivano i pali di sostegno. E due archi trionfali, inghirlandati anch’essi di mirto verde e profumato erano stati solidamente eretti all’inizio e alla termine del pontile. “Un verde mortelleto dev’essere” aveva ordinato il sindaco, e cosi era stato.

Ma non era ancora tutto. C’era stato ancora bisogno di un’ultima cosa, perche la scena fosse perfetta. L’ultimo tocco era stata una vecchia barca ben ancorata nell’arena in modo da appoggiarvi e fissarvi il primo tratto del ponte, quello che avrebbe altrimenti poggiato sulle brecce della spiaggia e piu sarebbe stato preda del capriccioso vattiggio del mare. Ed era stato a quel punto che la cosa aveva preso a riguardare da vicino Angela Maria, perche il gozzo prescelto per essere sacrificato in onore del re doveva essere il piu vecchio che ci fosse. E il gozzo piu vecchio, tra tutti quelli della grande marina di Capri, era proprio quello con cui andavano a pesca tutti i giorni Salvatore Vacca detto Tatore e il giovane Giuseppe, suo figlio. Il gozzo con il pagliuolo insanguinato come un campo di battaglia. Quattro ducati, l’offerta del Decurionato era stata piu che onesta, tutto sommato. La famiglia Vacca al gran completo l’aveva valutata con attenzione, nel corso di un’intera nottata trascorsa insonne, nella casa ch’era su al paese, vicinissima alla piazza.

Quattro ducati non erano sufficienti per comprare un’altra barca grande come quella. Ma era pur sempre un giusto prezzo per quel gozzo che faceva sempre piu spesso acqua e che era sempre piu pesante da tirare in secco. Falanga dopo falanga su per la spiaggia scoscesa della marina. La decisione, sofferta, alla fine era arrivata da se, quando Giuseppe aveva confessato ai genitori cio che veramente desiderava, per il suo avvenire: fare il marinaio sulle navi del re e sposare Rosina, la figlia di don Antonio padron di barca, cui si era promesso. Affacciata al suo finestrino, in quel mattino di ottobre che profumava di vendemmia, Angela aria si sentiva la mente cosi piena di pensieri da non distinguerli l’uno dall’altro. La nave del re aveva gettato l’ancora in rada senza che lei l’avesse vista ne sentita arrivare. Dopo un po’ se ne stacco una scialuppa con otto rematori vestiti di blu e di bianco, che non impiegarono che pochi minuti per raggiungere ed accostarsi al capo dello sbarcatoio.

Li alla marina, c’erano tutti ad aspettare il re. Uomini, donne ed asini schierati a formare una linea cosi lunga da unire tra essi il fortino di levante con quello di ponente. Chi c’era? Tutti. In bella evidenza, davanti al pontile, il sindaco Feola e i decurioni, vestiti in quantunque; la guardia civica ed i gendarmi col cappello a pennacchio, il parroco Gambardella ed i canonici al gran completo che neanche nel Sinodo li vedevi tutti. Don Pietro Salese, il maestro, con la sua scolaresca in fila per due; donna Diletta e donna Maria Giovanna, le sorelle del sindaco. Don Agostino, lo speziale. Don Mariano Benincasa e don Pietro Simioli, notabili tra i piu facoltosi. C’era persino don Giuseppe Bourgeois, il francese, che aveva combattuto con Napoleone e ora era in attesa di inchinarsi a un re Borbone … Tra tutta questa gente elegante c’era pure il notaio Pagano, uomo assai chiacchierato in quel momento, in paese. Niente di male, per carita: si diceva che con la moglie, donna Margherita, stesse progettando in gran segreto di metter su una grande locanda nella strada di Sella Orta. In quella sua proprieta dove c’era quella vecchia palma che quando soffiava lo scirocco metteva paura solo a guardarla. Nel frattempo, disceso dalla scialuppa, il re aveva preso a percorrere con passo volutamente lento il ponte di mirto. Ad un tratto, forse perche colpito da quell’inaspettato profumo di bosco in mezzo al mare, si fermo e abbozzo un sorriso. Sorrideva ancora quando poggio il piede, per l’ultimo passo, sul pagliuolo del gozzo di Tatore ‘o nassaiuolo, di fresco imbiancato. In quell’istante, per una strana coincidenza, le campane della chiesa di San Costanzo tacquero. E il luogo, insieme a tutti i personaggi di quella meravigliosa giornata d’autunno, furono avvolti in un improvviso silenzio. ‘O re alla marina …

Dietro la sua finestra, ad Angela Maria venne da piangere per la gioia. (4 – fine)

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