All’isola di Linosa Napoleone non s’arrende mai

– di Sergio Moitre

Cronaca di una giornata di caccia nelle profondità cobalto fra un agitarsi di castagnole e l’apparizione improvvisa di una ricciola grande come un uomo.
Infilzato uno scorfano, fallito il bersaglio maggiore.
Il ritorno a terra sulla barca di Vincenzo e il ristoro nella sua casa allo Scalo Vecchio dove la moglie domina in cucina.

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200407-11-3mVincenzo Saltalamacchia mi guardava scettico, mentre infilavo l’abito di circostanza di neoprene nero, grondando rivoli di sudore. Un ghigno ironico gli scopriva i denti del colore del tabacco “Trinciato Forte” che pizzicava da una scatola arrugginita di latta, arrotolandosi una sigaretta.
Era un uomo altissimo, e forse per questo una figura di rilievo nella piccola comunità di Linosa nel canale di Sicilia: tutti tipi “mediterranei”, bruni e di bassa statura, discendenti dei contadini dell’entroterra siciliano che avevano aderito all’invito di Re Ferdinando, trasferendosi nell’isola nel 1845, a quell’epoca disabitata e minacciata di essere occupata dalle forze di Sua Maestà Britannica.
Un cenno di saluto, mi calo la maschera sugli occhi, e, finalmente, un po’ di refrigerio…
“Sembra proprio il Cervino…”
La somiglianza mi balzava agli occhi ogni volta che scivolavo in mare dalla barca, lì alla “Secchetella”, e mettevo la testa sott’acqua per guardarmi intorno.
La “Secchetella”: un massiccio del Cervino ristretto, bonsai, la cima a un metro, poco più, sotto il pelo dell’acqua. Una prateria di astroidi color arancio, coi piccoli tentacoli ondeggianti, sospinti dalla risacca e dalla lenta corrente del mattino, davano una ingannevole impressione di carezzevole morbidezza. In realtà la roccia lavica a cui si aggrappavano era un maglio, una sorta di apriscatole che aveva sventrato l’opera viva delle navi di passaggio, in cerca di riparo dal cattivo tempo, di acqua dolce o altro: navi fenice, onerarie romane, navi della flotta di Carlo V.
I resti di quegli antichi naufragi erano sparsi alla base della montagna, che poggiava sul fondale di sabbia, due miglia al largo della Punta di Levante dell’isola di Linosa. Cinquanta metri di fondo sul versante di terra, che guarda l’isola. Settanta, ottanta sul lato di fuori, verso il mare aperto.
Le pareti di roccia scendevano a precipizio nel blu, formando numerose terrazze, piccole piattaforme ricoperte di sabbia bianca sul cui sfondo si potevano vedere le nere silouette dei pesci che nuotavano.
Ero sceso più di una volta laggiù, al gelo della profondità, per dare un’occhiata agli ammassi di anfore, ai ceppi enormi delle ancore di piombo, alle incrostazioni che avevano ricoperto per sempre manufatti ormai indecifrabili.
Quel giorno ero lì per Napoleone.
Napoleone era il nome dato, con spirito tra l’affettuoso ed il rassegnato, ad una enorme cernia di casa alla “Secchetella”, che con regale tracotanza vanificava qualunque tentativo di metterla al pagliolo.
Incontrarla era facile: dalla sommità della secca bisognava immergersi sul lato esterno di questa, tenendo l’isola esattamente alle spalle. Giù fino a 25-26 metri, e poi, mantenendo questa profondità, altrettanti da percorrere tenendo la montagna sulla sinistra. Fino alla spaccatura nella roccia dalle dimensioni della navata centrale di una cattedrale gotica. La luce l’attraversava da parte a parte, prendendo una tonalità di blu cobalto che non ho mai più trovata in nessun mare del mondo. Al centro, Napoleone, col suo seguito di quattro, sei cernie più piccole.
La spaccatura era troppo stretta perché un subacqueo con un “bibo” sulle spalle potesse infilarvisi. E Napoleone si teneva millimetricamente oltre la gittata utile delle fiocine dei fucili.
Ma quel giorno, dopo averci meditato su a lungo, mi sentivo in corpo tutta la “birra” necessaria per tentare il colpo: andar giù in apnea, sfiorando la roccia in un volo planato fino alla spaccatura, poi dentro con un colpo di pinne, stendere il braccio col fucile, mirare e arpionare quella specie di Moby Dick.
Me ne stavo lì respirando profondamente, alla ricerca della concentrazione, dell’acquaticità assoluta, la metamorfosi in uomo pesce vagheggiata da Jaques Mayol nei suoi libri. Ai margini del piccolo angolo visuale consentito dalla maschera, vedo un agitarsi di castagnole che si aprono come impazzite a ventaglio, come quando sono disturbate.
Disturbate da chi?
Giro la testa e vedo un sottomarino classe Los Angeles, una ricciola di dimensioni paragonabili a quelle di un uomo adulto, come me, che sale in verticale dal fondo ad una velocità assolutamente sproporzionata alla lentezza con cui muove a dritta e a manca la grande coda a falce.
“Ora schizza fuori dall’acqua” penso. Ma no, mi ha visto e punta proprio verso di me.
Uno spettacolo di forza e potenza che incanta e impressiona. L’ipotesi della caccia non mi sfiora neppure, tanto sembra velleitaria e fuori luogo. Scatta intanto il conflitto tra curiosità e prudenza nella testa dello splendido animale: un’accostata e parte per la tangente, offrendosi alla vista di fianco. Mi gira intorno una, due, tre volte. E via di nuovo verso il blu profondo, da dove è venuta.
Guardo a lungo nella direzione in cui è sparita, e le splendide immagini ormai impresse per sempre nella memoria si sovrappongono a tratti al luccichìo lattiginoso che avvolge il grande massiccio lavico della “Secchetella”. La ricciola è andata, mi dico, e non tornerà. Non resta che dedicarsi a Napoleone…
Dopo i primi metri percorsi lavorando di gambe con le pinne, la discesa diventa agevole. Scendo giù velocemente senza muovere un muscolo, le pinne sono dei flaps con cui correggo la direzione del “volo” verso i punti di riferimento presi dalla superficie: eccolo l’orlo della parete nel cui fianco si apre la grande spaccatura. Rallento, mi affaccio con cautela e Napoleone è lì, naturalmente.
Mi punta immediatamente, l’espressione corrucciata, agitando le pinne pettorali come ventagli. Ci guardiamo per qualche istante, prendiamo le misure come due pugili. Il tempo scorre veloce, e il senso di benessere che dà la profondità è ingannevole, e lo so bene. Mi infilo nella fenditura, punto il fucile verso Napoleone che già con un guizzo si è girata sul fianco per una conversione a “U”.
E’ il momento: lancio la freccia, che manca il bersaglio e colpisce la roccia. Ma non è la roccia, è un grosso scorfano perfettamente mimetizzato, che non avevo neppure visto, che ora si dibatte, infilzato. E’ incredibile, ma assolutamente vero.
Napoleone è sparito. E’ tempo di guadagnare la superficie, per respirare. Nuoto lentamente verso la luce, indeciso tra la delusione per l’ennesimo scacco subito da Napoleone, e la contentezza per la cena della sera.
Ahhh, aria, finalmente. Mi avvicino alla barca, porgo la fiocina con lo scorfano a Vincenzo, che approva. “Chista sira, v’alliccati i baffi” promette.
Vincenzo, oltre a farci da barcaiolo nelle acque dell’isola, ci ospita nelle stanze della sua grande casa allo “Scalo Vecchio” e sua moglie Maria fa da mangiare. La sua cucina non è da gourmet, ma semplice, essenziale direi. Il pescato non è mai sprecato nelle sue mani. Viene l’ora del rientro in porto. Al pagliolo, coperti da un sacco di juta bagnato d’acqua di mare per proteggerli dal sole, altri pesci hanno raggiunto lo scorfano.
Il vecchio diesel scoppietta mentre la barca avanza sul mare, liscio come l’olio. Vincenzo tiene il timone, sicuro del fatto suo, tranquillo. Passiamo vicini a una grande colata di lava solidificata, nella zona dei “Faraglioni”. Stese sugli asciugamani come lucertole, due ragazze a seni nudi prendono il sole. Le guardo, con curiosità. Guardo Vincenzo: i suoi occhi, solitamente due fessure per difendersi dal sole, si sono spalancati. Un sorriso gli parte da un orecchio e raggiunge l’altro. E’ un momento di grande comicità. Vincenzo borbotta qualcosa di incomprensibile in siciliano. Tira dritto verso il porto, ma si vede che ai “Faraglioni” è rimasto una parte di lui.
La sera a cena, mentre la moglie volteggia tra i tavoli della corte che funge da sala da pranzo, servendo gli ospiti della casa, Vincenzo lancia occhiate di intesa, identiche a quelle con le quali ha trapassato le bagnanti ignude distese al sole di agosto, sull’isola di Linosa…

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