Andando per mare lungo la costa degli Dei

– di Maria Rispoli

Le finestre di Vietri tra il verde dei pini. La leggenda dei due pastorelli annegati per salvare una splendida fanciulla. La torre della Crestarella. Giasone e gli Argonauti. Raito, in alto, ammicca alla città sottostante.
La Marina dei bambini e lo Scoglione, trampolino di tuffi giovanili. La cala del Fuenti e il faro in disuso.
L’arenile del Lannio. Cetara incastonata tra le rocce. Erchie e la cava. Nella Torre del Tummolo il mito del feroce saladino. Amalfi amata da Ercole. Ravello e Wagner.

Il mogano luccicante scorre lungo le grosse falanghe tirato giù dalle braccia possenti del barcaiolo. La calma di un mare ancora addormentato è rotta dalla chiglia che scivola tra i sassi immergendosi pian piano nell’acqua. Un rapido salto e subito i remi, tra l’ottone degli scalmi, fendono la voglia d’estate mentre un sole stropicciato dalle nuvole delle prime ore del mattino inizia a brillare sul blu del loro cammino.
Lei è felice. Un altro anno scolastico è terminato. I compiti e le interrogazioni inzuppati di pioggia sono già un ricordo, asciugati via dal primo caldo di giugno. Con lo sguardo ancora un po’ assonnato non rinuncia ad ammirare tutto ciò che la circonda. Le finestre di Vietri iniziano a svegliarsi tra il verde dei pini e il profumo delle bouganville, difese da un esercito di ombrelloni, ancora chiusi, in fila come soldatini.
L’antica Marina si stiracchia capricciosa tra l’allegria delle campane di San Giovanni. Lei è felice. Naviga con suo nonno sulla rotta dei Saraceni. Lui, capitano della sua lancia, l’ha adorata dal primo istante. Le ha insegnato a nuotare offrendole le spalle come sostegno. L’ha lasciata andare pian piano una volta pronta per affrontare le profondità del mare. Le ha insegnato a pescare, ad avere pazienza, ad amare e rispettare quella costa baciata dagli dei.

Un guizzo d’argento dà loro il buongiorno. La barca prende il largo mentre i gabbiani salutano i Due Fratelli. E così nella mente riecheggia la leggenda che ammanta quegli scogli. Il sacrificio di due giovani pastorelli annegati per salvare una splendida fanciulla e trasformati da Poseidone in faraglioni per mantenerne vivo il ricordo. Poco più in là la cinquecentesca torre della Crestarella si specchia vanitosa nel mare cristallino. I polmoni si riempiono di brezza e di salsedine. Gli occhi si chiudono per navigare lungo le acque della fantasia. Visi d’ebano e mani di sciabola su avide feluche avanzano verso la Divina attratti dalla sua florida e sinuosa bellezza. I segnali di avvistamento rimbalzano veloci da una sentinella all’altra. I ritmi lenti della costa si scuotono al grido di “Mamma li turchi!”. L’immaginazione corre. Galoppa attraversando storie di pirati, predoni, battaglie e tesori. Il suono possente di una sirena riporta alla realtà. Un pennacchio di fumo colora l’arrivo di un equipaggio nel porto di Salerno. Con l’incedere lento e maestoso di una regina, la nave fa il suo ingresso coccolata dal premuroso valzer dei rimorchiatori. Lo sguardo torna presto alla costa, a quei luoghi che seppero conquistare Giasone e gli Argonauti nel loro viaggio alla ricerca del Vello d’oro. Rocce a strapiombo sul mare miste a tratti di sabbia dorata e soffice come pane caldo. Più in alto, Raito ammicca elegante alla città.

Lei si accoccola sulla prua. La mano destra fuori dalla lancia a toccare l’acqua. Negli occhi la fila di tamerici della Marinella r’e ninnilli, i ciottoli e le asperità de’ La Carrubina, la chiesetta della Madonna dell’Arco. Dallo Scoglione l’incoscienza giovanile si tuffa intrepida e chiassosa. Sul lato destro la capelvenere fa da spettatrice. La sua chioma di fronde leggere ed eleganti danza sul nero lucente dei sottilissimi steli guidata da un timido Eolo.
È tempo di una prima sosta. La tosse del motore lascia di nuovo il posto ai remi. Lui si alza per vogare. Lei lo guarda con orgoglio ed ammirazione. Ne cattura i movimenti sapienti con attenzione. Il legno dolcemente bacia la riva. I piedi tra i sassi corrono veloci a raggiungere la scogliera dove una pianta di fico corteggia una fontanina. Le labbra di sale cercano l’acqua che scorre limpida e ghiacciata. Con i riccioli nel sole riempie la borraccia mentre il nonno la segue con lo sguardo. Una spinta alla barca, un altro salto e si riparte. Mentre si allontanano dalla Cala del Fuenti il cuore si stringe nel vedere l’incanto della natura deturpato dalla scellerata mano dell’uomo. La lancia segue il profilo della Divina. La mano sinistra del suo capitano sicura ne tiene il timone. Nella destra una Muratti Ambassador disegna nuvole di fumo. Conosce ogni centimetro di quella costa, ogni insenatura, ogni insidia. Ed ecco, Punta Fuenti e il suo piccolo faro ormai in disuso. Gli occhi spaziano tra la spiaggia de’ I Travertini, che si offre ospitale ai gabbiani, e quella delle Cannucce, da’ La Scavatella con il suo piccolo promontorio a La Campana. Un pedalò carico di bambini e di premure materne approda sull’arenile del Lannio. Le parole del nonno ripercorrono le origini di quel nome nato dal lamento delle anime dei monaci uccisi dai Saraceni mentre pregavano sull’altare della Vergine dell’Annunziata, la cui edicola è ancora nella grotta a destra della spiaggia. Lei si sdraia lungo il mogano intiepidito dal sole. Il naso nel cielo azzurro e le dita che sfiorano la ruvida resina che protegge la barca. A largo un aliscafo accarezza veloce le onde. La navigazione si arresta. Un lancio e il luccichio della polpaia si perde nella profondità dell’acqua. Silenzio e pazienza. Gambe che ciondolano fuori dalla barca. Mani che scuotono la corona di ami ad ammaliare i fondali. Il sole inizia ad essere alto. Splende. Picchia. Brucia sulla giovane pelle colorata d’inverno. Sole di giugno che penetra. Riscalda l’anima. Accende la voglia di libertà, la voglia di vita. Silenzio, pazienza, bravura, fortuna.

Ad un tratto uno scatto. Il cuore batte forte come le onde sullo scafo. Un colpo sicuro ed ecco l’ombrello di tentacoli fare ingresso a bordo. La soddisfazione riempie la lancia. Mare cobalto, mare generoso, mare che accoglie, mare che scaccia. Mare che ti riporta a riva. Mare che ti allontana. Mare che brinda con gli scogli. Mare che accarezza la sabbia. Mare che colpisce, mare che bacia. Mare della Costa d’Amalfi. L’oro degli sfusati abbaglia le terrazze. Si staglia prepotente sull’abito blu della Divina. Inebria con il suo profumo. Dai pergolati grappoli di Piedirosso e Biancatenera attendono impazienti di riempire di sole calici e cin.
Il legno riprende il suo viaggio accompagnato dal maestrale che increspa le onde e cancella dal viso il calore dei primi raggi. Cetara si affaccia sul mare bella come un piccolo gioiello incastonato tra le rocce. La torre vicereale, le case color pastello, gli archi, le viuzze, tutto è incantevole nella sua preziosa semplicità. In piazza la gioia corre dietro a un pallone. Sulla spiaggia barche rovesciate e mani abili che corrono veloci a rammendare le reti. Lungo la banchina le tonnare, spavalde ed imponenti, attendono i loro fieri pescatori ed indomabili navigatori. La calma del porticciolo difende il meritato riposo delle cianciole mentre il profumo della tradizione attraversa gli alambicchi con gesti fatti di sale e di alici.

Dallo Sgarrupo giovani zainetti intrepidi si muovono come stambecchi fra le rocce per raggiungere la spiaggia. Mare, costa, bellezza, emozione. E poi, l’uomo e i suoi danni. Erchie e la sua vecchia cava che sembra averle strappato il cuore. Nella torre del Tummolo il mito di Khayr al-Din, feroce saladino dalla barba rossa, si specchia tra il cielo e le onde. Lo zigzag della costa accompagna l’azzurro intenso dell’acqua. La mano accarezza un grosso orso. Il suo profilo roccioso sembra fare da guardia al costone lungo il quale un sentiero porta all’estremità del capo. Al largo Leonide Massine e Rudolf Nureyev danzano sull’ammaliante canto delle sirene, metà donne e metà uccello.
La lancia prosegue per, poi, giocare a nascondino con Apollo e il suo carro rifugiandosi tra i getti d’acqua della Grotta sulfurea e lo smeraldo di quella di Pandora. La natura dipinge scogliere mozzafiato tra l’odore dei lecci e degli agrumi.

Calette e insenature, come giovani amanti, attendono la risacca per accogliere il blu. È un blu intenso e profondo come quello degli occhi della splendida Amalfi, amata da Ercole. Più su, nella colta Ravello, Cosima e Richard Wagner cavalcano verso la Terrazza dell’Infinito per guardare quello specchio di paradiso. Una tela piena di vento stramba verso la libertà. Il cappello al suo timone ne governa magistralmente le mura gettando compromessi e mediocrità nella rumenta. Con la prua irrinunciabilmente nel sogno si allontana pian piano. Sulla sua scia restano le parole del matto canterino Trenet: “La mer a bercè mon coeur pour la vie”.

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