Approdo a Procida

– di Maurizio Partenope

Storia della barca “Dario 4” che giunge nella dolcezza del Tirreno lasciando le bore e gli scirocchi dell’Adriatico.
E l’equipaggio scopre l’isola di case colorate e botteghe, sobria piccola da navigare tutt’intorno in un fiato.

Lo spettacolo dei pescherecci e le feste patronali. Le cene da Crescenzo e le colazioni al Procitha Bar.
Alla Corricella da Vincenzo “l’attore”.
Quel negozio di ferramenta che non c’è più.

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200712-11-3mQuando due isole s’incontrano.
Prologo: un’isola è la nostra barca “Dario 4”.
Nata nel 1983 non dalle acque, bensì tessuta di mogano ed acacia da mani sapienti come di liutaio.
I suoi abitanti è un gruppo di amici, molti per una piccola isola, ma pochi stanziali, e i più vanno o tornano come in una vera isola di terra e d’alberi.
Nella sua giovinezza la nostra barca ha molto navigato in Adriatico, fra Marche e Abruzzo, lungo coste sabbiose e verdi colline tonde e coltivate fin quasi al mare o talvolta, quando possibile, nella dirimpettaia Polinesia dalmata, cristallina e resinosa di pini.
Ma gli inverni di bora e scirocco sono duri nel nostro Adriatico, interminabili e solitari nei porti freddi e grigi di nebbia finché, a cena, una sera di un febbraio più cattivo di altri, “portiamola di là!” e il desiderio di molti era diventato decisione unanime ed irrevocabile.
Di là, a settentrione, già navigava in primavera la nostra barca seguendo regate sempre sognate. Portofino, Punta Ala, un campionato italiano a Chiavari con una “lunga” a doppiare la Giraglia o, per diporto, a scoprire l’Argentario, l’isola d’Elba, la Corsica e, infine, Riva di Traiano in attesa del primo “invernale” in Tirreno e dei nostri nuovi inverni cadenzati da appuntamenti attesi e quasi mai mancati.
La nuova primavera ancor più in Tirreno ridesta desideri sopiti e voglia di navigare e, allora, di nuovo per mare seguendo la rotta tracciata nei cuori ancor prima che sulla carta verso sud a cercare Capri e il Golfo.
Amore a prima vista in quella prima “Settimana di Capri”, la prima di tante altre, accolti con una vittoria tanto bella quanto inaspettata. Per noi, come doni di un’arcaica ospitalità, la premiazione in Piazzetta, la prima dopo alcuni anni di esilio, Peppino di Capri e “Luna caprese”, le strette di mano e l’euforia contagiosa delle bottiglie al bar Tiberio, la discesa a Marina Grande, felici, nella notte stellata.
Capri però non si concede facilmente soprattutto ai vacanzieri agostani e, allora, via alla scoperta delle altre isole, Ischia, Ventotene, Ponza lungo una rotta antica di re e pescatori e finalmente, insperato, l’approdo napoletano al Molosiglio, la città ancora sconosciuta, ad un passo, sopra di noi.
Napoli, la maestosità grandiosa e trascurata dei suoi palazzi, il profumo di vaniglia e zucchero filato a via Toledo, le mille chiese, sempre una nuova da scoprire, i portici di via dei Tribunali con le botteghe odorose dei pesci conservati e delle provole, Clorinda l’acquafrescaia a spegnere l’arsura dei recenti fritti e l’ultima trasgressione del “père e muso”, sul lungomare, ma solo per i più duri. L’abbiamo saccheggiata anche noi questa città generosa, con tutti i nostri sensi, solo gli occhi, talvolta, socchiusi per non vedere fino in fondo.
La mattina, poi, le cime, un saluto a Raffaele da Sorrento, l’amico marinaio fiero e gentile, e in mare, per la regata, con il maestrale freddo e spumoso o con le ariette miti ed assolate sussulto di un’estate ancora addormentata in qualche segreta di Castel dell’Ovo, lo sguardo mai pago, mentre la Montagna, verde e nera di pietra, trattiene in alto le nuvole come a voler ricordare la sua dignità di vulcano. Più lontano le isole e i promontori nitidi nel vento o sfumati nella calma. E intanto volano i nostri inverni.
Reduci da un campionato italiano in Sardegna, con gli animi ancora turbati da alcune architetture di quei luoghi, in un passaggio distratto lungo Vivara, ancora imperdonabilmente ignari, abbiamo finito per scambiare la naturale perfezione di una baia circolare colorata di case per uno di quegli approdi che la recente esperienza consigliava di fuggire. Solo l’estate successiva, respinti dai porti affollati delle isole più titolate, siamo giunti a Procida, dalla Chiaiolella, per l’ormeggio di una notte e la nostra residua vacanza è stata tutta per l’isola.
La nostra barca non ama soverchie solitudini, preferisce il Mediterraneo, la sua storia, l’uomo e le sue opere e la ricerca di radici di cui sempre più si perdono le tracce confuse, com’è naturale, dal trascorrere del tempo ma più spesso ormai cancellate senza rimedio con dolorosa e riconoscibile rapidità dall’incuria o da un attivismo ignorante e mercantile.
Dunque l’isola che avevamo immaginato di poter scoprire in un remoto angolo del nostro mare era lì a un passo da tutto quello che amiamo. Una piccola isola da traversare da sponda a sponda a piedi senza fatica e senza mai perdere il senso del mare che scorgi sempre in fondo a tutto, oltre le case e gli orti spettinati. Piccola da navigare tutt’intorno in un fiato anche per una vela e disegnata in baie accoglienti e scenografiche talmente ruffiane da rendere lieve la contiguità di cento barche.
Un’isola singolare che il Tempo sembra aver voluto conservare in una sorta di spontanea ed involontaria riserva naturale dove cogliere ancora l’ombra di un vivere ormai perduto.
Le sue vie di case e giardini, spesso solo orti coltivati sul mare con disinvolta spontaneità, si svelano senza segreti con l’autentica sobrietà del quotidiano, i suoi negozi ancora in gran parte le vivaci botteghe di un tempo e gli edifici più antichi dai contrafforti possenti e dai nobili portali di pietra vulcanica con i grandi portoni spesso aperti alla vista di giardini abbandonati e terrazze a strapiombo sul mare. Subito te ne innamori.
Arrivi il primo giorno e ti vengono incontro le case, scatole colorate una sopra l’altra a rubare lo spazio verso il cielo, geometrie elementari ed armoniche che si complicano negli archi asimmetrici e nelle diritte scale mozzafiato.
Ne hai viste di simili in altri luoghi del Mediterraneo, e ti avvicini e scopri con meraviglia che non sono diventate residenze stagionali o negozi di souvenir, ma inequivocabilmente gli abitanti di quelle case sono ancora gli eredi diretti degli uomini di mare che un tempo le hanno costruite e, se ti attardi da quelle porte, prima dell’alba, può capitarti ancora di veder uscire uomini di mare che caricano reti sulle barche e salpano senza richiami nel buio e nel silenzio rotto solo dal rumore sommesso dei motori.
Al tramonto poi, talvolta, lo spettacolo dei pescherecci che al porto grande scaricano bianche cassette di polistirolo e gli uomini che sui banchi dei negozi, grotte sotto le case, ne riversano il contenuto multiforme e variopinto alla curiosità impaziente degli avventori.
Capita poi che un soggiorno coincida con una festa, una qualsiasi legata al patrono di una delle tante chiese e confraternite, non una sagra o un “evento”, quelle delle processioni, con la doppia fila dei lumini tenuti accesi nelle mani dei devoti, dei canti ingenui dell’infanzia prima che il pop sostituisse i canti gregoriani, quelle dei preti e dei chierichetti con le vesti troppo lunghe, dei gonfaloni e delle tovaglie ricamate alle finestre illuminate e spalancate sulla via.
Un’altra volta decidi di passare sull’isola una breve vacanza di Pasqua e per caso scopri la grandiosa celebrazione del Venerdì Santo. Come dimenticare la maestosità dell’Addolorata che nella luce del mattino scende da Terra Murata ondeggiante sulla folla dei fedeli, le nere vesti agitate dal vento, o il suono disperato delle chiarine che con cadenzata lentezza trafiggono l’aria, o la Bara del Cristo Morto con i carabinieri in alta uniforme e la banda possente nell’aria cupa della prima sera.
Gli altri giorni, quelli normali d’estate, dopo il tempo del sole e del mare ci aspettano le cene sontuose da Crescenzo circondati dalla cordialità sincera e familiare dei suoi gestori, oppure, il mattino, le colazioni al Procytha Bar. Il proprietario, procidano adottivo, conduce anche un caffè a Napoli, ma appena può se ne viene all’isola dove finisce per trascorrere gran parte del suo tempo, e ancora le passeggiate al fresco dopo il tramonto e l’irrinunciabile sosta alla Corricella da Vincenzo “l’attore” per informarci sulle ultime novità consumando piatti sostanziosi fra cumuli di reti, barche tirate in secco e odorose di vernice, gatti addormentati, bimbi che si rincorrono e Capri che sempre ci guarda da lontano con altezzosa noncuranza.
E allora vuoi tornare ogni volta per assicurarti che nulla sia cambiato.
Procida, dunque, l’isola del buon ritorno.
Il ritorno di chi vive lontano dal proprio paese e, di tanto in tanto, torna a cercare i luoghi e gli amici della propria giovinezza e a coltivare nell’animo il desiderio di un vivere diverso e l’isola e la sua gente sanno riconoscere e accogliere in una sorta di tacita adozione anche questi figli forestieri.
Intanto, naturalmente, la nostra piccola isola, la nostra barca, “Dario 4” è lì alla Chiaiolella per gran parte dell’anno a dondolare nelle acque del porto, anche lei in attesa di ritorni sempre troppo poco frequenti.
P.S. In un ultimo recente ritorno abbiamo trovato chiuso definitivamente il negozio di ferramenta alla Chiaiolella, una sorta di bazar dove era possibile trovare di tutto. Il proprietario che ci accolse nel primo arrivo all’isola fornendoci aiuto e amicizia sembra abbia deciso di impiegarsi alle Poste. Speriamo che non sia il segno di più radicali trasformazioni.
Do notizie della barca “Dario 4”.
Costruita a Civitanova Marche dal cantiere artigianale di Lanfranco Capecci su linee d’acqua di Ron Holland e progettazione degli interni dell’architetto Stefania Guidi, moglie dell’armatore. Varata nel 1983 è rimasta in Adriatico fra Civitanova, Porto San Giorgio e San Benedetto del Tronto fino al 1996. Nel 1997 l’armatore e i suoi amici hanno deciso di trasferirla in Tirreno dove ancora staziona, a Napoli durante l’inverno e a Procida l’estate.
Io sono l’armatore della barca, 59 anni, ingegnere nucleare pentito e riconvertito all’informatica, moglie e due figli con cuore marino. Innamorato di Napoli e delle sue isole (il cognome Partenope significherà pure qualcosa) ha contagiato anche tutti i miei amici d’equipaggio e insieme felicemente ci avviamo a festeggiare i dieci anni di permanenza nel Golfo.

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