Assunta che non ha mai preso l’aliscafo

– di Cinzia Brancato

Viaggio nei Quartieri Spagnoli, l’isola dimenticata nel cuore di Napoli. Centomila naufraghi della vita.

Cap’e fierr, A’mulunara, Tre zizze, Ciento riente, ‘A sposa. Hanno anche dei nomi gli abitanti dei Quartieri Spagnoli, ma è il “contranomme” a fare la differenza. Se lo portano dietro da generazioni, di padre in figlio, di figlio in nipote, da Chiaia a Toledo, centomila anime distribuite su oltre dieci chilometri quadrati. Vico Lungo Gelso, vico Giardinetto, salita Cariati, vico Figurelle, porta Carrese: nella città del sole strade senza luce, le une ficcate dentro le altre; i bassi che si susseguono ai bassi; un caldo afoso d’estate, l’umido che ti entra nei polmoni d’inverno; tubi Innocenti che puntellano le antiche case: un puntello e mille speranze per il colera, un puntello e mille speranze per il terremoto.
Sulla carta, appena quattro passi dal molo Beverello; un’autostrada, invece, nei cuori della gente. Non c’è dramma, non c’è dolore, a tratti affiora la rabbia, impressa sui volti sin dalla nascita, la rassegnazione. Non è la periferia, è il cuore di Napoli, quattro passi dalla rinascita, un’autostrada senza uscita per la gente che qui continua a trascinarsi la vita, per forza della disperazione o per quella maledetta economia del vicolo, fatta di prostituzione, di usura, di contrabbando, di traffico di droga, di camorra.
Non basta un metrò del mare. Non basta abbattere le barriere che dividono il porto da piazza Municipio per cambiare la vita nei Quartieri. Lo percepisci a ogni angolo di strada che qui il mondo si è fermato. Lo vedi negli occhi persi delle ragazze di venti anni, ma ne potrebbero avere quaranta, già spose e madri, alle dieci di mattina come alle cinque del pomeriggio, perennemente in pigiama e ciabatte (i vestiti li hanno, è il senso dell’ordine che non conoscono, è il rispetto di se stesse che ignorano). Ti raccontano che non hanno più speranze, non hanno sogni. Lo senti nelle parole stanche delle donne di mezza età, ogni ora del giorno è buona per raccontarti dei figli disoccupati, del marito malato e dello sfratto che è una condanna che non finiscono mai di scontare, perché da almeno dieci anni viene prorogato, mentre il proprietario almeno una volta al mese viene a bussare alla porta, e ogni volta sono urla, sono bestemmie che si alzano sui vicoli, sono botte, sono “guardie” che arrivano per sedare la lite.
Non è la periferia, è il centro di Napoli. Ma il molo Beverello è lontano da Assunta – ‘a Sposa – che ha diciannove anni, e un figlio che si chiama Ridge, come il protagonista di Beautiful. “Se nasceva femmina la chiamavo Stefany, come la mamma di Ridge”.
Assunta vende sigarette di contrabbando agli angoli delle strade. “Il fumo che vendo io non fa male”, ha scritto a penna su un cartone. Assunta, quando hai preso l’ultima volta l’aliscafo? “L’aliscafo non l’ho mai preso. Ho preso il traghetto, ma prima di sposarmi, a ferragosto andavo con le mie cugine a Ischia. Partivamo la mattina e tornavamo la sera, nere nere”. Assunta, lo sai che il ministro Sirchia ha vietato il fumo? “E voi dite al ministro che a me e a mio figlio fa più male l’acqua che scorre dalle pareti della camera da letto. Il basso dove abito è troppo umido, mio figlio si è preso anche la bronchite e il medico mi ha detto che dovrei trovare un’altra casa, ma dove la trovo io un’altra casa? Io comunque non vendo solo sigarette, vendo anche gpl, fuochi d’artificio e fazzolettini di carta”.
In vico Lungo Gelso Lina – “‘a Badessa” – quindici anni fa ha allestito il suo basso in un circolo per “femminielli”. Intorno a tre tavoli ha sistemato una trentina di sedie dove ogni sera, dalle dieci fino a notte fonda, gli omosessuali si ritrovano per giocare a tombola. A Lina va la percentuale sulla giocata. Non c’è nulla di legale nella sua attività, naturalmente, ma ‘a Badessa non dà fastidio a nessuno, nessuno l’ha mai denunciata, le forze dell’ordine di fare qualche blitz nel suo locale nemmeno ci pensano.
Già cinquecento anni fa vico Lungo Gelso era la mecca delle prostitute. “Ora no, le puttane non le trovate più. In zona sono rimasti solo i mostri, le vecchie baldracche che nessuno cerca più. Oggi si portano i transessuali. Quelli belli però non abitano qui, stanno a Chiaia, a via Roma, e da queste parte vengono soltanto la sera a giocare quando fanno festa”.
Non è l’Africa, non è il terzo mondo, sono i Quartieri Spagnoli, quattro passi dal molo Beverello, dieci colpe, o cento colpe, o mille colpe, nel cuore di quella parte di pubblico che non vuole essere seccata con racconti di miserie. Oggi come cento, cinquecento anni fa, come spesso è accaduto lungo i percorsi della storia del popolo napoletano.
“I guai sono cominciati con il terremoto, prima sguazzavamo solo nella miseria, oggi invece abbiamo paura anche di uscire di casa”. Giovanni – “Capa Chiatta” – gestisce un bar in vico lungo San Matteo. “I guai per noi sono cominciati con la promessa della ricostruzione. E’ allora che la camorra è diventata una vera e propria organizzazione e i politici che già erano abituati a rubare non hanno lasciato nemmeno le briciole. Che la ricostruzione è passata per queste strade te ne accorgi soltanto dal numero dei tubi Innocenti che puntellano i palazzi pericolanti. Ma sapete che vi dico? Chi ha potuto rubare ha fatto bene. Anch’io avrei fatto la stessa cosa se mi fossi trovato al posto loro. Eppure non ho mai rubato nemmeno cento lire e soltanto grazie a una piccola eredità due anni fa, dopo diciotto di disoccupazione, sono riuscito a comprarmi la licenza di questo bar”. Giovanni paga il pizzo alla camorra. “Qui lo pagano tutti. Se vuoi stare tranquillo lo devi pagare per forza”.

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