Cadaqués, dove Dalì passeggiava con un elefantino al guinzaglio

– di Anna Folli

Sosta suggestiva nell’antico borgo di pescatori sulla costa brava, piccolo paradiso bianco e azzurro, meta di artisti e personaggi celebri.
Al centro di tutti rimangono l’originale pittore spagnolo e il suo fortino-labirinto.
Il grande amore per Gala.
L’avventura di Marcy Pagany e il music-bar col logo disegnato da Dalì. la galleria d’arte di Huck Malla. le case progettate dall’architetto italo-svizzero Lanfranco Bombelli. Juanito, proprietario e animatore del ristorante Casa Anita dove è proibita l’entrata ai paparazzi.

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200704-11-2mSaldamente ancorato alla terraferma e quasi nascosto tra i promontori rocciosi di Cabo de Creus, il villaggio marinaro di Cadaqués non può certamente considerarsi un’isola. Eppure, percorrendo l’unica strada che lo raggiunge e si dipana solitaria tra tornanti e piccole baie, si percepisce di essere approdati in un luogo a parte. Un’isola, appunto. Ma un’isola di pace, di natura e di rispetto per l’ambiente.
Siamo a poche decine di chilometri della Costa Brava eppure il turismo di massa, i palazzoni e gli alberghi di dieci piani sembrano lontani mille miglia. Per secoli, Cadaqués è rimasta accessibile soltanto dal mare. E questa è stata la sua fortuna.
Ancora oggi, l’antico borgo di pescatori è un piccolo paradiso bianco e azzurro, fatto solo dei colori del cielo, del mare e delle case imbiancate a calce. E’ un po’ Portofino e un po’ Saint Tropez. Ma con la voglia di trasgredire e la vena di follia che si incontra solo qui, a metà strada tra Barcellona e la frontiera francese. Nei mitici anni d’oro, Salvador Dalì passeggiava sul lungomare tenendo a guinzaglio un elefantino, dono di un marajà che andava pazzo per la sua pittura visionaria. Marcel Du Champ giocava a scacchi al celebre Caffè MelitÃ≈n. E a due passi da lui, a un tavolino affacciato sul mare, Gabriel Garcia Marquez scriveva le pagine più intense di “Cent’anni di solitudine”.
Una manciata di case dai balconcini in ferro e di piccole piazze dove fioriscono gelsomini e buganvillee, di stradine acciottolate che si arrampicano verso la silhouette candida della Chiesa di Santa Maria. E intorno il paesaggio selvaggio e tormentato delle rocce di Cabo de Creus, a picco su un mare che si è mantenuto incredibilmente blu e trasparente.
Il fascino di Cadaqués è tutto qui. Eppure questa baia quasi inaccessibile, incastonata nel punto più orientale della Penisola Iberica, attira da quasi un secolo artisti, scrittori, musicisti, poeti, divi del cinema e magnati dell’industria. Via via sono arrivati Picasso e Garcia Lorca, Walt Disney e Bunuel, Marcel Duchamp, Aristotele Onassis e Alfred Hitchcock. Ma al centro di tutto c’è sempre stato lui, Salvador Dalì, il vero nume tutelare di Cadaques.
Nato nella vicina Figueras, frequentava questa zona fin da bambino, affascinato dalle rocce antropomorfe di Cabo de Creus, che più tardi dipingerà in molti dei suoi quadri. E proprio a Cadaqués è nato il grande amore per Gala, la fascinosa russa che diverrà la sua musa ispiratrice e, secondo l’estro del momento, riprodurrà nei mille volti dell’eterno femminino.
Il primo incontro avviene nell’estate del 1929, complici i profumi e il cielo stellato di Cadaqués. Gala è ancora sposata con il poeta Paul Eluard. Per sedurla Dalì si presenta travestito da efebo, tenendo in equilibrio sulla testa un grande geranio rosso.
Gala abbandona senza un rimpianto Eluard che scrive: “Non ho mai trovato una donna, a parte Gala, che mi dia un po’ di gioia di vivere e tanta voglia di uccidermi”. Da quel momento, il pittore catalano e la fascinosa russa di dieci anni più anziana di lui non si separano più. Si sposano e vanno a vivere nella vicina baia di Port Lligat, in un fortinolabirinto progettata dallo stesso Dalì, che trasforma alcune semplici catapecchie di pescatori nel suo eremo. E tutta la casa, con l’orso imbalsamato e ingioiellato, il divano a forma di labbra di Mae West, la fantasiosa piscina e le grandi uova bianche che spuntano dal tetto, diventa l’estrema espressione della sua fantasia surreale.
Oggi questa straordinaria casamuseo è aperta al pubblico ma in realtà, a sedici anni dalla sua morte, Dalì è onnipresente in ogni angolo di Cadaqués.
Con la sua inconfondibile espressione dissacratoria, appare su ogni cartolina e occhieggia dalle foto appese nei ristoranti. “E’ merito suo se Cadaqués non è cambiata – spiega Marcy Pagany, patron del music bar Hostal, uno dei più celebri locali del litorale catalano. – Lungo tutta la Costa Brava hanno costruito grandi alberghi e palazzi di dieci piani. Ma qui la magia è rimasta. Ed è stato Dalì a lottare perché il piccolo centro storico si mantenesse intatto”.
Pagany è arrivato qui per caso nel 1963, al seguito del padre Gabor, mitico direttore della fotografia amato dalle dive di Hollywood: “Era venuto a Cadaqués per girare ‘Pianos Mecanicos’ con James Mason e Melina Mercouri. Io l’ho seguito e mi sono immediatamente innamorato di questo straordinario angolo del Mediterraneo che è nello stesso tempo un tranquillo borgo di pescatori e una delle più ambite mete del turismo internazionale. Dal 1972 ho scelto di abitare qui tutto l’anno”.
Il logo dell’Hostal è stato disegnato dallo stesso Dalì, che ne era assiduo frequentatore. C’è ancora chi si ricorda di quando arrivò in sella a un cammello con una modella vestita da zebra. O di quando convinse Mick Jagger a suonare proprio all’- Hostal. “E’ da allora – assicura Pagany – Jagger è tornato a trovarmi e sono stati da noi anche gli U2”.
Insomma, anche dopo Dalì il fascino di Cadaqués non si è dissolto. “È un posto unico: insieme esclusivo e bohemien – spiega Huck Malla, giovane proprietario della celebre galleria d’arte Cadaqués. – Gli artisti lo scelgono per la sua luce straordinaria, che illumina le case bianche e accende di colori abbaglianti gli speroni di roccia a picco sul mare. Da anni, è un punto di incontro per gli artisti di tutto il mondo”. E per rendersene conto basta sfogliare l’elenco delle mostre della Galleria Cadaqués, fondata dall’architetto italosvizzero Lanfranco Bombelli. Da qualche anno Bombelli, autore delle più belle case di tutta la baia, ha ceduto la galleria ma, nonostante gli ottant’anni suonati, è sempre impegnato nei suoi progetti architettonici, suggestivi connubi tra il rigore razionalista e una solarità tutta mediterranea. “All’inizio degli anni Settanta – racconta – nelle varie gallerie del borgo esponevano Duchamp, Man Ray, Jasper Jones.
Ma ancora oggi l’amore per l’arte non è cambiato”. E infatti passeggiando tra i vicoli che circondano l’Iglesia de Santa Maria, le gallerie d’avanguardia sono numerose quanto le boutiques che vendono borse di paglia e coloratissime espadrillas. I caffè ospitano gli artisti emergenti, trasformandosi in gallerie estemporanee.
Mentre nel Museo Perrot Moore, oltre alle opere di Dalì, ci sono quadri di Picasso e antichi capolavori di Rubens, Greco, Tiziano. Ed è soprattutto d’inverno, quando i turisti sono lontani e nelle giornate limpide una luce più intensa incendia le mille tonalità della baia, che si incontrano giovani pittori armati di cavalletto e pennelli, decisi a riprodurre l’inimitabile paesaggio di questo angolo di Spagna. Vip e artisti, insomma, in un cocktail che funziona da decenni.
“La gente famosa continua a venire a Cadaqués perché sa che qui nessuno la disturba” spiega convinto Juanito, proprietario e indefesso animatore del celebre ristorante Casa Anita, in una vietta secondaria gremita di locali aperti fino a tardi. E mostra il perentorio cartello che accoglie i visitatori: “Proibita l’entrata ai paparazzi”.
Non è dato sapere se il divieto sia stato rispettato. È sicuro invece che ogni celebrità di passaggio a Cadaqués, affascinata dalla simpatica follia di Juanito e dalla saporosa cucina della madre Anita, si è fermata qui. Lo dimostrano le decine di foto appese alle pareti: dal re Juan Carlos a Kirk Douglas, da Yul Brinner a Jean-Louis Trintignant. L’estate scorsa è arrivato anche Antonio Banderas che ha divorato interi piatti di crostoni con le acciughe. Casa Anita non è un posto turistico ma è frequentato dagli habitué di Cadaqués.
Per loro Juanito tiene sempre libero il grande tavolo vicino all’entrata.
Chi ama invece il fascino del lungomare e delle luci dei lampioni che si specchiano nell’acqua, può scegliere i locali che da Riba Nemesi Llorens si susseguono fino al Passeig, a due passi dalla statua di Dalì. Lui è ancora là, che con il suo imperturbabile sorriso sembra sorvegliare ironico il via vai dei turisti.

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