Caprera, il mio sogno per l’isola dell’eroe dei due mondi

– di Giuseppe Garibaldi *

Il progetto “Garibaldi agricoltore” per riportarla ad essere “la fattoria del generale” a favore di un turismo consapevole che sappia rispettare e godere la splendida natura del posto.
Garibaldi vi trascorse i suoi ultimi 25 anni.
L’amore per le piante e gli animali lo spinse a studiare per coltivare e allevare, drenare i terreni e realizzare pozzi per l’irrigazione.
Costruì un mulino a vento. Il mare era la sua grande passione.
A 17 anni si imbarcò su un brigantino.
Le navi sulle quali solcò il Mediterraneo ed esplorò l’Oceano Indiano e il Pacifico.
Alexandre Dumas gli regalò una goletta, un’altra fu il dono della sua fidanzata inglese.

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200706-13-3m“L’anima mia è un atomo dell’anima dell’Universo.
E questa credenza mi nobilita e m’innalza al di sopra del miserabile materialismo; m’infonde rispetto per gli altri atomi emanazione di Dio”.
In queste parole, tra le tante del mio Bisnonno per legittimare il senso della sua vita, ritengo racchiuso il mistero della sua popolarità, come uomo che può ancora far parlare molto di sé. La possibilità di conoscere l’eroe fin nel fondo del suo animo, attraverso gli scritti più intimi o per le parole stesse che mi bisbigliava sua figlia Clelia, scomparsa nel 1959, mi ha dato la consapevolezza di affermare che è proprio nel profondo amore verso il mondo, come progetto universale che ci unisce e in qualsiasi modo si manifesti, che si cela il grande rispetto di Garibaldi nei confronti degli uomini e delle donne di ogni razza, degli animali, delle piante, del creato.
Da qui la sua sentita esigenza di aiutare il prossimo, chiunque fosse, perdonando anche il nemico. Ed è forse, proprio dietro quel “miserabile materialismo” umano che Garibaldi ha sempre fortemente combattuto, che oggi si scopre un motivo non ultimo, di un’annunciata sconfitta dei millenari ritmi e regole della Natura, cui eravamo abituati.
Garibaldi studiò il firmamento per poter navigare e se ne innamorò, trovò anche la sua buona stella Arturo, capace di portargli fortuna e di proteggerlo.
Ma studiò e amò tutto l’esistente, aiutato in questo anche dal suo vagabondare per il mondo e, infine, dalle lunghe fatiche di Caprera.
Per aiutare la natura a crescere rigogliosa o, più semplicemente, per tirar fuori qualcosa dalla terra e dar da mangiare alla sua numerosa famiglia e ai numerosi amici e visitatori, conobbe, proprio attraverso il duro rapporto con la terra, direi con il granito, la legge della mediazione, dove la conoscenza dei limiti è più importante di quella delle certezze, dove solo la capacità di assecondare i ritmi e le leggi della natura fanno anche l’uomo vincente. Diversamente, l’uomo e la natura, perdono. Navigare e girare tutto il mondo, anche se solo per trasportare guano dal Perù alla Cina e poi tornare indietro, senza grandi problemi, grazie alla profonda conoscenza delle leggi del mare.
Giuseppe Garibaldi ebbe da sempre grande l’attrazione per il mare: una passione ostacolata dal padre quand’egli era ragazzo, ma indomita: a 17 anni era salpato da Marsiglia col brigantino “Costanza” per Odessa. Da quel giorno non smise mai di navigare: a 24 anni il primo imbarco come capitano per le tratte mercantili nel Mediterraneo. Tra le tante barche che condusse c’erano fregate e brigantini: l'”Enea”, il “Coromandel”, la “Clorinda”, il “Maury” e la “Speranza” sui quali traversava l’Atlantico e navigava nei mari dell’America del Sud. Poi le sue golette: la “Carmen”, con la quale esplorò l’Oceano Indiano e il Pacifico, e la “Emma” che gli era stata regalata da Alexandre Dumas. E molte altre come la “Princess Olga” donata dagli amici inglesi nel 1864 o il cutter “Emma” dono della fidanzata inglese Emma Roberts.
Tre anni prima di morire, il mio bisnonno appuntò sul suo diario: “Non sono che l’ombra di uomo, ma sul mare non temo nessuno”.
La natura, anche la più estrema, gli era confidente: attraversava fiumi, montagne, praterie, laghi e, addirittura anche in battaglia, era capace di rendere complice la natura stessa delle sue strategie di combattente vittorioso. Anche questo faceva parte del profondo rapporto che lo legava agli elementi.
Innumerevoli le testimonianze della sua infinita tenerezza verso piante e animali per i quali si prodigava in amorevoli cure, fino al punto, per esempio, di passare la notte a dare il latte con una spugna ad un agnellino sperduto, ritrovato sugli scogli e rimasto senza mamma. Ma quando le cure, a volte un po’ bizzarre, non bastavano, dava ai suoi animali la più degna sepoltura, come alla cavalla Marsala, che seppellì tra i pini di Caprera utilizzando per l’epigrafe parte dello stesso marmo con cui aveva chiuso le tombe di sue due figlie, la piccola Rosita prima e la piccola Anita poi.
Garibaldi, più che agricoltore come si definì, fu per i suoi tempi un moderno agronomo. Studiava per coltivare e allevare, si informava come drenare i terreni o costruire pozzi per irrigare, scegliere le concimazioni più appropriate, far crescere le erbe giuste e medicamentose per uomini e animali, innestare le piante da frutto o seminare nel tempo e nel luogo giusto a lungo preparato.
Costruì un mulino a vento, unico al mondo nel suo genere, a misura per le sue necessità. Della vita delle api e della produzione del miele fece una scienza. Richiedeva consigli agli esperti, in Italia come in Inghilterra, facendosi inviare a Caprera libri e attrezzature. E poi appuntava tutto, ed è così che possiamo leggere nei suoi Quaderni Agricoli: “… la lucerna o erba medica si semina sempre a luna vecchia, anche in aprile, procurando didissodare profondamente il terreno.
Le mandorle, i pistacchi e le noci marciscono, senza germinare, se sono seminati più profondamente di otto centimetri. Sul lentischio si possono innestare i pistacchi”. Amava profondamente Caprera dove visse per i suoi ultimi 25 anni. A pensarci bene, era stato il primo a scegliere un’isola come luogo eletto e simbolico, prima ancora dei miti letterari dei primi Novecento. Quest’isola era quasi la proiezione personale non solo di un esilio, ma di una riflessione, di un’intimità, della centralità dell’individuo nell’universo.
L’isola lo caratterizzava perfettamente: costituiva un’entità extraterritoriale se pure fosse un “frammento di patria”.
Oggi che celebriamo i duecento anni dalla sua nascita, era nato a Nizza nel 1807, l’attenzione del mondo è su Caprera dove questo avventuriero illuminato riposa nella sua “casa bianca”. Il mio sogno è riportare l’isola all’incanto primitivo. Caprera, tutelata dalle norme del Parco Nazionale dell’Arcipelago della Maddalena, è tuttavia presa d’assalto nei mesi estivi: un arrembaggio di automobili, e dal mare, di un’indisciplinata invasione di barche di ogni tipo.
Vorrei, e credo lo vorrebbe anche il mio bisnonno, che Caprera potesse tornare ad essere la fattoria dell’Eroe dei due Mondi per un turismo consapevole che sia in grado di approfittare di quanto la natura può ancora offrire, sia per goderla, ma, soprattutto, per proteggerla. Il mare che la circonda, rispettato e riscoperto sotto e sopra le onde; la terra capace di tornare a far esplodere i suoi odori e i suoi prodotti; il cielo, sempre misterioso ma meno sconosciuto, visitato di notte, dall’alto del monte Teialone mentre tutto intorno, silenziosi, svolazzano incuriositi i bianchi barbagianni.
Il mio progetto, “Garibaldi Agricoltore”, certamente capace di produrre lavoro, potrà mai coinvolgere chi della natura vuole fare, dovunque e comunque, soltanto un costoso luna park, dove tutto ogni giorno di più è finto se non addirittura morto? Che Garibaldi, ambientalista ante litteram, ancora una volta, ci aiuti!

Giuseppe Garibaldi, pronipote dell’Eroe e presidente dell’Istituto Internazionale di Studi “Giuseppe Garibaldi”

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