Capri: ricordo di due vacanze nel paradiso terrestre

– di Antonio Ghirelli

Alla fine degli anni Quaranta, senza soldi e con le mie idee comuniste per la testa, l’isola era un appuntamento con Gorki e Lenin. Una compagna dava da mangiare quasi gratis a chi aveva la tessera del Pci. Negli anni Settanta, una vacanza più lunga. In sandolino verso i Faraglioni col mio primo figlio. La sera al night con mia moglie Barbara, splendida con la sua abbronzatura tunisina. Ero geloso e ballavo malissimo.

Verrebbe voglia di dire, alla maniera di Elio Vittorini e della sua Sardegna, Capri come un’infanzia. Anche se, in realtà, per chi scrive non si tratta di ricordi giovanili perché investono una incipiente maturità: una prima volta, tra gli ultimi anni Quaranta e i primi del decennio successivo, quando lavoravo ancora per “Paese Sera” e visitai l’isola con mia moglie, come non ero mai riuscito a fare nemmeno quando vivevo a Napoli perché ero troppo povero; e una seconda volta, credo negli anni Settanta, quando ero già avanti nella professione e con Barbara avevamo già il primo figlio.
Ci innamorammo subito dell’isola e fu, appunto, per entrambi un’infanzia perché non avevamo nemmeno lontanamente un’idea della sua bellezza e, ancora, perché quella sua bellezza era allora assai meno sofisticata e mondana, assai più naturale e innocente di quanto non sia poi diventata. Con le mie idee comuniste per la testa, Capri era un appuntamento con Gorki e con Lenin, anche se più prosaicamente (ma teneramente) mia moglie e io fittammo una stanzetta per pochi giorni con quattro soldi e fummo sfamati da una brava donna, una compagna, che faceva quasi gratis pasta e fagioli e pasta e patate per la gente che arrivava da fuori, come noi, con la tessera del partito o della Cgil. Del resto, eravamo così innamorati e così travolti dall’incanto di quelle passeggiate, di quel mare, di quegli scogli che avremmo potuto vivere d’aria e di sole. E poi c’erano altri giornalisti e dirigenti del Pci, tra l’altro la compagna di Mario Alicata, con cui potevamo chiacchierare, ridere, litigare in Piazzetta fino all’alba.
Quando ci tornammo erano passati molti anni, e molti sogni erano svaniti, ma in cambio potevamo goderci molto più a lungo l’isola e la sua estate, i suoi profumi, il dolcissimo stordimento dei suoi paesaggi. Dal nostro amore sarebbero nati due maschietti, e se il secondo era ancora in progetto, il primo si avviava alle medie e coltivava già qualche piccolo, poetico flirt. Invece che nella stanzetta, ci eravamo sistemati in un piccolo appartamento di fronte al ristorante di Gemma e ci eravamo fatti una quantità di amici, in compagnia dei quali il tempo fuggiva come i primi aliscafi, veloce e comodo.
A Marina Piccola, dove si arrivava con un piccolo autobus, scendevamo in acqua dieci volte al giorno per tornare ogni volta ad arrostirci sulla sdraio piazzata sulla terrazza o su una roccia, ma io fittavo spesso un sandolino con due remi e con mio figlio puntavamo sui Faraglioni, molto fieri della nostra prova sportiva e, almeno per quanto mi riguardava, commosso di poter finalmente dedicare qualche ora al ragazzino da cui, almeno trecento giorni all’anno, mi separavano gli impegni e i viaggi del giornale.
Oggi una giornata di quel genere al mare ci avrebbe spediti a letto, Barbara e me, alle dieci di sera, ma a quell’ora in quegli anni cominciavamo appena a “vivere”; una cenetta leggera innaffiata da un bianco d’Ischia, quattro chiacchiere e un gelato in Piazzetta, poi tutti a ballare in quel “night” di fronte al Quisisana, dove si intrecciavano sambe e innamoramenti, cocktail e risate, deliziose “toilettes” e scenate di gelosia. Di gelosia io soffrivo moltissimo ma senza darlo a vedere per non far ridere gli amici, e anche senza motivo, sebbene Barbara con la sua abbronzatura tunisina fosse splendida e io ballassi malissimo.
L’isola ci staccava completamente da ogni legame con la città, con Roma, col lavoro. Non era una vacanza, era un fuggevole ritorno al paradiso terrestre, un tuffo nell’allegria, nell’eleganza, nella natura che però a Capri non ha nulla di selvaggio o di aggressivo, sembra confezionata da Armani o da Chanel tanto che puoi coglierla nell’aria e indossarla come se andassi a una prima della “Scala” o del “San Carlo”, anche se poi cambia di colpo e torna quella di Ulisse, di Tiberio, di Plinio: una cornice classica per il tuo modernissimo “stress”. Ho visitato tutto il mondo o quasi, nei sessant’anni del mio invidiabilissimo mestiere, ma un posto così soave e sognante non l’ho incontrato da nessuna parte. E’ come bere champagne e ascoltare Mozart.

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