Caro Petisso

– di Mimmo Carratelli

Bruno Pesaola racconta il calcio e il Napoli, l’appassionante avventura in campo e in panchina, una vita intensa, otto campionati da giocatore, diciannove da allenatore. Retroscena, battute, mille sigarette e il bicchiere di whisky in mano.
Sogni e vittorie. La squadra di Sivori e Altafini, la Coppa delle Alpi, lo scudetto a Firenze, la fuga in Grecia. Amici e nemici, gioie e dolori.

Caro petisso, ti scrivo così ci distraiamo un po’. Dal balcone della tua casa, nella parte alta di via Caravaggio, si vede lo stadio, giù a Fuorigrotta. Ci hai giocato poco. Tu eri l’ala sinistra della collina, quando il Napoli giocava al Vomero. Nello stadio sulla collina hai giocato tanto, otto anni. Due pasticche di simpamina per correre avanti e indietro. Avevi i capelli neri e il naso a punta, eri il più piccolo dei sudamericani, e un grande cuore azzurro.
Tra Milano e Napoli scegliesti Napoli. Te la indicò Ornella, la splendida ragazza che avevi appena sposato. Lei c’era stata tante volte perché aveva un fratello che lavorava alla Siae di Pozzuoli. Andiamo a Napoli, lei disse. E arrivasti un giorno d’estate del 1952. Nel Napoli del Comandante e di Eraldo Monzeglio, allenatore gentiluomo, campione del mondo e maestro di tennis dei figli di Mussolini.
Pensa quanto tempo è passato. Quanto hai corso, petisso, al Vomero? Quanti cross hai fatto perché Amadei, Jeppson e Vinicio trasformassero quei cross in gol indimenticabili? Lavoravi per gli idoli, innamorato di Napoli e del Napoli con quella tua prima casa all’Arenella, ultimo piano, il panorama dell’intera città sotto gli occhi e l’amore grande per Ornella.

Lavoravi e correvi perché gli altri alzassero le braccia al cielo ricevendo l’osanna del pubblico, ma fosti subito tu l’anima del Napoli, l’anima, il cuore e le gambe.
Cominciarono al “Ragno d’oro”, in Piazza Medaglie d’Oro al Vomero, le notti interminabili in cui ci raccontavi il calcio e fummo i tuoi alunni della luna e ti volemmo subito bene perché il tuo cuore era buono e generoso, i tuoi occhi brillavano di innocente furbizia e la cantilena castigliana di “napoletano nato a Buenos Aires” ci affascinava un po’. Mettendo insieme tutte quelle notti e poi le altre, tantissime altre notti di racconti, ho scritto il libro che ti avevo promesso, omaggio a un idolo del cuore, a un amico e al narratore divertente e appassionato di questa favola che è il gioco del calcio, il brivido di un dribbling, le vittorie e le sconfitte, la fortuna, il successo, il dolore, la lealtà, i tradimenti, la solidarietà, la partita, e il prima e il dopo, un’avventura di vita intensa. Siamo partiti da quella tua cantilena quando snocciolavi i nomi del mitico River Plate di Munoz e Moreno, di Labruna e Loustau, di Renato Cesarini, maestro di football dopo essere stato boxeur di strada e irresistibile ballerino di tango, per finire, dopo avere giocato in maglia azzurra 240 volte, alle tue stagioni di allenatore, sofferte, gioiose, indimenticabili.

Il Comandante sventolava il fazzoletto bianco e, seduto ai bordi del campo, mostrava al sole i polpacci di vecchio marinaio. Tu fumavi una sigaretta dietro l’altra, dici quaranta al giorno, ma erano di più fino a intasarti le vene, a correre da un ospedale all’altro (ti ho visto fumare di nascosto al Policlinico), operato, disintossicato, vedendo anche la morte “con questi occhi”, una parete nera, facendone ritorno con una risata, pronto a riprendere, come solo tu sai fare, il racconto del calcio appena si allontanavano i medici e gli infermieri.
Riaprivi gli occhi, facevi pfff con uno dei tuoi ticchi, allargavi la bocca “a salvadanaio” e la voce tornava squillante, i ricordi perentori. Tornavi lo straordinario petisso che sei, pimpante, allegro, convincente, mentre, nel fondo del cuore, serravi il dolore grande dell’assenza di Ornella andata via troppo presto, sette anni di sofferenze, ma sempre felice se tu eri felice per una panchina appena conquistata, vinta dal male “nella maniera più cattiva che potesse capitare”, ed è vero che la vita continua, deve continuare, ma che vita è dicevi.
Una vita insieme che, a raccontarla tutta, di libri ce ne vorrebbe una diecina. Una vita nel fumo delle sigarette, col sapore buono del whisky, resistendo al sonno mentre raccontavi e non ti fermavi mai. “Sono un grande intimo della notte – dicevi. – La notte è bella e porta le idee. Le persone più interessanti escono dalla notte”. Eri sveglio come un grillo, non prendevi mai sonno. “La volta che sono andato a letto presto, mi sono svegliato nel cuore della notte e non ho più richiuso occhio”. Questo dicevi, menestrello notturno del football.

E così è passata una vita, saltando da una domenica all’altra, da una partita all’altra, girando l’Italia e l’Europa dietro la squadra del nostro cuore alla quale davi tutta la tua passione e l’impegno generoso di amante irriducibile. E poi arrivarono Sivori e Altafini per le stagioni più allegre, lo stadio era sempre pieno. La tua panchina era un deposito di cicche e il cappotto di cammello divenne una leggenda portafortuna. E poi vennero le stagioni delle salvezze miracolose, ma niente bastava dei tuoi prodigi perché rimanessi sempre tra noi, caro petisso, costretto dalle vicende del calcio a emigrare a Firenze, vincendo uno scudetto che non valeva le tue imprese azzurre, a Bologna, persino in Grecia, sempre andando e tornando, legato a questa città e alla squadra, la tua gioia e il tuo tormento. E stato il tempo di paròn Rocco e del mago Helenio, il tempo del calcio romantico, il “catenaccio” e le mille furbate tattiche, e non c’erano i soldi e la tempesta di microfoni, telecamere e taccuini di oggi, e perciò ci conoscevamo tutti, e nascevano simpatie e affetti veri. Tanto è rimasto di quel tempo che gli almanacchi non possono dire. Sei rimasto tu, petisso. E’ rimasta questa amicizia, un dono del calcio di una volta. E sono rimasti i tuoi racconti raccolti nel libro che ho scritto con te per dirti grazie, petisso. Ci siamo divertiti quando i terzini si chiamavano terzini e la partita non era ancora una questione algebrica e la tattica non era una tavola pitagorica.

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