C’è un mostro in mezzo al mare

– di Alessandro Cecchi Paone

Un serpente marino che era solo un fascio di alghe. Il colossale leone acquatico
dell’olandese Oudemans. I nove animali favolosi del belga Heuvelmans.
Il pesce fosforescente di dieci metri incontrato dal navigatore Ridway.
Fantasia o realtà? Sostenitori e detrattori delle innumerevoli testimonianze. Le conclusioni di Rupert Gould sul mistero di Loch Ness.

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200406-12-2mMigliaia di animali diversi, dai minuscoli crostacei grandi come la capocchia di uno spillo alle colossali balene, in oceani sconfinati, dove l’occhio dell’uomo non penetrerà probabilmente mai. Come possiamo essere certi che, nelle profondità di qualche oceano, non si muova qualcosa di davvero singolare? Magari un erede dei mostri della nostra preistoria?
L’uomo si pone questa domanda da sempre: e da qualche tempo ha iniziato attivamente a scandagliare le profondità abissali alla ricerca di una risposta. Tra i primi a farlo l’equipaggio della nave inglese “Pekin” in un giorno di dicembre del 1848. Doppiava il Capo di Buona Speranza, la punta più meridionale dell’Africa, quando apparve all’orizzonte una strana creatura dell’acqua. Il binocolo aiutò a vedere meglio: un enorme serpente, con una grande testa e grosse pinne. Due mesi prima, un’altra nave, il “Daedalus”, aveva comunicato di avere visto un animale simile nella stessa zona.
Il “Pekin” era lì per catturarlo: tra l’eccitazione generale una barca a remi, con un piccolo equipaggio preparato alla cattura, scese in mare per raggiungerlo. Il capitano Frederc Smith guardava preoccupato la scena da lontano: il misterioso animale avrebbe attaccato la barca? Dopo pochi secondi la risposta: il serpente marino non reagì minimamente. E non avrebbe potuto: si trattava, infatti, di un fascio di alghe con una radice che, vista da lontano, poteva assumere l’aspetto di un collo e una testa. Era lo stesso serpente che il “Daedalus” aveva avvistato due mesi prima? Nessuno potè rispondere. Probabilmente si: in mare giudicare un oggetto e le sue dimensioni è estremamente difficile.
Per noi, sulla terraferma, è semplice renderci conto di quanto è grande un oggetto che vediamo da lontano: basta confrontarlo con altri oggetti vicini di cui conosciamo la grandezza. Ma in mare è tutto diverso, manca qualsiasi termine di paragone. Solo le onde possono essere utili per fare un veloce confronto, ma la loro grandezza varia moltissimo, a seconda delle condizioni del tempo e del vento. E il loro rollio può persino dare l’illusione che un oggetto si muova anche se è perfettamente immobile. Ecco perché i marinai del “Daedalus” e del “Pekin” (e di mille altre navi in molte altre occasioni) anche se esperti si ingannarono.
Altri strani mostri marini non sono tronchi d’albero ricoperti di alghe, ma strane condizioni meteorologiche. Poco prima di una tempesta marina, per esempio, strati di aria a differente temperatura possono trovarsi l’uno sull’altro appena sopra alla superficie del mare. I due strati hanno anche una densità diversa tra loro. E questo fa sì che la luce rimbalzi tra di loro più volte formando un miraggio. E’ un semplicissimo fenomeno ottico che ha un effetto molto particolare: allunga moltissimo l’altezza di qualsiasi oggetto, un po’ come succede alla nostra immagine riflessa sugli speciali specchi deformanti del luna park. E così può accadere che foche, balene, delfini, tronchi d’albero o bidoni di plastica appaiano come creature altissime, deformi e del tutto irriconoscibili. Lo sapevano bene persino gli antichi vichinghi che spesso vedevano avvicinarsi ai loro drakkar (le lunghe navi con le quali raggiunsero persino l’America) queste strane visioni. Fieri e coraggiosi, però, avevano imparato a non spaventarsi: le consideravano un segnale divino che li avvertiva dell’arrivo di una tempesta. Gli dei non c’entravano davvero, ma la previsione meteorologica era esatta.
Erano anni di continui avvistamenti, soprattutto lungo le coste di Stati Uniti e Canada. Qualche anno prima il naturalista Costantin Samuel Rafinesque Schmaltz si era appassionato a questo studio e aveva appassionatamente difeso la teoria del cosiddetto gran serpente. Basandosi sugli avvistamenti aveva persino tentato una classificazione dei mostri marini. C’era il “Megophias Monstruosus” lungo 30 metri e davverso veloce nel muoversi sott’acqua.
Il “Pelamis Chloronotis” flessuoso, verde, lungo anche 60 metri e “molto rumoroso”: L'”Octipos Bicolor” doveva essere un polipo gigante di quasi 10 metri con una testa di almeno un metro e capace di alzarsi verticalmente sulla superficie del mare. E poi l'”Octipos Coccineas” rosso, lungo una ventina di metri e dotato di una testa lunga e appuntita. Negli anni seguenti, dei mostri marini si occupò l’olandese Antoon Oudemans, direttore del Museo di scienze naturali de L’Aia. Accantonata l’idea di un enorme serpente, attorno al 1890 sostenne che i mari ospitavano il “Megophias Megophias”, un colossale leone marino lungo fino a 80 metri. Nel 1893 a scrivere è il biologo inglese Thomas Huxley: “Non vi è ragione per cui non si possano trovare in mare creature simili a rettili, lunghe 15 metri o anche più”.
Ma intanto la polemica era diventata tutt’altro che accademica: ormai anche il grande pubblico si era diviso tra sostenitori e detrattori del “serpente di mare”. Persino il prestigioso “The Times” si sentì in dovere di dire la sua e pubblicò un articolo estremamente negativo. La fazione “antimostro” arrivò a far pubblicare false testimonianze di apparizioni, subito scoperte, per coprire di ridicolo i sostenitori dei mostri marini. E subito, improvvisamente, gli avvistamenti delle terrificanti creature diminuirono.
Attorno al 1930 l’argomento era tornato ad essere una speculazione tra studiosi. Come l’inglese Rupert Thomas Gould che, affascinato dal mistero di Loch Ness, decise di raccogliere gli avvistamenti più probabili e veritieri per capirne il responsabile. Tre i probabili mostri, secondo Gould: una foca dal collo lunghissimo, una tartaruga gigante o, infine, il Plesiosauro. Cioè un discendente diretto degli antichi dinosauri sopravvissuto nelle profondità del mare sino ai giorni nostri.
Ma lo studio più completo e moderno in materia arriva negli anni Sessanta ad opera dello zoologo belga Berbard Heuvelmans. Specialista nella ricerca di animali scomparsi, Heuvelmans pubblica un’opera (“Dans le sillage des serpents de mer”) davvero colossale. Raccoglie da cronache, giornali e altre fonti ben 587 testimonianze in un periodo di tempo abbastanza ampio, dal 1639 al 1964, e le analizza. In una sessantina di casi decide che si tratta di chiarissimi falsi, per altri sessanta trova una chiara spiegazione riferendosi ad animali conosciuti e scambiati per mostri, o a fenomeni naturali. Elimina poi altri 120 casi per insufficienza di particolari o per descrizioni troppo dubbie.
Restano, insoluti e inspiegabili, 350 casi. Troppi per essere una coincidenza o un errore, secondo lo zoologo belga, che cerca allora di tracciare il ritratto dei responsabili. E ne trova ben nove di tipi diversi. C’è il tradizionale serpente di mare, dal collo lungo e dal corpo a forma di sigaro. C’è il coccodrillo gigante, lungo fino a 20 metri. Ma anche la “Megalotaria”, un’enorme foca dal collo allungato; l'”Halshippus”, un serpente dalla testa simile a quella di un cavallo e dotato di una folta criniera; l'”Hyperhydra”, un lungo serpente gobbuto.
E la “Cetioscolpendra”, una balena dotata di molte pinne sui fianchi, la superanguilla, abitante dei mari più profondi; il “Plurigibbosus”, un lunghissimo serpentone bicolore che appare soprattutto davanti alle coste inglesi. Chiudono l’elenco i cosiddetti sauri marini, forse sopravvissuti al periodo giurassico, e i ventregiallo che non sarebbero che pesci giganti, o forse squali.
Fantasie? Difficile liquidare tutto in questo modo. Anche perché le testimonianze continuano ad arrivare: come quella dell’americano John Ridway che, il 25 luglio 1966, durante una traversata a remi dell’Atlantico, avvista un animale lungo almeno dieci metri. “Aveva un corpo fosforescente, come se fosse stato avvolto in tante luci al neon”, dice il navigatore. Il mostro, poi, si immerge e sparisce. Tutto vero: perché non sempre si tratta di illusioni ottiche. E non bisogna neppure pensare a teorie strane: spesso a muoversi tra le onde c’è un animale che gli studiosi conoscono già. Sono mostri? Alcuni ci assomigliano davvero.

(2 – continua)

Due lame ossee al posto dei denti
Era davvero il cattivo da evitare, 360 milioni di anni fa. Veloce, robusto e famelico, il “Dunkleosteo” aveva l’aspetto di un violento predatore. Niente denti: al loro posto due enormi e affilatissime lame ossee, capaci di spezzare e macinare qualsiasi cosa. L’analisi delle cellule pigmentate dei suoi resti fossili ha permesso ai ricercatori di ricostruire anche il colore del “Dunkleosteo”: scuro sulla schiena, come molti pesci dei nostri giorni, e argenteo sul ventre in modo da potersi mimetizzare al meglio in ogni situazione. Era un animale assolutamente insaziabile: mangiava pesci, squali, addirittura membri della sua stessa specie. Il risultato, spesso, era una bella indigestione: accanto ai suoi fossili, infatti, si sono a volte trovati resti semidigeriti delle sue prede. Ad indicare, forse, una morte causata dalla troppa voracità.

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