C’è un vuoto quest’anno sulla terrazza di Gradola

– di Gino Verbena

La scomparsa di Giovanni Tessitore, l’anacaprese che inventò, con una trattoria, il buon cibo e tanta simpatia, uno dei luoghi più ricercati dell’isola di Capri.
Nel 1968 l’inizio dell’attività dopo avere lavorato all’estero e dopo tanti mestieri svolti ad Anacapri.
Dalla frequentazione con l’artista tedesco Rethel la spinta verso la pittura, prima naif, poi surreale.
L’inseparabile cagnolina nera Talì.
La lunga amicizia con Monique, francese, e poi l’amore per Katharina, svedese, che gli dette due figlie.

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200703-11-3mUn’altra estate sta per bussare alle porte del piccolo plesso balneare “Da Giovanni a Gradola”; ma chi le aprirà non sarà più il buon Giovanni Tessitore, d’inverno apprezzato artista, d’estate nume tutelare della zona e titolare di una trattoria dove un nutrito manipolo di habitué di rango usavano ritrovarsi, nel cuore della stagione calda, per discorrere di cose piacevoli o interessanti, di programmi realizzati o di quelli intrapresi. Un male che non perdona lo ha spento, lo scorso novembre, all’età di 77 anni. Nel suo regno terreno, accanto al mare, non c’è una spiaggia ma solo degli spiazzi in cemento. Collocarvi un congruo numero di tavoli e di sedie è davvero una scommessa, tanto più che bisogna lasciare sgombro un corridoio per il passaggio dei bagnanti che vanno in un’area d’uso pubblico. Inoltre chi scende a mare trova subito l’acqua alta. Eppure tanti si prenotavano per stare in compagnia di Giovanni e della sua assistente Rosetta.
Diversi i motivi del fenomeno.
Innanzitutto l’esposizione a nord dà l’impressione che il sole sia meno prepotente di quello che, al Faro di Punta Carena, arrostisce, senza pietà, i bagnanti.
Per giunta si è vicini alla parte storica della zona: l’antro azzurro, conosciuto sin dal tempo dei romani, dove, nel tardo pomeriggio, si può, con una breve nuotata, entrare per sguazzare nella storia.
Un altro motivo, forse il più valido a sostenere la tesi che la gestione di Giovanni sia stata una vera e propria calamita, era proprio la sua presenza: un uomo che accoglieva i clienti da amico. I frequentatori, obbligati altrove ad osservare l’etichetta che si conviene alla loro posizione sociale, si sentivano come a casa loro, in una allegra famiglia allargata, davanti ad un fumante piatto di spaghetti alla Gradola (con pezzetti di melanzane e peperoni oltre alla salsa di pomodoro) o di linguine con zucchini, confortati da uno schietto vinello.
Si incontravano, tanto per citare qualche nome, l’architetto Giovanni Cerami, il poliedrico Francesco Durante, l’estroso Roberto Gianani, l’avvocato Salvatore Di Fede, Luciana Viviani (figlia di Raffaele), l’architetto Michele Capobianco, il giornalista-scrittore Giuliano Zincone che ha tratto, dall’ambiente scanzonato, lo spunto per alcuni suoi romanzi, tra cui Ci vediamo al bar Biturico.
Tra i frequentatori immancabili, Lillina Salbitano. Da una vita viene da Roma in primavera e a settembre quando il sole è più pietoso e accarezza la pelle. Per Le Boffe e La Vigna giunge a piedi fino alla Grotta. Era per lei una grande gioia rivedere Giovanni e fare il pieno di cordialità e sincera amicizia: valori che sono compagni nella vita e danno forza.
Giovanni appariva sempre giovanile e pieno di carica vitale. Era nato in Anacapri nel 1929.
Il secondo conflitto mondiale aveva lasciato una lunga scia di miseria in Italia. Il lavoro scarseggiava. E anche Giovanni Tessitore cercava di vedere “addo’ faceva juorno” per dirla con una colorita espressione locale che, tradotta letteralmente, significa “dove fa giorno” o “dove sorge il sole”. In pratica, bisognava trovare un qualsiasi lavoro che permettesse di guadagnare ‘na fetente ‘e lira. Perché la lira, a volte, era definita “fetente”? Per ovvie ragioni bisognava accontentarsi di poco. Alla fine, quando, dopo una sfacchinata durata buona parte della giornata, si entrava in possesso di una misera banconota, pareva che essa fosse impregnata di sudore e di sangue. Ma quella “fetente ‘e lira” consentiva a Giovanni di essere utile in una famiglia che ricca non era.
L’attività di Gradola iniziò, modesta, nel 1968 con l’aiuto del nipote Maurizio, marito della citata Rosetta.
Giovanni, a circa quarant’anni, prese in affitto quel suolo privato accanto al mare ottenendo dal Comune un permesso che gli consentiva di vendere bevande analcoliche ed acque minerali in una baracca. Vent’anni dopo, poteva disporre dieci tavoli con quaranta sedie e somministrare cibi cotti. Alla fine, e siamo negli anni Novanta, superate le difficoltà dovute alla carenza di un locale cucina di una certa dimensione, ottenne il titolo per la trattoria.
Aveva rosicchiato spazio nello scosceso terreno a monte non solo per ricavare spogliatoi e servizi, ma anche per accontentare la crescente clientela che voleva godere quel ristretto paradiso dove la semplicità della gestione esaltava la bellezza dei luoghi.
Era contento per una vita che, tutto sommato, gli dava soddisfazioni. Però l’abbiamo pure visto scoraggiato e depresso quando, ad esempio, tremende mareggiate di ponente spazzavano via l’intero stabilimento annullando anni di sacrifici econo mici e di certosino lavoro. Prima dei quarant’anni aveva lavorato nei bar e ristoranti dell’Austria, della Svizzera e della Germania. Tra il ’63 e il ’64 era commerciante di souvenir in Anacapri alla via Capodimonte. E curava allevamenti di conigli. Da ragazzo aveva ricevuto piccoli “incarichi” dal pittore Otto Sohn Rethel (1877-1949), eccellente artista tedesco, studioso di anatomia, nonché collezionista di farfalle che Giovanni catturava per lui sul monte Solaro.
Frequentare quell’artista gli fece venire la voglia di dipingere su tavolette di legno e su qualche tela seguendo quel consiglio che anziani professionisti del ramo danno a giovani autodidatti: “Fai fai fai e butta butta butta. Alla fine vedrai che qualche cosa di buono verrà fuori”. Era armato della sola buona volontà, senza aver appreso nessuna particolare “tecnica” dal noto pittore. Disegno e prospettiva non gli erano del tutto congeniali. Ma un giorno scoprì una tecnica che gli consentiva di controbilanciare le carenze. Raffinava la sabbia e la spalmava, assieme a un collante, sulle tele. Grazie a tale procedimento otteneva, tramite la pittura ad olio, l’esaltazione dei colori, una brillantezza magnetica e una certa profondità. Nasceva l’artista naif. L’arte e la simpatia gli aprivano il cuore delle donne. Nelle conquiste gli era di aiuto l’inseparabile cagnolina nera Talì. Poi conobbe Monique la quale fece conoscere, a Parigi, i suoi lavori che ebbero un discreto successo di critica e di vendita nelle gallerie d’arte.
Tessitore espose pure a Perugia, a Roma, a Napoli e in altre località. L’amicizia con Monique, dopo quindici anni, era destinata a finire. Fu la volta della svedese Katharina che apprezzava lo spirito giovanile, l’arte, la bontà d’animo di Giovanni. E gli diede due graziose figlie.
L’espressione artistica del nostro amico si manifestava attraverso due filoni. Come naif ritraeva interni, tavoli con fiori, un porto con pescherecci e barche, paesaggi capresi. Come “surrealista” gli piaceva disegnare cerchi e numeri. Una volta gli feci visita nella sua casetta, circondata da un giardino ben curato con piante e fiori, a Lo Pozzo (oggi venduta). Quando mi mostrò i suoi lavori, gli chiesi se i numeri avessero un significato. Mi rispose che rappresentavano date di avvenimenti a lui cari.

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Un commento su “C’è un vuoto quest’anno sulla terrazza di Gradola

  1. Alessandro piccinelli 28/07/2017 at 2:06 - Reply

    Sono stato pochi giorni a Capri. Tanti anni fa. Il ricordo del sig. Tessitore è ancora vivo. Accolse me e mia moglie con schietta semplicità. Mi fece un bellissimo regalo. Assaggiare x la prima volta un bicchiere di Falanghina. Lo offrì così, come si fa per conoscere una persona dicendo che era da assaggiare se non lo conoscevo, perché lui lo preferiva ad altri. Ci chiamava “gli svizzeri” ma siamo semplicemente dei bresciani amanti del ns. Sud. Ricordo ancora il tavolino che ci assegnò per mangiare polipo e patate, vicino a quello del sig. Zicone (Zincone in realtà).
    Eravamo entrambe suoi clienti anche se io lo fui solo x pochi giorni. Grazie sig. Giovanni.

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