C’era una volta il Paradiso

– di Gino Verbena

Le vacanze anacapresi di fine Ottocento e l’albergo di Nicola Farace.
Il vino e il chiaro
di luna del signor Zier.
Il pino nordico della regina di Norvegia.
La festa notturna delle Settembrate.
La Mostra d’arte del 1933.
La canzone di Gennaro Napoli.
Alberto Sabin, Pablo Neruda, Ungaretti, la principessa Mafalda nell’elenco degli ospiti.
Soldati tedeschi e americani durante la guerra. E un giorno arrivò Farouk.

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200607-13-3mAl viaggiatore dell’Otto-cento, Anacapri offriva per il pernottamento stanzette di affittacamere e rare locande messe su alla buona.
Nicola Farace ebbe il merito di avere creato, nel 1899, l’albergo Paradiso ampliando i corpi di fabbrica preesistenti, tra cui la locanda costruita nel 1865. Il terzo piano fu aggiunto nel dopoguerra dal figlio, raggiungendosi la consistenza massima di 64 camere e 20 bagni.
Le difficoltà erano state notevoli: i tufi per la costruzione, tramite la scala fenicia (non esisteva ancora la strada provinciale), venivano trasportati tre per volta, sulla testa, da popolane come tramandatoci dal pittore Allers; mancavano fogna e acquedotto. Perciò furono costruite enormi cisterne. Nei primi tempi, il riscaldamento era assicurato da caminetti e la legna consumata era addebitata al cliente.
Il particolare curioso è che, non essendosi ancora diffusa la balneazione su larga scala (ad Anacapri, per giunta, non c’erano spiagge né stabilimenti), gli ospiti nell’approssimarsi dell’estate, non sopportando il caldo, se ne partivano lasciando l’albergo vuoto (primavera e autunno erano invece le stagioni ideali per una vacanza).
Il canonico Raffaele Serena, nella Conferenza su Anacapri del 5 maggio 1935, riferisce che un ospite dell’albergo, il signor Zier, nel 1899, vi trovava l’oblio perché il vino e il chiaro di luna gli davano giorni di felicità; che von Gruenenwald esclamava: “Così brillante è il cielo, così azzurro è il mare, così bello è il restare, tanto e tanto amare il partire”; la signora Maria Schluss di Basilea, nel 1903, diceva di avere visto rifiorire la salute, passandoci re felici, e si doleva di dovere andare via da Anacrpi, dal bel paese, e di uscire dal Paradiso.
Il dottore Vincenzo Cuomo, nella sua autobiografia inedita, descrive i giardini e i terrazzi intorno che rendevano più accogliente l’insieme. Vi erano (e ci sono ancora) palme, pini secolari, piante di agrumi che, con particolari innesti, portano contemporaneamente limoni e arance, oppure pompelmi e cedri; e persino uno spettacolare pino nordico, regalo della regina di Norvegia alla regina di Svezia nel Natale del 1906.
Dai primi registri dell’albergo, contenenti le firme degli ospiti unitamente alla loro professione e provenienza, si evince che soprattutto i nordici venivano a godere i tepori del primo e dell’ultimo sole, e trovavano mite anche il nostro inverno. La maggior parte di loro erano pittori alla ricerca degli angoli più suggestivi dell’isola. Poi portavano in giro per il mondo i loro lavori facendo così propaganda ai luoghi visitati.
Negli anni Ottanta vi approdò, ad esempio, il portoghese Henrique Pousao e fissò, sulle tele, particolari aspetti dell’isola e anche un ritratto di Rosina Farace, figlia di Nicola. Gli stessi proprietari, socialmente impegnati in comitati che miravano alla promozione turistica, allestivano, tra le altre cose, esposizioni artistiche.
Grande successo ebbe la Mostra d’Arte dell’agosto 1933 nel cui comitato d’onore figuravano Gennaro Napoli, che ne era il presidente, Marino Dusmet, Teodoro Pagano. Oltre alla retrospettiva di Augusto Lovatti, Antonino Leto, Carlo Kolman e Wilhelm Diefenbach, esponevano Attilio Pratella, Vincenzo Caprile, Antonio Odierna, Lino Lipinsky, Michele Ogranovitsch, Vincenzo Migliaro, Iva Fosca Mertig e molti altri nomi illustri. La figlia di quest’ultima, Patricia Mertig, disegnatrice dalla Walt Disney, soggiornò a lungo nell’albergo.
Nel 1922 iniziavano anche le Settembrate anacapresi. Nel programma del 1930 si legge che, dopo la sfilata dei carri, alle ore ventitre si teneva, all’Hotel Paradiso, la festa notturna. Giro nei viali del giardino, l’osteria Barbarossa, taverne e tavernette, pizze, gelati e meloni, spassatiempi e sfogliatelle, frutti di terra e di mare. Durante il ballo, i giovani sfoggiavano i costumi più antichi e costosi: ampie gonne lunghe fiorate o quadrettate, vaporose camicie di pizzo, scialli di seta con frange ricamate a mano. Le pettinature femminili venivano ornate da forcine chiamate “spatelle”. Erano costumi e acconciature a determinare a quale ceto sociale appartenesse una donna (e una “spatella” d’oro significava molto).
Ogni anno, poi, era d’obbligo per i musicisti presentare una nuova canzone dedicata al paese. Famosa è rimasta “Anacapri è ‘na canzone” di Gennaro Napoli.
Illustri personaggi soggiornavano nell’albergo anacaprese come il barone Alfonso Carelli che, nella quiete del posto, scrisse molte pagine del suo famoso “Archivio di Capri”, conservato nella Biblioteca Cerio, Alberto Sabin, Pablo Neruda, Giuseppe Ungaretti, il duca Armando Diaz, la principessa Mafalda di Savoia che si recava nel palazzo di Salvatore Verde, in piazza Diaz, a godersi dal balconcino la festa di Sant’Antonio, la sorella Jolanda, il re di Svezia Gustavo Adolfo. Nel 1943, i tedeschi utilizzarono il “Paradiso” come succursale dell’ospedale militare di Napoli. Erano così educati da calzare scarpe di corda, camminando per gli ambienti, allo scopo di non sporcare e di rispettare il silenzio.
Successivamente, i soldati americani ne fecero un Rest Camp. Erano, a differenza dei tedeschi, chiassosi e poco rispettosi delle cose altrui. In compenso, spendevano bene.
Nel Rest Camp erano mandati non solo i militari americani per un breve periodo di riposo, ma anche quei tedeschi caduti in disgrazia per avere complottato contro Hitler. Vittorio Massimino, che era allora capo del servizio civile, riferisce che c’era, tra gli altri, il principe Filippo d’Assia, corriere diplomatico tra Roma e Berlino.
Il venerdì si organizzavano feste da ballo.
Fino agli inizi degli anni Sessanta, l’albergo Paradiso alimentava la vitalità del centro storico anacaprese ed era il punto di riferimento per i visitatori.
Nel 1952 re Farouk, in esilio, vi aveva portato moglie e figlio e parte del suo seguito occupando l’intero terzo piano. Non mancavano il suo barbiere personale, la governante, il segretario e persino il numismatico di corte. Il ricco egiziano destava la curiosità della gente la quale, ogni sera, si assiepava lungo la srada per vederlo passare. Era già stato al “Caesar Augustus”. Ora, al centro del paese, si lamentava del suono delle campane che, dalla chiesa di Santa Sofia, in un luogo di vacanze e anche in orario antelucano, molestava le orecchie in un’era in cui tutti avevano l’orologio e sapevano leggere l’orario della messa. “Invece di far pregare – diceva Farouk – le campane fanno bestemmiare”.
A causa dell’apertura della villa San Michele di Axel Munthe, della costruzione della seggiovia per il monte Solaro e di grandi alberghi nei paraggi, il movimento turistico andava decentrandosi. I nuovi esercizi, con vista sul mare e sul golfo, facevano tremenda concorrenza al “Paradiso” che, nel 1965, chiudeva i battenti e veniva trasformato in un residence.
Rimaneva solo il ristorante, gestito da Gery Gargiulo, tenace imprenditore turistico anacaprese, squisito sponsor di iniziative culturali e titolare di altri famosi locali dell’isola.

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Un commento su “C’era una volta il Paradiso

  1. Gabriella malafico 26/03/2016 at 19:18 - Reply

    Sono in possesso di tre acquarelli di Patricia Mertig e due fotografie che la ritraggono all’hotel paradiso nell’agosto del1943 ad Anacapri e vestita da militare che metteva sull’attenti …….

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