C’era una volta l’Arco della Fontelina: ora non c’è più

– di Marina Federico

A Capri, un suggestivo frammento di roccia è naufragato in mare abbattuto dalla pioggia invernale.
Proteggeva un tesoro di bellezza come un baluardo. Ricordi di un incontro e di una perdita.

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200406-15-2mAccadde nel 1997. L’isola incantata si risvegliò, in un giorno come tanti, scoprendo che un frammento del suo patrimonio naturalistico, un semplice pezzo di roccia, si era sbriciolato sotto la furia degli elementi. La comunità attribuì l’incidente alla fragile conformazione rocciosa della costa, soggetta a continue frane. La perdita di quel piccolo tesoro avrebbe forse meritato una riflessione più accurata, magari nell’intento di salvaguardare l’isola da altri “affronti”, come quello che sta subendo l’Arco Naturale, vistosamente ferito, e lasciato a se stesso.
La roccia di Capri è friabile, ma racconta una storia che non può essere spezzata, affidata all’incuria umana. Anche nel rivolgere l’attenzione ad un semplice pezzo di roccia si riscopre e si recupera l’appartenenza all’isola.
L’arco della Fontelina non c’è più. Fu la pioggia invernale, troppo abbondante, a portarlo via, in un fragore di spuma marina. Era un arco sottile di roccia, proteso come un ponticello.
Non volevo credere alla notizia del suo naufragio. Ho cercato a lungo il suo profilo, scrutando la costa, durante la prima uscita primaverile per mare, in una tiepida domenica di febbraio. Ho sperato di rivivere l’incanto di sempre.
Il suo venir meno è un segnale, un chiaro ed allarmante segno che ho cercato, invano, di rimuovere: “nulla sarà più come prima, senza di lui”. Ora giace in fondo al mare e vorrei saper accettare questo distacco con un lieve sorriso, trattenendo la mestizia, nel pudore che nasconde i sentimenti. Vorrei la rassegnazione, naturale, vitale e saggia che leggo nel cuore di chi, nato sull’isola, mi ha insegnato a fondermi con il mare e la roccia.
Ricordo la prima volta che vidi il piccolo arco. Era d’estate e sotto la sua volta, stretta e bassa, furono il grigio della pietra insieme al blu marino, e poi al verde dell’agave, i testimoni della nascita di una folgorante passione. Ritornando anni dopo a quel momento, compresi che l’esclusività di quell’arco era da assaporare come dono di conoscenza e il non facile accesso allo specchio di mare era il giusto ostacolo che si incontra ad inoltrarsi nel mondo, all’apparenza segreto, della verità. Perduta di fronte alla scomparsa, avrei voluto chiedere agli abitanti dell’isola e delle rocce chi avrebbe custodito il tesoro che l’arco proteggeva, come un baluardo.
Trepidavo nel varcare l’arco entrando nel sogno. Il mare profondo al quale faceva da sentinella mi ha educata, mi ha insegnato soprattutto il coraggio, quando nuotavo incurante degli aculei dei ricci o camminavo sul soffice muschio degli scogli affioranti, territorio dei granchi, elfi delle acque. E’ stato l’arco della Fontelina a farmi scoprire che, quando il vento gonfia le onde, il mare diventa un potente mistero, una forza che parla con l’urlo cavernoso della risacca negli anfratti ed ho imparato il rispetto. L’arco era il figlio tenero della Fontelina, luogo magico che nutre e culla come una tenera madre. Lì, la roccia degrada dolcemente verso la baia e poi culmina in un ricamo di scogli aguzzi che, come pinnacoli, la delimitano e, come castoni, la fanno risplendere. La sua bellezza è struggente, aspra e perversa. Inebria e può stordire i sensi e diventare un richiamo irresistibile. E’ energia pura, rigeneratrice e infonde calma.
Il mare della Fontelina mi ha plasmata, facendomi osservare la pazienza dei pescatori, la tenacia dei marinai, avvezzi alla fatica, la superba solitudine degli scogli, ed instillandomi il senso della libertà, come quella dei gabbiani e dei delfini. Quel mare placa le mie inquietudini, che si disperdono nelle sue tempeste, ed esalta la mia gioia, carezzandomi la pelle mentre lambisce i sassi che rotolano al suo ritrarsi.
Il mare è un re che si concede e si nega, detta le sue leggi, spargendo abbondanza o povertà, vita e morte. I suoi sudditi sono marinai con mani esperte che sanno pescare e tessere reti, e braccia e nervi che sanno navigare. Saldi, scontrosi ed umili, ti portano al largo, e, con il forte maestrale, se il timore ti serra il petto, ti guardano con occhi liquidi, occhi che conoscono e che vengono da lontano, da un luogo disperso nella memoria, vicino all’anima della natura. Vivono il mare in perfetta simbiosi e non cercano le parole per descriverlo. Sanno, con naturalezza, come trattare il mare, hanno gesti spontanei nati dalla consuetudine e leggono le correnti ed il cielo.
Fra loro, la mia amica che vive il mare e le rocce possiede il segreto della felicità ma non lo sa. Se ne acquisisse la consapevolezza, lo perderebbe, perché lo stato di grazia appartiene ai puri. Ha i colori della giovinezza e lo spirito della scugnizza cresciuta in riva al mare. Conosce i posti migliori per raccogliere patelle e piccole cozze. Armata di un coltellino, scompare fra gli scogli, per poi ritornare, trionfante, con un profumato trofeo di frutti marini. E’ fatta di salsedine e di alghe ed il suo umore varia, imprevedibile come il libeccio, frizzante come la tramontana, caldo e sensuale come lo scirocco.
La mia amica usa l’istinto, forza primordiale, e legge nel cuore degli altri. Il suo linguaggio e quello di pochi altri che hanno vissuto il passaggio dalla pesca al turismo-spettacolo, quello degli anni ’50 e ’60, è costellato di termini dialettali antichi, forti e significanti. Ogni parola prende corpo, con frasi che sono insieme terra e cielo, materia e spirito, carne ed anima che si fondono.
Queste voci sono musica, e stelle di un minuscolo cosmo, sulla spiaggia di Marina Piccola, dove la mia vita risplende. Ritrovo il ritmo lento e profondo nei gesti accorti dei marinai che rientrano, accostandosi dolcemente all’imbarco, con manovre leggere e sapienti, mentre gatti assonnati ne seguono i movimenti, fiutando l’odore del pesce. Sulla brezza leggera, scivola un gozzo sorrentino, di legno forte e sincero, nato per la pesca. Durante le mareggiate, con il vento del sud, il rombo del mare risuona nel cuore, tiene con il fiato sospeso, fra il susseguirsi delle onde, in attesa del suo impetuoso spezzarsi. Il mare è il compagno fidato, lo spettatore silenzioso delle mie avventure. Calma meditativa e bisogno di trasgressione, insieme, a delineare l’indole che ho ereditato dall’aria e dalla sostanza delle mie radici, ancorate ad un’isola libera come regno dell’anima ma prigioniera della sua celebrità. Un contrasto che vive in me, lo stesso che c’è fra le estati e gli inverni della mia isola, fra il silenzio pregnante delle stradine fuori dalla mischia e lo sfavillio superficiale dell’immagine pubblica, da cartolina, sempre più di plastica.
Il mare vive con me il piacere dei bagni di novembre, il giallo delle ginestre all’eremo, la sconcertante vertigine degli strapiombi. Assaporo il dono, lo circondo di religiosa devozione e lo difendo. Il mio mare riconosce lo struggimento di gioia, quasi un grido disperato, che mi assale quando, in navigazione, la mia isola del tesoro compare, splendida come un miracolo, sorpresa che si rinnova all’infinito, sacro scrigno di ancestrali ricordi, ossessione per i tanti che l’hanno scelta per morire o per non separarsene più. Il mare sa che io sono quell’isola, sono nelle sue viscere, nei passi lungo i vicoli solitari, nella pesca dei tonni, nel saluto degli amici, nei racconti degli anziani, nell’esaltante profumo del gelsomino, e in un fragile arco di pietra, l’arco della Fontelina che non c’è più ma mi ha affidato un messaggio: “Dovunque scorra la tua vita, portami con te, fatti paladina di un sogno che ha i colori del glicine e sa di rosmarino selvatico. Parla e racconta di me affinché il sogno contagi gli altri e infine qualcuno accorra a metterlo in salvo, a strapparlo dal degrado, ridisegnando di poesia il futuro di quest’isola riservata, stanca di apparire. Leggi nelle grotte e sui sentieri: lì è scritto quello che siamo e vogliamo continuare ad essere. Fa che si sappia”.

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