C’erano una volta a Capri

– di Salvatore Cosentino

Personaggi e aneddoti del dopoguerra conosciuti e vissuti in presa diretta.
L’ex pilota americano stabilitosi nell’isola che spendeva tutta la sua pensione al bar.
Giacchiniello il conquistatore canoro.
L’uomo dei profumi francesi che conservava un particolare “ricordo” delle sue donne e se lo portò nella tomba.
Le manie di Pupzy: si divertiva a fare il barman e lasciava le mance al personale del Quisisana.
Nel montacarichi con Miss America.

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200506-16-2mEsule caprese a Ischia, come ama definirsi, Salvatore Cosentino, autore di queste piacevoli note, è stato barman conosciutissimo in vari alberghi di Capri e alla “Canzone del mare” prima di emigrare nei locali alla moda di Roma e, infine, stabilirsi a Ischia. Oggi ha 72 anni. Nell’isola azzurra ha lavorato tra il 1947 e il 1954.

Jack Panacker arrivò dagli Stati Uniti, congedato dal servizio militare. Pilota d’aerei, era stato ferito durante il conflitto, perciò godeva di una lauta pensione che spendeva in massima parte all’Eden Bar di Gigino Russo.
Vestiva sempre da marinaio, pantaloni bianchi e maglione blu a collo alto anche in piena estate. Era stato arruolato in Aviazione, ma la Marina era il suo sogno.
Affittò una villa in via Tragara dove dormiva di giorno dato che, la notte, frequentava i locali. Sembrava essere un impenitente scapolone finché non conobbe una tedesca. La sposò e mise subito in cantiere un “marinaretto”.
Felice, comprò una piccola barchetta, vi installò un fuoribordo e partì con la moglie non si seppe per dove. Qualcuno lo vide dirigersi a ponente. Ritornò eccitatissimo dopo una diecina di giorni. Ci descrisse la crociera, così la chiamò, che aveva fatto raggiungendo Ponza con la moglie incinta che, allo stremo delle forze, non aveva fatto altro che vomitare per tutto il viaggio.
Jack Panacker arrivava all’Eden Bar verso le nove di sera, si sedeva sullo sgabello davanti al bancone e, offrendo da bere a chiunque, dilapidava la pensione. Per il locale fu una miniera d’oro. A turno, i camerieri, alla chiusura del bar lo accompagnavano ogni mattina a casa.
La villa era sottostante via Tragara e vi si accedeva per una lunga scalinata. Il problema, per l’accompagnatore, era quello di convincere Jack a scendere da solo evitando di rompersi l’osso del collo. Barcollava sempre vistosamente. Il rullio e il beccheggio dell’ubriacatura immaginando forse di essere a bordo della nave dei suoi sogni.
* *
Giacchiniello aiutava per modo di dire il padre nella salumeria di via Longano. Ci stava solo un paio d’ore la mattina. Verso le undici prelevava un po’ di soldi dalla cassa e partiva per Marina Piccola. Faceva il giro delle spiaggette, prima da “Maria”, poi si fermava al bar del Bagno Sirene. Si metteva su una sdraio e si offriva all’ammirazione delle signore.
Era un bel ragazzo bruno con baffi neri. Non doveva sprecarsi più di tanto per concludere qualche approccio. Aveva una dote che conquistava, la voce. Cantava le canzoni napoletane.
Quando “acchiappava” una bella ragazza, prendeva un sandolino a due posti e la portava a fare il bagno a Terita dove passavano tutta la giornata.
Sulla strada del ritorno, saliva sempre per via Krupp. Io mi mettevo in attesa sulla terrazza dei Giardini di Augusto. A un certo momento cominciavo a sentire la sua voce portata dall’eco della montagna del Castiglione. Poi appariva Giacchiniello abbracciato alla ragazza e continuava a cantare.
Peccato che, a quei tempi, non disponessimo dei registratori così facili a trovarsi oggi. La voce di Giacchiniello avrebbe meritato di essere incisa su nastro.

* * *

Era un giovane caprese dal comportamento molto signorile. Il suo modo di vestire e la facilità con cui parlava diverse lingue celavano le sue umili origini. Sedeva in permanenza a un tavolino d’angolo del Bar Vuotto. Ordinava un drink e seguiva tutto il movimento della Piazzetta. Si può dire che ne fosse un componente indispensabile. Quando si assentava, il suo tavolino vuoto dava l’impressione che mancasse qualcosa. Quando era al suo posto si poteva essere certi di vederlo da un momento all’altro in allegra conversazione con qualche bella signora.
Spesso si recava in Francia dove andava ad acquistare profumi che non era facile trovare a Capri e li rivendeva con successo nell’isola. Quei profumi lo aiutavano nella conquista delle signore. I suoi rapporti amorosi si concludevano con la conquista di un cimelio, un ciuffetto di peluria strappato delicatamente dal pube della donna. Era l’omaggio che pretendeva.
Prima di morire, chiese funerali modesti ed espresse un solo desiderio. A fargli da cuscino nella bara doveva essere l’elegante sacchettino che conteneva i suoi ricordi d’amore.

* * *

Tra i frequentatori di Capri, Pupzy merita una citazione. Era un ricchissimo americano che passava l’estate sull’isola. Alloggiava al Quisisana e passava tutta la giornata a prendere il sole sullo scoglio delle sirene dove diventava nero e incartapecorito. La sera indossava pantaloni color crema, una camicia di seta e una giacca rossa, tirato a lucido con i suoi quarantadue capelli impomatati.
Quando si faceva folla al bar dell’albergo, si infilava dietro il banco. Scambiava la sua giacca con la mia e urlava ai clienti: “Da questo momento avrete l’onore di essere serviti da un vero barman”. Poi si rivolgeva a me: “Tu vattene a ballare che qui me la vedo io”.
L’intesa era che sarei tornato dopo un’ora. Ci saremmo di nuovo scambiato le giacche, riprendendo ognuno la propria. Quel suo hobby al banco del bar non durava mai più di un’ora. Poi se ne stancava.
Tornando al mio posto, andavo a controllare il cassetto delle mance. Era sempre pieno di soldi. In quella ora in cui faceva il barman, Pupzy ci faceva guadagnare un mucchio di quattrini. Ai clienti, spacciandosi per un grande barman, imponeva mance adeguate.
Fu il nostro Robin Hood. Toglieva ai clienti e distribuiva al personale dell’albergo.

* * *

Arnaldino Garzia, alto, magro, distintissimo, è stato uno dei più grandi Casanova di Capri. Viveva in un bellissimo appartamento del Palazzo Cerio sulle scale di Santa Teresa. Conosceva tutti e tutti lo conoscevano.
Compariva in Piazzetta verso le dieci, si sedeva a uno dei bar e subito il suo tavolo si affollava di gente. Discorreva con tutti, dando a tutti il tu, e organizzava la giornata. Bagno ai Faraglioni, serata al Tragara Club o al Quisisana. Lui era al centro di ogni serata. Era il suo piacere, ma anche il suo mestiere perché era impegnato come direttore artistico al Quisisana.
Da conquistatore irresistibile, selezionava le prede. Si accompagnava sempre a donne bellissime. Aveva una relazione fissa con una signora più anziana di lui che cercava di scoprirne le magagne. Ma Arnaldino era abile e riusciva sempre a… svicolare. Un giorno, nel 1950, giunse a Capri Miss America. Manco a dirlo, il suo accompagnatore nell’isola fu Arnaldino. Una sera, verso mezzanotte, si sedettero al bar del Quisisana. Vi era poca gente perché molti erano andati a una festa in una villa di via Tuoro. Seduti al primo tavolo davanti al bar ordinarono un drink. Noi, dietro al bancone, avevamo occhi solo per loro. Improvvisamente, vedemmo il barman scattare verso l’entrata per parlare con una signora che vi era appena apparsa e voleva avvicinarsi al bar. La scena non sfuggì ad Arnaldino che mi chiamò al suo tavolo con un gesto deciso. Corsi da lui che mi chiese se me la sentivo di accompagnare Miss America nella sua camera che era la 328 senza dare però nell’occhio, soprattutto dalla parte dov’erano il barman e la signora che stavano discutendo animatamente.
Il trucco fu che abbassammo le luci della sala e io, nella penombra, condussi Miss America verso il montacarichi che, rispetto all’ascensore, era fuori portata dell’attenzione della signora che stava spingendo il barman per entrare nella sala.
Arnaldino… svicolò ancora perché la signora che, finalmente, ebbe via libera dal barman era la donna della sua relazione fissa. Intanto, Miss America… non c’era più al bar e soprattutto al tavolo di Arnaldino.
Era con me nel montacarichi diretto al terzo piano. Sperai in un black-out per una minima chance. Ma arrivammo su in un baleno.
Come era alta Miss America…

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