Ci vediamo al Bar Caiolo

– di Mimmo Carratelli

Un misterioso autore, o autrice, sta scrivendo un best-seller per la prossima estate, ambientato ad Anacapri, sulla falsariga di un fortunato romanzo apparso quest’anno, ma i ruoli sono invertiti.
Il protagonista è una cinquantenne manager milanese. L’incredibile oggetto dei suoi desideri è un giovanissimo anacaprese di nome Peppino.

200608-12-1m

200608-12-2mNel numero di giugno, vi parlammo di un romanzo ambientato ad Anacapri, misterioso ma eccitante. Siamo in grado di proporvene le prime pagine. Quelli che le hanno letto dicono che sarà il best-seller della prossima estate, come il libro di grande successo apparso quest’anno. Nel romanzo, di cui siamo riusciti a carpire i primi due capitoli, le parti sono invertite rispetto alla fortunata pubblicazione che l’ha preceduto. Il protagonista è una donna, Linda Lombardi, milanese, e l’oggetto del desiderio è un ragazzo di Anacapri, Peppino Caiolo. Lui è figlio di un proprietario di un bar che si chiama appunto Bar Caiolo che, letto tutt’insieme, è un po’ il mestiere di Peppino, barcaiolo a tempo perso per le turiste di Marina Piccola.

CAPITOLO PRIMO. Se ne stava sullo Scoglio delle Sirene in pieno sole, piatto come una lucertola, in attesa come un ramarro, sveglio come un gatto, astuto come una volpe, nero come un tizzone in contrasto con la frangetta bionda e gli occhi azzurri. Non era altro che un biondino con le orecchie a sventola, il petto glabro, i fianchi stretti e il pipistrello irrequieto, ma questo lei non poteva saperlo ancora.
Lo guardò a lungo, facendo girare la barca davanti allo scoglio, finché lui se ne accorse e si sollevò appena portando una mano sugli occhi, per difendersi dalla luce del sole, e così poté vederla, dritta a prua, nel bikini bianco sul corpo perfettamente abbronzato e magro, e i capelli neri, lunghi e sciolti sulle spalle, mossi dal vento. Più che la donna, guardò a lungo la bellissima barca bianca con la vela azzurra sulla quale lei si teneva in perfetto equilibrio a prua inarcando la schiena.
La barca si allontanò verso i Faraglioni e Peppino si ridistese sullo scoglio con la grazia e l’agilità del suo corpo leggero senz’altro addosso che uno straccetto attorno alla vita, libero ragazzo di mare e di sole, barcaiolo all’occorrenza, cresciuto nelle leggende locali, dai racconti del marinaio Zoccolone alle storie dei playboy più famosi che avevano reso eccitanti i night dell’isola.
La barca con la vela azzurra fece il giro dell’isola ed entrò nel porto di Marina Grande attraccando al molo di ponente. Lei scese percorrendo il ponticello di sbarco col disinvolto equilibrio della donna di classe abituata ai tacchi a spillo e perciò assolutamente sicura a piedi scalzi sulla passerella tesa fra la barca e il molo.
Era una donna di 52 anni dagli occhi profondi, la pelle abbronzantissima, una Afef lombarda, ben trattata in palestra e in qualche beauty-farm, magra come una modella, misteriosa come una spia. Di professione: manager. Di nome: Linda Lombardi, di Milano.
Percorse la passeggiata del porto, avvolta da una leggera tunica turchese, aperta sui fianchi, mostrando la linea magnifica delle gambe e l’attaccatura alta delle cosce, e raggiunse i taxi scoperti dell’estate. “Ad Anacapri” ordinò con un comando secco al tassista che la guardò ingordo. Sul sedile posteriore, si accomodò con eleganza, scoprendo le gambe e girando la faccia al sole ad ogni curva della strada provinciale. “Al solito albergo?” chiese il tassista che la occhieggiava nello specchietto retrovisore.
“Al solito” lei rispose. D’estate era di casa sull’isola e molti la conoscevano. Il taxi raggiunse l’albergo “Caesar Augustus” sulla roccia a picco sul mare che guardava la grande distesa d’acqua azzurra sino all’orizzonte con la vista di Procida, Ischia, Napoli e la costa vesuviana. Magnifico panorama, non c’era che dire, rimanendo sospesi sul golfo.
Pagò la corsa e salì in camera. Avvampata di sole, aprì la doccia e fece scorrere l’acqua fredda. Si disfece della tunica lasciandosela scivolare ai piedi e, con un piccolo grido di soddisfazione, si prese sul viso e sul corpo il getto dell’acqua entrando nella doccia senza esitazione. Si insaponò e deterse per bene la schiuma facendo scorrere le mani su tutto il corpo. Indugiò sui seni, ancora sodi e ritti, per dono di natura e ginnastica appropriata, e sulle gambe lunghe, leggermente muscolose, da ballerina. Si asciugò davanti al grande specchio verticale della camera e rimase a rimirare la figura di se stessa, cinquantenne, ma ancora elastica e vigorosa.
“Bel pezzo di donna” esclamò con smaccato e soddisfatto narcisismo. Si sdraiò sul letto e socchiuse gli occhi.

CAPITOLO SECONDO. Peppino Caiolo, figlio quindicenne del proprietario del Bar Caiolo in piazza, vicino al parcheggio degli autobus, rimase sullo Scoglio delle Sirene fino a poco prima del tramonto quando si tuffò e raggiunse la riva a nuoto. Nel bar lavorava poco e saltuariamente, idolo del padre che vedeva in lui la bella copia giovanissima del suo passato di saraceno sciupafemmine. Ma lui era bruno e Peppino era venuto biondo, per via della madre tedesca, ma scuro di pelle.
A tempo perso, Peppino faceva il barcaiolo alla Marina Piccola quando c’era da portare una comitiva di turisti ai Faraglioni e oltre, verso Punta Massullo a vedere, dal mare, la casa rossa di Malaparte. A tempo pieno, d’estate, se ne stava sullo Scoglio delle Sirene.
Era motivo di attrazione e tormento per le ragazzine dell’isola. Quelle più sfacciate di Capri lo corteggiavano apertamente invitandolo a raggiungerle di sera nel buio della via Krupp. Quelle di Anacapri, meno disinvolte, gli lanciavano occhiate languide. Lui si divertiva a respingerle perché si sentiva nato per le turiste secondo la migliore tradizione dei ragazzi dell’isola, figli di marinai e camerieri che avevano fatto stragi di cuori stranieri ai tempi d’oro.
Peppino aveva notato in paese l’elegante signora del “Caesar Augustus” dalle gambe slanciate, ma non l’aveva riconosciuta nella donna sulla prua della barca con la vela azzurra. Lei lo aveva visto una volta tra i tavoli del Bar Caiolo, ma non aveva ancora pensato a una preda così giovane benché avesse occhi azzurri come non ne aveva visti mai. Non lo aveva individuato nel ragazzo steso sullo scoglio.
Peppino tornò a casa e divorò tutto quello che trovò da mangiare. La madre tedesca si era arresa al debole che il marito aveva per quel figlio e lei non faceva più storie sugli orari e sul disordine di Peppino. Lui era il figlio più libero e indipendente di tutta l’isola. Già malandrino nell’animo, smontava ogni cruccio della madre riempiendola di baci. “Fraulein” la chiamava ridendo. “Moccioso” replicava lei sapendo che Peppino non gradiva quell’appellativo. “Sono un uomo, fraulein” rintuzzava. “Va là, moccioso” insisteva lei, ma, in realtà, quel figlio cresceva a vista d’occhi.
“Ciao, fraulein” disse Peppino uscendo dopo essersi messo in ghingheri, pantalone lungo e bianco, maglietta cobalto a girocollo, i colori migliori per la sua abbronzatura e il biondo dei capelli, un braccialetto fosforescente al polso destro. Avrebbe incontrato la signora abbronzata della barca?

**
Siamo in grado di anticiparvi anche una pagina del diario di Linda Lombardi, protagonista del romanzo misterioso di cui non si sa ancora quando sarà nelle librerie. La pagina di diario fissa l’incontro di Linda col ragazzo Peppino nella Grotta Azzurra, sul fondo di una barca dove successe quello che successe.

Appunti un po’ sconnessi dal diario personale di Linda Lombardi: “Quel fuscello mediterraneo di finta innocenza, un po’ greco, un po’ saraceno, una carezza improvvisa per il mio corpo usato e che presto invecchierà, una iniezione di fresca adolescenza, il suo pipistrello al debutto, ma i suoi occhi già curiosi e avidi, un piccolo, delizioso Cupido al posto degli orchi deludenti delle mie notti milanesi.

“Mi conduco sull’avventato precipizio dove il mio giovanissimo Icaro vuole volare con me squagliandosi al sole di una passione anticipata o, forse, solo spinto da una curiosità e da un bisogno improvvisi e urgenti.
“Sorprendente per età e audacia. Forse ha imparato molto dalle vecchie storie dei playboy dell’isola. “Sui ciottoli di Marina Piccola, Peppino fa il delfino sulle onde del mio corpo. “E’ già successo nelle ville di Tiberio e nella Villa Lysis del conte Fersen in via Lo Capo.

“Canto un inno al corpo saettante di Peppino che non sarà mai imprigionato da un doppiopetto confindustriale “come Montezemolo”, né fasciato da un cachemire “come Bertinotti”, ma “libero corpo in libero stato di grazia”. “Andammo per mare. Sul fondo della barca solitaria nella Grotta azzurra, il pipistrello di Peppino scattò e colpì la sorpresa attesissima del mio dono aperto e pronto a tutte le oscillazioni della barca e all’odore di mandorla che lo scugnizzo mi lasciò sulle gambe. Felice ninfa, io, e baccante, lui, tenero Dionisio che mi offriva la sua bacca. “Ci sarebbero gli asfodeli (ci sarebbero i fichidindia).
Ci sarebbero”.

Pin It

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *