Cinque versi anonimi per una tranquilla Vigilia

– di Vittorio Paliotti

La più famosa e divertente poesia napoletana dedicata al Natale è una popolare filastrocca.
Il “Ninno” del Seicento e le Strenne di Giulio Genoino. L’ironico augurio di Salvatore Di Giacomo, l’umorismo di Ferdinando Russo e il messaggio pacifista di Rocco Galdieri.
Le “lacreme napulitane” di Libero Bovio e il presepio di casa Cupiello.

La più divertente, la più famosa, la più sincera, non è contraddistinta da nessuna firma illustre; anzi, non è proprio firmata. Del resto è nient’altro che il frammento di un’antica filastrocca: “Nuvena nuvena / mo vene Natale / nun tengo denare / m’appiccio ‘na pippa / e me vaco a cuccà”. Ma è con questi cinque versi, di origine incerta eppure sempre riferibili all’attualità, che deve aver preso l’avvio, a Napoli, la poesia dedicata al Natale.
Dapprima, poesia e preghiera furono una sola cosa. Intorno alla metà del Seicento, Sant’Alfonso Maria de Liguori, napoletano di Marianella, scrisse in dialetto una delicata pastorale conosciuta come “Quanno nascette Ninno (e il “Ninno” è Gesù Bambino) che ancora a Napoli viene cantata. Sono versi soffusi di tenerezza: “Quanno nascette Ninno a Battalemme / era notte e pareva miezojuorno. / Mai le stelle, lustre e belle / se vedettero accussì”.
Come Sant’Alfonso, anche Giulio Genoino era un ecclesiastico, ma di formazione culturale ben diversa. Nativo di Frattamaggiore, legò il suo nome alle “‘nferte” (strenne) che pubblicava ogni volta in occasione del Capodanno. Ai primi dell’Ot-tocento, Genoino diede alle stampe una lunghissima poesia che intitolò semplicemente “Natale” e che, più profana che sacra, contiene la descrizione di ciò che, in vista della festa del 25 dicembre, espongono le bancarelle dei vicoli di Napoli.
Andiamo adesso nel classico. Giovanni Capurro, il poeta che nel 1898 scrisse i versi di “‘O sole mio”, ci ha lasciato una poesia natalizia che s’intitola “‘E zampognare” e che, scoppiettante e allegra al principio, si conclude con un’amarezza tutta partenopea. Ironico si rivelò invece il grande Salvatore Di Giacomo intitolando “Buono Natale” una sorta di minatoria lettera d’amore in versi diretta a una ipotetica Teresina. In Ferdinando Russo, poi, l’ironia straripa nell’umorismo. S’intitola “Natale” e reca come sottotitolo “Presepio in costruzione”, una poesia che Russo dedicò all’usanza talvolta maniacale (almeno a quei tempi) di apparecchiare in famiglia, per i chiassosi giorni di fine anno, la plastica rappresentazione della Natività. Di tutt’altro genere, e contenente anche un messaggio pacifista, è “Natale” di Rocco Galdieri. Il suo è un ammonimento rivolto a quei bambini che chiedono, come dono per quel giorno, dei pericolosi fuochi d’artificio: “Nun sapite Giesù ch’ha ditto / primmo ‘e scennere ‘a cielo ‘nterra? / Nu’ sparate! Stateve zitte / ca già tanto se spara ‘nguerra!”.
Libero Bovio, da parte sua, viene associato al Natale per i celebri e patetici versi della canzone “Lacreme napulitane”. Scacciata di casa la moglie che l’ha tradito, affidati i figlioletti alla nonna, un giovane uomo è emigrato in America. Ed ecco che cosa scrive. “Mia cara madre / sta pÈ trasì Natale / e a sta’ luntano chiù sape amaro… / Cumme vurria allummà duie tre biangale / cumme vurria sentì nu zampugnaro”. Esortata la vecchia ad allestire un presepio e a preparare una cena per la Vigilia, conclude: “Se ‘e figlie vonno ‘a mamma, / facitela turnà, chella signora”. Cioè la fedifraga.
Quanti poeti ha avuto Napoli? Mille? Vuol dire che sono state dedicate mille poesie al Natale perché non c’è poeta che non ne abbia scritta una. Impossibile citarle tutte. Si può appena appena far cenno alla presenza del Natale nel teatro napoletano.
Da quella “Cantata dei pastori” che Andrea Perrucci scrisse nel 1690 fino a quel “Natale in casa Cupiello” che Eduardo De Filippo rappresentò nel 1931 ed elaborò nel 1943. Ricordate la battuta? “‘O presepe nun me piace”.

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