Com’era allegra Napoli al tempo del Petisso

– di Mimmo Carratelli

I night del lungomare, il Circolo del Cristallo, i bagni scic a Riva Fiorita e a Grotta Romana, la terrazza mondana della Canottieri Napoli, una città che era un set cinematografico. Una felice stagione di scrittori. Coccinelle e le Blue Bell. Il chihuahua di Lucky Luciano.
Le attrici di Hollywood al Circolo della Stampa.
Le partite di poker di Vittorio De Sica alla Rari Nantes. Questo e altro negli anni Cinquanta quando Bruno Pesaola, ala sinistra argentina e poi napoletano d’adozione, arrivò nella squadra azzurra.

201005-11-1m“Certo che me la ricordo la Napoli degli anni Cinquanta. Era il paradiso in terra. La gente sembrava felice” dice Bruno Pesaola.
Anni di night. Ne inventava Angelo Rosolino che, anticipando tutti, aprì il primo locale in via Morelli. Si chiamava “La Conchiglia”: colonne bianche, un acquario e una enorme conchiglia di gesso all’ingresso. Al “Giardino degli Aranci”, su a Posillipo, suonava Armando Trovajoli. Lo “Shaker” aveva panchette di legno e puff arancione, luce azzurrina. Vi esordì Renato Carosone. Vi passarono tutti: Peter Van Wood (“Butta la chiave”, “Tre numeri al Lotto” che erano 24, 60 e 38), Bruno Martino, Sergio Endrigo, Fred Bongusto, Marino Barreto, Peppino di Capri. Ci andava Ferlaino che aveva vent’anni con una fidanzata di sedici. Ci andavano Pasquale Squitieri, giovane e focoso, e Luciano Comaschi con la bellissima moglie Rita Saracino. Vi passò Farouk con Irma Capece Minutolo, bionda extralarge. Aristotile Onassis, sbarcando dal suo yacht, raggiungeva lo “Shaker” chiedendo ad Angelo Rosolino un piatto di pasta e fagioli. Il night chiuse per l’incendio, un corto circuito, che lo devastò nel 1959. Allo “Shaker” si esibì Coccinelle, soubrette dell’Olympia di Parigi, primo transessuale d’Europa. Aveva i capelli di un biondo chiarissimo, sembravano di seta. Sul passaporto conservava il nome maschile di Jacques-Charles Dufresnoy. Aveva cambiato sesso a Casablanca.

I night punteggiavano il lungomare. Il “Trocadero” della principessa Maria Pignatelli un po’ miope. Riconosceva le sue ospiti dal profumo che portavano. Il “Lloyd” del comandante Enzo Mattera dove si esibiva Luciano Fineschi. Il “Sombrero” di Mario di Porzio che era l’agitatore delle notti napoletane.
Sciupafemmene brizzolato in eterno doppio petto blu, fazzoletto a colori sgargianti dal taschino della giacca, una Lancia cabriolet grigio metallizzato e capotta nera. Fece epoca la sua love-story con una ballerina mulatta.
Il “Trocadero” fu fatale a Gennaro Rambone. Ragazzo della Sanità, il quartiere di Totò, classe 1935, era patito di pallone con un sogno: giocare nel Napoli. Fece la sua gavetta al Cral Cirio, poi tre magnifici campionati nel Catanzaro (85 partite, 26 gol).
Si definiva “un gabbiano”. Lauro lo ingaggiò nel 1959 dicendogli: “Tu sei napoletano, devi firmare il contratto in bianco, la cifra la metto io”. Entrò nel Napoli di Bugatti, Vinicio, Del Vecchio, Pesaola, allenato da Amadei, una squadra spaccata in clan. Debuttò al Vomero contro la Spal (0-3) andando in campo con la maglia numero 7 e la febbre a 38 per l’emozione. Fu messo subito fuori. Rientrò alla 12^ giornata nel nuovo stadio, il “San Paolo”.
Segnò un gol, ma il Bari rimontò e vinse. Giocò la domenica successiva a Genova contro la Sampdoria (2-0) offrendo a Vinicio i palloni dei due gol. Amadei lo riportò tra le riserve.
Fu uno dei primi napoletani a conquistare la prima squadra.
“Ma non me ne andò bene una”. Rimase in maglia azzurra una sola stagione, 8 partite e quell’unico gol al Bari. “Tu vai troppo al night” l’aggredì Lauro.
Al “Trocadero” aveva soffiato una ballerina francese, Lele Fiò, al figlio del Comandante, Gioacchino. Fu rispedito a Catanzaro.

Era la Napoli del Bar Cristallo in Piazza dei Martiri, dove Lucio d’Aquara, duca molto mondano, fondò un mitico “Circolo del Cristallo”, un club scic di giovani nobili e scapestrati rampanti. Ne nacque una canzone: “Scì scì Piazza dei Martiri”. Nella sua fastosa dimora a Chiaia, d’Aquara ospitava Ingrid Bergman quando lei veniva a girare film a Napoli.
L’attrice svedese se ne andava per le botteghe di via Costantinopoli in cerca di due angioletti di legno, “però non quelli dorati”, incredibilmente vestita: niente trucco, un saio marrone, sandali da frate, un cappellino grigio. Quando la raggiungeva Rossellini, scorazzavano sulla spider verde del regista.
I bagni di mare scic si facevano a Riva Fiorita e a Grotta Romana sulla costa di Posillipo. Grotta Romana aveva un night dove cominciò a cantare Gloria Christian il cui nome vero era Gloria Prestieri. Era nata a Bologna, ma diventò napoletana, bella ragazza bionda e spigliata.
Sulla terrazza della Canottieri Napoli, dopo lo spettacolo al Politeama, comparivano le Blue Bell, smisurate, statuarie, gambe lunghissime, sorrisi smaglianti, mito parigino. Dopo il giro dello champagne si ritiravano nella Pensione Farace di Santa Lucia. Una virago francese le sottraeva alla vista e al desiderio di tutti. Se ne andavano disciplinatamente, come ragazze di collegio. Meno distanti e asettiche erano le bambolone della Compagnia di Carlo Dapporto.

Arrivavano di mattina al Circolo del Molosiglio a prendere il sole e il largo a bordo del diciotto metri “Orietta” con gli sciupafemmine del club. Helen Sedlak aveva la profonda suggestione di un occhio verde e l’altro celeste. Silvana Blasi portava un neo leggendario sul fondoschiena.
Edmea Lari era la primadonna della Compagnia. Napoli era un grande set cinematografico.
Vi si giravano numerosi film. Vittorio De Sica girò un film grandioso, quattro mesi di riprese, 35 attori da tutto il mondo, diecimila comparse tutte napoletane. Fu “Il giudizio universale”. La sera, De Sica andava a “distruggersi” ai tavoli da poker della Rari Nantes. Diceva: “Vincere a poker è un azzardo, al bridge è un impegno mondano, alla roulette ha del soprannaturale”.
Al Circolo della stampa, in Villa Comunale, fece una memorabile apparizione l’esplosiva Jayne Mansfield, il seno più florido di Hollywood, in vestito di chiffon verde lattuga e sciarpa di visone sulle spalle. Una vamp biondo-platino. Fu una impresa portare al Circolo Esther Williams, l’attrice acquatica, ubriaca in un albergo del lungomare. Clarke Gable si accompagnava a Sophia Loren durante le riprese de “La baia di Napoli”. Il “Rosso e nero” di via Partenope era il ritrovo per l’aperitivo elegante. Carlo Forte era il leader della jeunesse dorèe.
Sul retro di un pacchetto di “Tourmac” bianche Totò scrisse “Malafemmena”. Augusto Cesareo scrisse i versi di “Luna caprese” musicati da Luigi Ricciardi.

Ernest Hemigway si ubriacava all’Harris Bar dietro l’Excelsior. Lucky Luciano pranzava al ristorante “California” in via Santa Lucia prima di andare alle corse dei cavalli ad Agnano. Spesso aveva con sé “Bambi”, un chihuahua femmina. Per un certo periodo abitò all’ultimo piano di un palazzo di via Tasso, al numero 484, con la ballerina Igea Lissoni, bionda e occhi azzurri.
Una città di night, di cinema e di cultura in quegli anni Cinquanta. Nutrita la schiera degli scrittori: Domenico Rea, Luigi Compagnone, Mario Pomilio, Michele Prisco, Luigi Incoronato, Raffaele La Capria, Antonio Ghirelli. Anche il calcio ebbe la sua stagione mondana, nel 1957.
Fu un evento memorabile il matrimonio di Vinicio nella basilica di San Francesco in Piazza Plebiscito, gremita di tifosi, Lauro compare d’anello dello sposo. Lei era un vecchio amore di Vinicio, Flora Aida Piccaglia, con nonni emiliani di Zocca. S’erano conosciuti in Brasile. Vinicio scese in tight da una Cadillac, Flora aveva tredici metri di velo. Su un cartello issato in piazza c’era scritto: “Sposi a Napoli, felici per sempre”. Un cagnolino strappò il velo della sposa. Al Faito si sposò Jeppson. Lauro non si presentò al matrimonio dello svedese. Non lo aveva più in simpatia.
“La mia vita mondana?” dice Pesaola. “Le serate di poker e tante, tante amicizie”.
Feste, felicità e soldi. Piovvero sulla città 35 miliardi della Legge Speciale. Questo e altro furono gli anni Cinquanta a Napoli quando Bugatti era il gatto magico, Jeppson e Vinicio sfondavano le reti, Manuel Del Vecchio faceva i capricci e la squadra fu due volte quarta.

(Tratto dal libro “Il tango del petisso” edito da Vele Bianche)

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