Com’era bella Capri al tempo dei pittori

– di Gino Verbena

La testimonianza delle trentuno opere, che rappresentano antichi scorci dell’isola, provenienti dalla collezione dei fratelli Raskovich e ora custodite nella pinacoteca della Casa Rossa, una delle costruzioni più singolari di Anacapri legata al nome di un colonnello di New Orleans.
Artisti di tutto il mondo, tra cui il francese Sain, e gli esponenti della celebre Scuola di Posillipo fissarono in olii e acquarelli l’architettura spontanea caprese, le strade e le case, il villaggio dei pescatori a Marina Grande, anche il rito matrimoniale che imponeva alla sposa di baciare la mano alla suocera prima di recarsi in chiesa.

Nel 2003 l’Amministrazione comunale di Anacapri, allora presieduta dal sindaco Francesco Cerrotta, per creare un altro punto di attrazione turistica che fosse di complemento alle ricchezze ambientali del luogo e puntando appunto sul binomio natura-arte, decise di acquistare trentuno dipinti relativi a vedute dell’isola di Capri tra Ottocento e Novecento. Queste opere d’arte, già in parte esposte presso l’albergo Quisisana, provenivano dalla preziosa collezione dei fratelli Raskovich, deceduti qualche anno fa, e sono state ospitate nella Casa Rossa, una delle costruzioni più singolari di Anacapri, legata al nome di un ricco cittadino di New Orleans, il colonnello John Cly Mac Kowen.
Questi, accanito difensore della ideologia sudista durante (e anche dopo) le note vicende belliche americane dell’epoca, si stabilì a Capri nel 1876 e costruì l’edificio accanto ad un’antica torre cinquecentesca, arricchendola di motivi architettonici di diverse epoche e stili mediterranei, e incastonando, qui e là nelle pareti, epigrafi e altri reperti dell’antichità latina e greca. La Soprintendenza acquistò, nel 1990, la Casa Rossa, destinandola alle proprie finalità e alla realizzazione di iniziative culturali; pertanto ha ritenuto opportuno ospitare la mostra permanente in parola. I trentuno “pezzi” consistono in olii e acquerelli e rappresentano antichi scorci dell’isola, l’architettura spontanea, ricca di quei particolari semplici e poveri che, proprio per questo motivo, predisponevano l’anima ad una indicibile serenità interiore; gli antichi mestieri, alcuni dei quali, oggi, in disuso; e poi le feste, le tradizioni, quel mondo idillico che ci rimane soltanto grazie ai pittori che girovagavano per il mondo a caccia di cose gentili.

Né mancava, ad essi, la dolcezza dei paesaggi che l’isola, racchiudendo in pochi chilometri quadrati mare e monti, ha sempre benevolmente offerto ai visitatori e, in modo particolare, a chi veniva armato di pennelli, spatole e colori.
C’era materiale per tutti i gusti: dalla bucolica calma della campagna agli spaventosi dirupi di monte Tiberio e del Solaro, dalle giornate soleggiate della stagione estiva alle tenebrose burrasche invernali con violenti chiaroscuri tanto apprezzati dagli artisti del centro e del nord Europa.
Oltre agli artisti venuti da lontano, bisogna ricordare, per quanto concerne l’Ottocento, la famosa Scuola di Posillipo, i cui più autorevoli rappresentanti erano Anton Sminck Pitloo, Giacinto Gigante, Gabriele Smargiassi e Filippo Palazzi, cui si aggiunsero i Carelli, che non poteva, oltre che delle bellezze partenopee, non occuparsi delle isole della baia, tessendo rapporti specialmente con l’ambiente ancora incorrotto della natura caprese e immortalando, in capolavori inestimabili, le marine, le grotte, i Faraglioni e le altre squisitezze naturali ormai note alla internazionalità le quali ci permettono di essere, unitamente a Bali, una delle isole più belle del mondo.
Nel Novecento, ma già alla fine dell’Ottocento, Capri subisce una graduale e irreversibile metamorfosi. I due villaggi cessano di essere luoghi di contadini e pescatori per assumere una connotazione sempre più turistica. Una rotabile collega Marina Grande ad Anacapri, passando per Capri; l’industria dell’ospitalità si va sviluppando fino a contare una cinquantina di pensioncine ed alberghi.

I pittori, che prima dovevano accontentarsi di una accoglienza di fortuna, oggi possono soggiornare, per periodi più lunghi, nelle aziende ricettive, frequentare ritrovi per intellettuali, creare studi per i quali si avvalgono, per i ritratti, di bellezze agresti del luogo: brune ninfe dai piedi induriti, segno di lunghe ed ataviche privazioni, il cui profilo greco è, però, di compensazione. Alcuni di essi, come Augusto Lovatti, Talmage White o Edouard Alexandre Sain, sposano donne del posto; qualcuno innamorandosi della sua stessa modella.
Per quanto riguarda la pinacoteca e le opere in essa esposte, ci limitiamo, per esigenze di spazio, a citare soltanto qualche capolavoro. Un piccolo olio su tela di Giuseppe Carelli (i Carelli sono, nella pinacoteca, ben rappresentati) inquadra l’isola di Capri dal Golfo.
In primo piano c’è un gruppo di barche con pescatori intenti alla loro opera. I colori esaltano la solarità della baia. Augusto Lovatti, invece, è presente con la Marina Grande (olio su tela): anche qui si staglia nitido in un cielo sereno, appena accarezzato da una allegra brigata di nuvolette, il villaggio dei pescatori animato da donne con anfora o con ceste di pesci; né mancano barche di ogni tipo. In assenza del porto (di là da venire) una rudimentale possibilità d’attracco.

Dello stesso autore Via Camerelle, un olio di grande luminosità, che riveste importanza storica perché ci offre una preziosa testimonianza delle tracce di romanità (la strada, oggi, è stravolta da numerosi esercizi pubblici e da ville signorili). I bagni di Tiberio è un acquerello di Gabriele Carelli che dimostra tutta la maestria dell’autore in questa tecnica. Spettacolare per lo spiccato senso cromatico è la Casa di contadini lungo la strada per Villa Jovis di Franz Richard Unterberger . Segnaliamo anche la bella chiesetta della Croce di Giuseppe Casciaro, opera quasi monocromatica nella quale prevale l’ocra. Una piccola tela di Carlo Brancaccio colpisce per la serenità che ispira una casa di contadini: una donna avanza con una pecorella in un viale fiancheggiato da ulivi. L’edera si avviluppa lungo le pareti della rustica abitazione. I gerani alla finestra bevono il sole.
Cito, infine, (ma, ripeto, bisognerebbe citare anche gli altri) il francese Sain che, alle visioni oleografiche, predilesse la documentazione di tipi e di attività locali. Una delle sue opere testimonia un rito matrimoniale locale: la sposa, secondo un cerimoniale oggi in disuso, prima di recarsi in chiesa, bacia la mano della futura suocera in segno di rispetto e di accettazione della seconda madre.
Intorno i componenti del corteo nuziale riportati con dovizie di particolari.
Si dice, oggi, che quel tipo di arte sia stata superata a causa delle macchine fotografiche computerizzate che possono modificare l’originale fotografia togliendone, come fu compito degli artisti di epoche remote, il superfluo mettendo in risalto l’essenziale.

Chi tanto asserisce non considera abbastanza che in un quadro, molto più che in una fotografia, è possibile cogliere il carattere, la sensibilità, la tecnica dell’autore. Si afferma, inoltre, che le creazioni del passato hanno fatto il loro tempo e tutto sia già stato abbondantemente espresso fino a stancare.
Si è corso verso la deformazione degli oggetti raffigurati verso l’astrattismo. Infine sono rimasti i segni: scarabocchi, macchie, tagli di rasoi su tele e addirittura l’esposizione di superfici completamente bianche, emblemi del vuoto della società moderna. E’ bravo chi ha un’idea qualsiasi da inviare alla Biennale di Venezia (ma sono veramente idee?!?).
Non sarebbe più onesto considerare chiuso il grande ciclo vitale dell’Arte? Ci prende una certa nostalgia del passato nel visitare la pinacoteca; e pensiamo sia una fortuna che delle persone, sensibili a una particolare espressione artistica, ci diano la possibilità di godere quegli antichi tesori.

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