Curzio Malaparte

– di Marilù d’Auria

Ricorre quest’anno il cinquantenario della morte del più “maledetto” fra i toscani, narratore, saggista, poeta, giornalista, personalità irrequieta e stravagante, spirito indipendente e ribelle, esibizionista, provocatore, anticonformista, polemico, non di rado contraddittorio.

Sullo sperone caprese di Capo Massullo, la “Casa come me”, la villa-monumento eccentrica e solitaria che volle realizzare nel 1939, capolavoro dell’architettura rupestre, per lasciare un segno imperituro del suo passaggio terreno e della sua vocazione d’artista. Gli anni napoletani e “La pelle”.

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200707-10-3mSta quella casa adagiata su uno sperone di roccia, eternamente a crogiolarsi al sole, prona sulla sella pungente di Capo Massullo, come un geco crestato che finalmente si senta al sicuro nella morbida macchia mediterranea profumata di pino, dalla presenza degli uomini e dal disordine della loro vita. Sembra una casamatta così squadrata e scabra con quelle inquietanti occhiaie brune delle finestre che da ogni parte scrutano l’orizzonte. Unica nota architettonicamente originale una lunga ripida scala strombata che porta sul tetto. Il visitatore, giunto da un sentiero impervio che s’inerpica lungo il fianco della rupe, se la trova improvvisamente davanti. E subito pensa alle rampe di certe antiche piramidi d’oltreoceano che invitano a scalare il cielo per officiarvi chissà quale misterioso rito sacrificale. E giunti lassù sulla terrazza senza parapetto, si è colti da una profonda vertigine: è l’azzurro e il vento che ti avvolgono sullo strapiombo in un abbraccio totale; è la vista incomparabile della costa di Napoli sormontata dall’ombra violetta del Vesuvio.
Lontano, ad ornare il cerchio dell’orizzonte, una collana di isole piccole e grandi; di presso, l’esaltante guardia dei Faraglioni. Qualunque grido spontaneo di meraviglia ti muore inevitabilmente sulle labbra e si perde nel silenzio dell’infinito, penetrato solo dal fruscio d’ali e dallo sciabordare delle onde. Questa è Villa Malaparte a Capri, “Casa come me”.
È questo il monumento che nel 1939 Curzio Malaparte volle per sé, a connotare le sue scelte di vita e soprattutto a lasciare un imperituro segno del suo passaggio terreno e della sua vocazione d’artista.
Imperituro, sì, perché quella dimora fu pensata per durare il più a lungo possibile così protetta dall’infuriare degli elementi e dall’oltraggio del tempo. Da questo piccolo capolavoro di architettura rupestre siamo voluti partire per dire del suo proprietario ed artefice, di Curzio Malaparte, pseudonimo di Kurt Von Suckert, nato a Prato il 9 giugno 1898 da padre di origine tedesca e da madre italiana, narratore, saggista, poeta, giornalista, personalità irrequieta e stravagante, spirito indipendente e ribelle, esibizionista, provocatore ed agitatore nella vita, anticonformista, polemico, non di rado contraddittorio.
Aveva sedici anni, quando spinto da “eroici furori” fuggì di casa e si arruolò nella legione garibaldina per combattere in Francia; poi, scoppiata la guerra in Italia si trasferì nel nostro esercito e combatté nelle trincee da soldato semplice, segnalandosi per il suo eroismo che gli meritò la medaglia di bronzo. Erano gli anni dell’interventismo di matrice futurista, del superomismo dannunziano ma anche delle prime rivendicazioni popolari e socialiste. Non potevano così forti sollecitazioni sia pur contraddittorie non trovare terra fertile in una intelligenza così vivace, in una personalità tanto energica ed esuberante. Frutto di questa prima, drammatica esperienza di guerra fu infatti il libello “Viva Caporetto”, edito nel 1921 con il titolo “La Storia Dei Santi Maledetti”, una giustificazione della rotta di Caporetto che egli non solo non bollò come un episodio di codardia, ma anzi esaltò come la presa di coscienza dei soldati di prima linea (i poveracci senza gradi e protezioni) di essere solo gli strumenti sacrificali con i quali la borghesia stava combattendo la “sua” guerra.
Tra il ’20 e il ’21 Malaparte lavora come addetto culturale del ministero degli Affari esteri a Varsavia. In Polonia sarà testimone di ulteriori orrori durante l’invasione del 1920 da parte dei bolscevichi. Partecipa alla Marcia su Roma e firma il Manifesto degli intellettuali fascisti, rinunziando al suo nome straniero.
Ma fugace fu il suo esordio “selvaggio”, quello in cui attraverso l’omonima rivista del 1924 celebrò un’Italia “virile, sobria, operosa, volitiva e saggia” che corrispondeva a quella visione del nostro paese riscoperta dal regime fascista.
Con disinvoltura passò infatti da scritti d’ispirazione nazionalistica come “Italia Barbara” e “Arcitaliano” (raccolta di poesie popolari) ad altri di segno opposto in cui compie l’opera di demistificazione del fascismo nel quale ormai non intravedeva più la possibilità di una rivoluzione sociale che lo aveva un tempo indotto a seguirne le parti.
Addirittura nel ’26 comincia la stesura del “Don Camaleo” in cui porta un attacco molto duro a Mussolini chiamandolo tiranno e accusandolo di trasformismo. Sono questi gli anni in cui egli diventa redattore capo de “Il Mattino” e si trasferisce a Napoli e successivamente, grazie all’interessamento del senatore Agnelli, ottiene la direzione de “La Stampa” di Torino.
Nel ’31 licenziato dalla testata torinese, si trasferisce a Parigi e lì pubblicò il saggio “Tecnique du Coup d’Etat”, opera di grande risonanza politica tradotto in varie lingue e proibito in Italia, Germania e Unione sovietica. Tale scritto gli procurò al rientro in Italia prima il carcere e poi il confino a Lipari.
Memorabili sono alcune pagine de “La pelle” dove rende onore alla memoria del suo unico, dolcissimo compagno di cattività, Febo, un cane color di luna che non lo abbandonerà mai se non perché costretto da un tragico destino.
Immagine della sua coscienza, della sua vita segreta, ritratto di se stesso, del suo subcosciente, Febo sarà nella sua vita il più gratuito degli amori, il più romantico degli incontri. Nel ’38 Malaparte è in Africa occidentale, inviato dal “Corriere della sera”, poi nel ’40 viene richiamato nell’esercito.
Combate e manda la corrispondenza dal fronte italo-francese poi in Russia dove scriverà “Kaputt”, un libro terribile che descrive le macerie della guerra, le carogne abbandonate, i ritratti degli ultimi regnanti, i loro palazzi abbandonati, un uniforme marciume che contrasta radicalmente con la purezza della natura intatta. Eppure Malaparte in questo quadro desolante intravede la possibilità di un rinnovamento: “E sia ben chiaro che io preferisco questa Europa kaputt all’Europa di ieri e a quella di venti o trent’anni or sono. Preferisco che tutto sia da rifare al dover tutto accettare come un’eredità inevitabile”.
Altrettanto disperante è il messaggio de “La pelle”, un romanzo il cui sfondo è l’Italia dell’immediato dopoguerra e la cui protagonista è l’infelice città di Napoli dove ormai non si combatte più per non morire, ma per salvare la pelle. (“La nostra vera patria è la nostra pelle… La nostra pelle è la nostra unica bandiera”).
Vi era ritornato nel ’43 dopo la deposizione del Gran consiglio del fascismo e vi lavorò come ufficiale di collegamento con le truppe alleate, i cosiddetti vincitori. Il libro è tutto uno scorrere di quadi di miserie e di abiezioni inimmaginabili, che sembrano il frutto di una fantasia morbosa e crudele, se non sapessimo, per essere napoletani, che tanto lerciume, tanta degradazione furono in quei tristi giorni realmente vissuti, tante violenze morali veramente perpetrate e subite in nome della disperazione e della fame. “Forse era scritto che come la liberazione era nata dalle sofferenze della schiavitù e della guerra, la libertà dovesse nascere dalle sofferenze nuove e terribili della peste portata dalla liberazione.
La libertà costa cara. Molto più cara della schiavitù. E non si paga né con l’oro né col sangue né con nobili sacrifici, ma con la vigliaccheria, con la prostituzione, il tradimento, con tutto il marciume dell’animo umano”.
Ebbene: a quei critici troppo severi che nei suoi saggi politici avevano riscontrato confusione ideologica e opportunismo e dei suoi più noti romanzi evidenziavano soltanto il cinismo e lo scetticismo, il gusto per il sensazionale, il sadico e il demoniaco, opponiamo oggi un giudizio più mite, sereno ed obiettivo. Ciò in linea con la svolta maturata già in seno al convegno su “Malaparte scrittore d’Europa” del 1987 che ad un’analisi più accurata ammise che “il nostro autore è legato in tutto l’arco della sua carriera a matrici etiche e autobiografiche, a fattori psicologici e storici, relativamente coerenti, dettati da un istinto di sincerità intellettuale mai tradito”. Pur riconoscendo che il suo realismo così crudo non ha niente a che vedere con quello francese o con il verismo italiano di fine Ottocento e rimanda piuttosto al maledettismo tardoromantico e decadente. Anche il suo stile fu oggetto di contrastanti opinioni.
Ci fu chi come il suo amiconemico Piero Godetti lo definì “La più bella penna del Fascismo” e chi come Cardarelli incluse il suo in quel “ribobolo canagliesco” tanto ricercato dall’arte strapaesana. Chissà quante volte a Capri, l’uomo Malaparte, come un antico sacerdote salito in terrazza per quella lunga, erta scalea innalzata a sfidare orgogliosamente il cielo, meditò sul mistero della vita e dell’arte. E volgendo lo sguardo nell’infinito campo del cielo e del mare pensò: “Non c’è bontà… non c’è misericordia in questa meravigliosa natura. Ci fissa con i suoi occhi freddi, pieni di gelido odio e di disprezzo. Questo paesaggio non è la faccia di Cristo, ma l’immagine di un mondo senza Dio, dove gli iomini sono lasciati soli a soffrire, senza speranza”.
Eppure, se la natura è fredda, distante, indifferente, addirittura nemica e crudele (Leopardi docet), quanto può apparirci bella e struggente però, dolce e consolatoria!
Così in quella casa eccentrica e solitaria, affacciata arditamente sullo strapiombo, su quella terrazza spoglia protesa nell’azzurro, mi piace immaginare che il nostro Autore trovò, quando volle, il rifugio del suo “male di vivere” e l’oblio così difficile dei tanti drammi che costellano la storia dell’uomo dei quali tanto spesso era stato testimone e protagonista.
Di Curzio Malaparte ricorre quest’anno il cinquantenario della morte (19 luglio, Roma).

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