Da Mergellina a Capri in onore del Dio Nettuno

– di Carlo Missaglia

Una festa pagana dei pescatori napoletani. Prima della partenza, una visita ad Antignano dal pastore Mirtillo. Lo scambio dei doni. Il viaggio sulle barche a remi col favore del maestrale. Il rito dell’olio sparso sulle onde.

Canti e danze all’arrivo nell’isola dove le case erano addobbate con ghirlande di gelsomini e ginestre. L’originale vestizione per la cerimonia nel tempio della divinità ricco di dipinti marini, una pinacoteca a cielo aperto.

200903-15-1mC’è fermento a Mergellina. I pescatori, con le rispettive compagne, mogli e fidanzate, sono tutti in laboriosa preparazione.
Per prima cosa bisogna raccogliere i fiori più belli e profumati negli orti di Posillipo, del Vomero o meglio di Antignano, per farne omaggio al nume tutelare Nettuno:
“Deh prendetevi le vostre ceste e per le propinque costiere andando, sfiorate le praterie e, sfogliate l’onore ai roseti, ai violai, ed ai rifondati arboscelli, e far conoscere al nostro comune Iddio, quanto per dargli omaggio vi fatichiate”.

Ciò che ha destato in me maggior curiosità e sorpresa è stato il venire alla conoscenza di questa festa non solo, ma che essa fosse ancora viva nel Settecento. Dopo di che se ne sono perse le tracce.
Comprendo che essa fosse una festa pagana e quindi destinata a soccombere, visto lo strapotere della Chiesa. Mancavano descrizioni, indicazioni, note anche di passaggio, ecco perché mi è giunta inaspettata l’approfondita illustrazione da parte di Campolongo.

I nostri amici pescatori per prima cosa si recano ad Antignano dall’amico Mirtillo, pastore di mille candide pecore e “guardatore” di altrettante barbute capre. Appena incontrato gli offrono doni che nel mare generoso erano stati pescati: cento ostriche colte sul lido Luculliano (Castel dell’Ovo), un paniere pieno di orecchie marine, came pelorie (cozze pelose o ‘e vuzzarielle) e sinuosi turbini (sconcigli), e chiocciole, e lumaconi, con delle onici ancora vive ed infine due freschissime salpe testé pescate che Mirtillo avrebbe voluto conservar per la sera, ma a cui gli esperti pescatori consigliarono: “Se dopo un’ora scorsa / Dacché fatta hai la pesca, / Chiami la salpa fresca;
/ O tu non sai la salpa, / o cieco sei piú che non è la talpa. / Ed ancora: / Mangiati l’aurea salpa / Appena che dalla tua man si palpa”.

Mirtillo, grato per i tanti doni, apre la sua bisaccia e ne trae fuori una mediocre fiasca di frassino, colma di ottimo vino, per la vecchiezza odoroso, e glielo offre:
bevetene pure a sazietà dice e, dopo, aperto il cancello che dava su di un vastissimo prato, li invita a raccogliere quanto volessero delle mille qualità di bei fiori, che la natura abbondantemente aveva in quello profuso.
Terminata la raccolta i pescatori si accinsero a partire, peró non prima di aver invitato l’amico Mirtillo ad accodarsi a loro per partecipare alla festa delle Nettuniadi in Capri. L’umile Mirtillo accettò di buon grado perché, vale la pena il ricordarlo: in Roma sugli attributi marini erano prevalsi, in Nettuno, quelli terrestri ed egli era divenuto il protettore dei cavalli che da Poseidone, greco, aveva contribuito a creare.

Come Dio delle acque, così necessarie alla irrigazione dei campi, quindi utili anche allo stesso Mirtillo, gli venne dedicato un mese, il più piovoso, dal 15 dicembre al 15 gennaio, che venne detto per l’appunto Poseidone.
I tre amici erano quasi pronti a partire per Mergellina quando Mirtillo prese delle profumatissime albicocche e delle prugne “primaticce” e gliele consegnò. Sarebbero dovute servire per la cena. Avvolse il tutto in due teli finemente dipinti con scene agresti:
in una era ben rappresentato Sileno con le vene inturgidite dallo amabil sangue delle uve e due satirelli che erano in attesa della munificenza sua per poter avvicinare la propria bocca al grosso “cantaro” colmo di brillante mosto. Nell’altro era dipinto il dio guardiano che, armato di una falce, era a protezione della frutta ancora acerba e delle nascenti roselline e della napitella. Sto indugiando sulla descrizione della preparazione alla festa del Dio Nettuno perché trovo affascinante ripercorrere certe fasi, e coglierne lo spirito che animava quegli uomini semplici ed attaccati alle loro tradizioni che rispettavano con “vero credo e fedeltà di costume”. Purtroppo quelli sono valori che nel tempo si sono andati perdendo e, come si può rilevare anche da questo scritto, diventa per alcuni, persino difficili comprenderli nella loro mera bellezza. Ideali, principi, punti di riferimento, canoni di vita semplici ma decisi, precisi, inderogabili.

“Scennenno p’Antignano a primma sera / Jevo cantanno n’aria pa via”. Così i nostri tre amici cantando e scherzando fra loro, con l’odoroso carico di fiori e di frutti della collina del Vomero, per l’antica strada, giungono a Mergellina.
Lì erano attesi dagli altri pescatori giá sulle barche, remi in mano, pronti per partire per Capri. Riuniti allora tutti i doni da offrire al loro dio Nettuno, a bordo di una feluchetta in diciotto, dando forza nei remi, si avviarono alla volta dell’isola, sospinti dal fresco maestrale. Quando giunsero a Capri, era da poco calato il sole dietro la verde isola d’Ischia, lì nel punto dove, nelle giornate limpide, sembra si protenda verso Santo Stefano e Ventotene.

Passarono tra barche di pescatori col “lanzaturo” e “‘o ffuoco” dell’acetilene a murata. Gli attenti uomini di mare, spargevano sul mare alcune gocce di purissimo olio così che la superficie si rendesse omogenea e trasparente per una più decisa visione del fondo marino. Mica esisteva allora lo “specchio”, quell’attrezzo a forma di imbuto con sul fondo un vetro che permette la visione del fondo marino distintamente.
Il mare era tranquillo quando toccarono terra presso un ameno lido con la classica caratteristica caprese: la sabbia sostituita da rotondi e bianchi ciottoli. La sera era di quelle incredibili, col cielo terso e stellato. La luna faceva rimbalzare i suoi vividi e tremolanti raggi sulle quasi impercettibili onde che, nel frangersi stancamente, sul bagnasciuga, inventavano una musica dolce.

Esse smuovendo le tenere alghe, aggrappate ai granitici scogli e nel pieno della loro fioritura, in un perpetuo andirivieni, ne facevano sprigionare tutti i profumi, completando così un quadro da estatica ammirazione. Iniziarono allora a cantare ed a danzare:
“Jammo a vedere ‘nterra a la rena / Mentre se spania la luna chiena. / Che è notte e pare fosse matina / Li piscature de Margellina” cercando, peró, nella loro sensibilità, di non interrompere quella magia che, quando vuole, Capri sa creare. Infine, stanchi, furono vinti dal sonno.
Caddero, dunque, nelle amorevoli braccia di Morfeo, coperti solo dalla luce delle stelle.

Furono svegliati dallo sciabordio che le barche fanno sotto la spinta del cadenzato andamento dei remi quando aggrediscono l’acqua, dalle voci di tutti gli altri pescatori del golfo di Napoli e della costa amalfitana.
Avevano preferito partire all’alba dai loro luoghi di origine. Tutti avevano con sè delle lunghissime canne, il segno della festa. Visti da lontano, nell’insieme, sembravano un piccolo canneto ondeggiante. Quando posero piede sul lido, si avvidero che tra loro ve ne era uno di Sorrento, il quale era stato rapito da pirati algerini e tripolini e rilasciato dietro il pagamento di un riscatto.

In un brano del primo Ottocento “La Sarracinesca” questo viene molto ben descritto: “Ricciolella a gghi pe lo mare / Da li Turche fuje ncappata / Manna a dicere a lo suo patre / si la vole rescattà.”. Il sorrentino, di cui non ci è dato di conoscere il nome, era anche lui lì: per rendere omaggio al Dio Nettuno per lo scampato pericolo.
Egli aveva con sè un dono bellissimo:
un mosaico composto tutto da pietruzze di vari colori selezionate tra le tante che il “replicante” mare suole rilasciare sulla riva. Il mosaico rappresentava Nettuno con la sua Anfitrite raffigurati da un maestro di vaglia nella migliore delle forme. Nel frattempo i pescatori dell’isola avevano addobbato le loro umili case, tuguri le chiama Campolongo, con ghirlande di bianchissimi gelsomini accoppiati alle gialle ginestre, e non potevano mancare sulla porta l’acquatico loto e “l’arbuscello di cui Venere dilettar si solea”.

In quel giorno, ogni donna appartenente alla classe dei pescatori, si adornava nel modo più appariscente. Dopo essersi purificate con acqua sorgiva e purissima, iniziavano il rito della vestizione che consisteva nell’indossare gli indumenti più preziosi tenuti in serbo proprio per le grandi occasioni. In testa ponevano chi una fascia e chi una stoffa preziosamente ricamata. Il vestito era o di fustagno verde o giallo o rosato con scollature messe in risalto da vari fiorami come all’uso Megarese e corpetti alla procidana trapuntati con “greve” oro, che conferiva loro l’aspetto di nobildonne e a volte potevano sembrare, a quel popolo semplice, vere divinità.

Ancora oggi per la elezione della Graziella a Procida si possono ammirare abiti simili conservati da generazioni gelosamente e rileggendo queste antiche pagine le vedi vivere proprio in quelle vesti ed in quei preziosi gioielli.
Il tempio del Dio Nettuno era distante dal loro luogo di approdo dugentoquaranta scaglioni – ed aveva innanzi un’aia spaziosissima che si affacciava sul mare.
Alle pareti del tempio vi erano molteplici quadri di esperti maestri che raffiguravano soprattutto scene marine, come del resto era facile aspettarsi. Fare la descrizione di quelli che, almeno nel racconto dell’autore, sembrano essere stati veri capolavori sarebbe oltre che lungo forse poco interessante e appagante per la curiosità dei miei lettori. Penso solo che ciò che viene descritto era ben visibile nella metà del 1700, e che pochi anni dopo il fortunato e, spesso, poco avveduto primo ricercatore di antichità sull’Isola, tale Hadrawa, abbia potuto avere a portata di mani tante splendide testimonianze di un passato che per certi versi è rimasto e, forse, rimarrà un lato oscuro, un punto nero per la nostra sete di sapere.

Fra i tanti quadri, in uno vi era fra i tanti soggetti, soprattutto femminili, il nostro “barbuto vecchione” Sebeto che seduto sulla verde sponda del suo fiumicello, appoggiato sul fianco alla destra dell’ingresso di una grotta coperta di edera, teneva nella mano destra una bocchetta di pietra che versava un dolce liquore in permanenza e nella mano sinistra un grosso palo di ferro che presumibilmente gli doveva servire per tenere sempre sgombra dai detriti che si ammassavano la sua sorgente. Dopo aver ammirato questa pinacoteca a cielo aperto, i nostri pescatori si incamminarono:
per un viale lungo quanto il tragitto che può fare un sasso scagliato da una fionda non del tutto tesa. Ai lati copiosa edera, alternata a profumatissimi aranci, si protendeva sullo sterrato viottolo, arricchito da numerose e bianchissime statue. Fra le tante si distingueva quella di Narciso in atteggiamento inequivocabile, celato solo dal copioso muschio che la ricopriva. Completavano il viale che conduceva all’ingresso del tempio di Nettuno due distinte peschiere, una per lato con dentro, nella prima, cefali, carpioni e tinche e, nell’altra, trote, anguille e capitoni. Nessun pescatore isolano si azzardava a prendere da quelle vasche alcuna specie di pesce, essendo, queste, dedicate al dio, e poi, sarebbe stato imprudente, come racconta la leggenda allorquando, un imprudente pescatore pescò una tinca di nascosto nel pieno della notte pensando di non essere visto da nessuno.

Senonchè la tinca cominciò a parlare a voce altissima nell’umano idioma. Non sono nata per esser cibo per gli umani, disse all’attonito incredulo pescatore, ti conviene rilasciarmi subito, per non far torto al dio.
Altre meraviglie erano in quel luogo fatato: numerosi getti d’acqua in quel viale dovevano servire da abbeveratoio a diverse specie di paperelle ed anatroccoli che da migratori erano diventati stanziali. Superato quest’ultimo incanto, i nostri amici pescatori si trovarono di fronte all’antichissima porta del tempio sul mare alla punta dell’isola. Sul frontale del tempio si poteva leggere una antica iscrizione dovuta in parte al fondatore e poi al restauratore che ne aveva curato il suo rifacimento dopo l’abbandono della parte della popolazione che aveva abbracciato la religione cristiana. Il tempo ne aveva corroso le lettere ma non tanto da non permetterne la lettura.
Data, però, la lunghezza della stessa e volendola trascriverla in forma originale ed integrale, fermo qui la penna e vi rimando ad un’altra occasione quando avrò modo di dedicare tutto lo spazio necessario a questa che, tra l’altro, ho l’impressione che sia anche una rarità archeologica, di cui non so se esistano ancora, in qualche parte del mondo, delle tracce.

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